Facce dispari
Stefano Crechici racconta: “Modiano, la storia d'Italia nelle carte da gioco”
Modiano ha resistito alla tv, ai pc, agli smartphone e alle mode. Il presidente dell'azienda: "Le carte non tramandano soltanto i giochi, ma la storia politica e culturale della Penisola. Il mazzo più venduto? Le napoletane". Intervista
Chissà se Saul David Modiano, sbarcando a Trieste da Salonicco dove era nato nel 1840, immaginava il successo di un’avventura imprenditoriale che sarebbe durata molto più a lungo della sua vita. Perché c’è probabilmente una scatola di carte da gioco col suo nome stampato in casa vostra, di un vostro amico, al bar, al circolo e certamente al casinò. Parecchi venditori di almanacchi si sono avvicendati dal 1868 a oggi ma Modiano ha resistito alla tv, ai pc, agli smartphone e alle mode e si contende il mercato con Dal Negro (che però registrò il marchio molto dopo, nel 1939).
Con quei ritorni che ogni tanto accadono nel destino delle aziende e delle persone, Modiano ora s’accinge a riprendere anche la commercializzazione delle cartine per le sigarette con cui il fondatore Saul avviò la sua fortuna, spiega il presidente Stefano Crechici, classe 1971, figlio di Guido che rilevò l’impresa triestina nel 1987.
È curioso che un’idea di successo del 1868 possa essere tale nel 2026.
La tendenza dei consumatori ci ha convinto a riesumare un asset abbandonato molto tempo fa. Utilizzeremo i disegni delle nostre antiche pubblicità e dopo Pasqua le cartine Modiano torneranno in tutte le tabaccherie italiane. Più di cent’anni fa l’azienda le esportava ovunque, persino in India e in Indonesia. Trieste era un centro industriale e commerciale che guardava al mondo in un impero con tante nazionalità e Modiano aprì stabilimenti anche a Budapest e a Fiume. Prima ancora che all’Italia, mirò a un’espansione mitteleuropea e mediterranea. Tuttora in Grecia siamo leader per le carte da gioco e metà del nostro fatturato lo realizziamo all’estero.
Però i mazzi delle carte regionali sono un simbolo di identità nazionale.
La nascita dell’azienda avvenne poco dopo l’unità d’Italia e nel 2018 abbiamo celebrato con una serie di carte regionali il centocinquantesimo anniversario. Tuttora, a seconda delle zone, si continua a giocare con mazzi diversi: nel Meridione riflettono l’influenza spagnola, nell’area adriatica si usano le trevigiane o le triestine, a Genova e in Toscana le carte risentono dell’influsso francese. E in Lombardia, a seconda di quale sia la sponda del Lago di Garda, si adopera un mazzo diverso. Le carte non tramandano soltanto i giochi, ma la storia politica e culturale della Penisola.
Come si spiega che perduri questa pluralità?
Perché esiste l’imprinting del primo mazzo. Se da piccolo lei ha conosciuto le napoletane, difficilmente da grande si adatterà alle piacentine e viceversa. Se è emiliano e avrà imparato il tarocchino bolognese, gli resterà legato. Perciò in Italia non esiste un campione nazionale di briscola, scopa o tressette, perché ciascuno vuole le sue carte. Negli ultimi anni abbiamo ristampato le salentine, poi le udinesi con la collaborazione del Museo di Udine e a breve produrremo le calabresi.
Qual è il mazzo regionale più venduto?
Le napoletane, con il retro proposto in tre versioni. Conta anche questo per chi gioca, oltre a figure e dimensioni. Quando riducemmo le carte di un millimetro, il pubblico se ne accorse e mugugnò. L’imprinting è permanente.
C’è una rivalutazione della scrittura a mano. Trova analogie con i giochi di carte?
L’evidente beneficio. Una semplice partita a scopa obbliga a fare i conti e allena la memoria a breve perché bisogna ricordare le carte già uscite. Qualunque gioco si faccia è necessario studiare le regole e soprattutto coltivare la socialità che manca ai giochi sul pc. La vicinanza fisica con l’avversario sollecita l’osservazione psicologica reciproca, dai moti del volto al modo in cui si tengono le carte. Non è un caso che durante la pandemia di Covid abbiamo registrato fatturati straordinari, perché chi era costretto a lavorare in casa, una volta spento il computer, aveva voglia di rilassarsi con qualche gioco che prevedesse lo scambio umano. Quantomeno una dimensione fisica, difatti anche le vendite dei puzzle segnarono brillanti performance nello stesso periodo.
Dove esportate di più?
Per fatturato il maggior mercato estero sono gli Stati Uniti, sia con le carte nostre sia con quelle che produciamo per gli editori, come i tarocchi. In più c’è un legame sentimentale: per esempio chi discende da emigranti italiani, anche in Australia, ci ordina mazzi personalizzati per le bomboniere del matrimonio. Produciamo edizioni limitate su richiesta anche per alberghi, assicurazioni, banche, marchi della moda, esercizi commerciali.
Quanta triestinità c’è in Modiano?
C’è il mantenimento della sede e della fabbrica dal 1868, anche adesso che stampiamo in digitale. Siamo radicati nella città dove io stesso sono nato e cresciuto. C’è un libro molto bello di Jan Morris che già nel titolo dà una risposta: “Trieste and the Meaning of Nowhere”, una dichiarazione di non appartenenza, una storia di momenti positivi e drammatici, di cambiamenti epocali, di convivenza tra culture, lingue e religioni, un luogo dove c’è un cimitero musulmano secolare e la seconda sinagoga più grande d’Europa, dove ci sono chiese di qualunque rito, dove a metà Ottocento, quando i ragazzi ebrei non potevano entrare negli oratori, furono istituiti i ricreatori municipali in ogni rione, così che chiunque vi potesse accedere. Magari per una bella partita a carte senza rendere conto di dove andasse a pregare.