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l'intervista
Poliedrico Buruma, l'intellettuale controvento
Orientalista, fotografo, critico cinematografico: un osservatore dell’America d’oggi immune dalla cultura woke. Il ruolo dell'intellettuale nei momenti di crisi politica e l'avversione a Donald Trump
Ian Buruma è un raffinato intellettuale olandese che da molti anni ha scelto di vivere a New York. Non condivido sempre le sue idee, ma ho sempre apprezzato la solidità pacata con cui le espone, e ho solidarizzato con lui quando è stato costretto a lasciare il posto di direttore della New York Review of Books per aver pubblicato un saggio di Jian Ghomeshi, star della televisione canadese che era stato assolto per insufficienza di prove dalle accuse di abuso sessuale e molestie fisiche. Era il periodo di massima veemenza del movimento #MeToo, e non valsero a nulla le difese di Ian McEwan e Joyce Carol Oates insieme a un articolo di Laura Kiplis sul New York Times, che vedeva il rischio di “inibizione della nostra cultura intellettuale”. Profondo conoscitore dell’estremo oriente, Buruma ha declinato la sua curiosità in eclettismo: l’autore di Assassinio ad Amsterdam è anche un fotografo, un documentarista e un critico cinematografico. “Stavo studiando cinema e fotografia a Tokyo negli anni 70”, mi spiega “e per fare un po’ di soldi, scrivevo recensioni cinematografiche per il Japan Times, il giornale locale di lingua inglese. Negli anni 80 mi è stato chiesto di scrivere una serie di articoli sul Giappone per l’Observer di Londra corredati dalle mie fotografie: è stata la mia prima esperienza importante.
Cosa rappresenta per lei scrivere rispetto agli altri modi con cui si esprime?
E’ un modo per mettere in ordine i miei pensieri, e raggiungere una conoscenza più profonda della condizione umana e del mondo nel quale viviamo. Nelle preziose occasioni in cui la scrittura è buona, mi permette di esprimermi più elegantemente di quanto farei se non scrivessi.
Quale è la sua routine?
Cerco di rispettare gli orari standard che si hanno in ufficio. Scrivo la mattina, poi nel pomeriggio leggo e riscrivo. Il mio obiettivo è quello di raggiungere mille parole al giorno, ma le parole aumentano velocemente e prima che te ne accorgi ti trovi di fronte a un libro.
Lei ha ricevuto una laurea in teologia dall’Università di Groningen: che importanza ha avuto per la sua formazione?
La teologia non ha un ruolo importante per me, ma sono interessato al desiderio umano di dare un significato alla vita di ognuno di noi, relazionarsi con la paura della morte, e trovare un senso di comunità trasformando le nostre convinzioni in poteri sovrannaturali. Sono affascinato dagli aspetti sociologici e storici della religione più che dai dogma e i testi sacri.
Mi sembra evidente che non è un credente.
Io non credo in Dio come il creatore. Mi piace la tesi di Spinoza secondo cui Dio è la natura. E se Dio è la natura non può averla creata, tuttavia lo è. A differenza di Spinoza devo confessare che non sono totalmente immune alla superstizione, ad esempio la preghiera angosciata quando mi trovo su un aereo e c’è una turbolenza, il sale lanciato alle mie spalle nel caso cada sulla tavola e così via. Sono solo semplicemente un essere umano.
Cosa pensa dei credenti? Li ritiene degli illusi, delle persone fortunate o altro?
Nella mia formazione non c’è stato nulla di religioso. Alcune persone che hanno avuto un’esperienza simile alla mia dichiarano che a loro manca avere un retroterra religioso: non è così per me e non posso dire se le persone di fede siano benedette o no. Non ho un atteggiamento di scherno per chi ha bisogno di credere in qualcosa di più alto, ma non ho mai sentito quella necessità.
Suo nonno era un reverendo Mennonita: quale è stata la sua più grande lezione?
I mennoniti olandesi, a differenza degli americani, estremamente tradizionalisti, sono noti per la tolleranza e il loro liberalismo. Mio nonno era un uomo di autentica fede, ma aveva anche un elemento di scetticismo in virtù del quale metteva in dubbio ogni verità rivelata. Se esiste qualcosa del suo insegnamento che mi ha influenzato, direi che è la mia propensione a mettere tutto in discussione, cosa che non mi rende estremamente popolare.
C’è qualcosa che lei apprezza di quella fede?
Una cosa che la contraddistingue è il rifiuto di giurare su qualunque cosa, compresa la Bibbia. I mennoniti si limitano a promettere, cosa che trovo molto congeniale.
Sono passati otto anni dalla pubblicazione del pezzo di Jian Ghomeishi che le è costato la direzione della New York Review of Books. Pubblicherebbe ancora quell’articolo?
Si, lo pubblicherei per le ragioni che ho appena espresso, a cominciare dal mio naturale scetticismo. Mi piace ascoltare tutti i lati di ogni questione e confrontarmi con persone con le quali non sono necessariamente d’accordo: detesto la gogna e la caccia le streghe. Ritenevo che avesse una storia da raccontare che non era stata ascoltata e che avrebbe potuto far riflettere in maniera più approfondita su alcune difficili questioni morali.
Esiste un libro che è stato fondamentale nella sua formazione?
Uno dei miei romanzi preferiti è Les liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos. E’ considerato un esempio tipico del libertinismo del XVIII secolo, ma in realtà è anche una critica del razionalismo. Ritengo che Isaiah Berlin avesse ragione: il modo migliore per difendere il liberalismo e le idee dell’Illuminismo è accettare le critiche con la massima attenzione. La ragione ha i suoi limiti. Nel romanzo di Laclos i libertini razionalisti non riescono a controllare le proprie passioni nel momento in cui si innamorano.
Sto chiedendo a tutti gli scrittori di riflettere sull’impatto del linguaggio delle immagini su quello della parola.
Non c’è dubbio che la cultura delle immagini ha reso la letteratura meno centrale nella nostra vita culturale. La narrativa e la poesia, così come i saggi letterari, stanno diventando una forma d’arte di nicchia, apprezzata da una minoranza che continua a restringersi, un po’ come il balletto o la musica classica. Questo è un peccato, ma nello stesso tempo dobbiamo ricordare che la cultura alta è sempre stata confinata a piccoli gruppi elitari. Fin quando continua a esistere, si può vivere anche con tutta la spazzatura commerciale.
Quali sono le prerogative di questi diversi mezzi espressivi e in cosa rispettivamente eccellono o sono insufficienti?
La letteratura può esprimere una vita interiore che è molto difficile comunicare con le immagini. Non credo tuttavia che la letteratura sia una forma d’arte superiore al cinema: ci sono cose che puoi fare con una pellicola o su un palcoscenico che sono difficili da realizzare compiutamente in un romanzo. Un film di Bergman, Ozu o di Bunuel può mostrare le emozioni umane, i paesaggi e le città in un modo che una descrizione scritta non riesce a fare. Io non sono tra coloro preoccupati che la cultura dell’immagine – e perfino l’intelligenza artificiale – renda impossibile il raggiungimento della grande arte. Gli artisti troveranno sempre il modo di esprimersi con i nuovi medium come hanno sempre fatto.
Da europeo, come commenta il fatto che la quota di mercato dei libri non di lingua inglese negli Stati Uniti è solo del 4 per cento?
Coloro che parlano l’inglese in realtà hanno un handicap: sono così tanti che non sentono il bisogno di imparare un’altra lingua. E’ una debolezza, non perché non sia possibile creare capolavori in inglese, ma perché il monolinguismo priva una persona del privilegio di vedere l’esistenza da un punto di vista culturale differente: neanche le traduzioni possono fare molto a riguardo. Una persona civilizzata dovrebbe padroneggiare almeno due lingue, e una cultura che non incoraggia a imparare le lingue straniere non è una cultura civilizzata.
Lei è olandese dal lato materno, inglese e tedesco da quello paterno, e vive da molti anni negli Stati Uniti: cosa ha rappresentato questo paese per la sua vita e la sua carriera?
Sono cresciuto in un paese occupato dei nazisti, e ho una naturale tendenza a idealizzare gli Stati Uniti. All’epoca, quando l’Europa era caduta nelle barbarie, l’America – al netto delle sue ovvie storture – rappresentava la libertà, la democrazia e l’apertura. Si trattava ovviamente un cliché ma non era interamente falso. I Paesi Bassi sono stati liberati principalmente da americani, canadesi e inglesi. La mia trisavola materna, ebrea, era immigrata dalla Germania in Gran Bretagna. I miei nonni ebrei da parte di madre nati a Londra, sentivano che le loro vite erano state salvate da Churchill e Roosevelt. Oggi vedo con profonda tristezza questi valori che un tempo idealizzavo calpestati proprio dagli Stati Uniti.
Come ha visto cambiare il paese con l’Amministrazione Trump?
Gli estremisti di destra europei tendevano a considerare gli Stati Uniti come una società liberale e superficiale, popolata di immigranti senza radici. Ora con Trump sono gli Stati Uniti a odiare gli emigranti, esaltare il sangue e il suolo nazionale e vedere l’Europa come decadente, liberale e piena di emigranti senza radice. Questo capovolgimento è profondamente inquietante per qualcuno che è nato all’ombra della Seconda guerra mondiale.
Ritiene che anche il razzismo sia cambiato in questi ultimi anni?
Il razzismo è sempre stato parte della vita americana, ma dalla metà del XX secolo è stato fatto molto per migliorare la vita di gente che era stata trattata brutalmente a causa del colore della loro pelle. Uno dei maggiori elementi di forza di questo paese è sempre stata l’apertura nei confronti degli immigranti che cercavano opportunità per le loro vite e contribuivano con i loro talenti alla società americana. Senza i flussi continui degli immigranti gli Stati Uniti sarebbe rimasto un luogo arretrato e con uno sguardo limitato. Questo rigurgito di razzismo nei confronti della gente di colore e l’ostilità verso gli emigranti impoverirà gli Stati Uniti da un punto di vista culturale, sociale, intellettuale e materiale.
Chiedo a tutti i miei interlocutori e se Trump sia un’eccezione o un’inevitabile conseguenza rispetto a quello che è l’America.
Così come diversi paesi negli anni trenta avevano diverse varietà di fascismo, i demagoghi hanno le caratteristiche della cultura dalla quale provengono. Donald Trump sembra la caricatura dell’americano: parla a sproposito e volgarmente, è ossessionato dalla celebrità, non riesce a non vantarsi di quanti soldi ha fatto, è un truffatore che vende fantasie e bugie, e un uomo d’affari corrotto che vede ogni cosa in termini di interessi finanziari. Tuttavia, non è affatto il tipico presidente americano: per quanto possa essere stato venale e disonesto nessun presidente è stato mai tentato di distruggere ogni cosa che ha reso l’America grande, specialmente il suo sistema democratico. E tutto ciò viene fatto con l’intenzione di “rendere l’America di nuovo grande”.
C’è qualcosa che apprezza di Trump?
Nulla.
Lei ha vissuto da vicino alcuni eccessi della cultura woke: non crede che Trump ne rappresenti in qualche modo una reazione violenta e barbara?
Come tutti i demagoghi populisti, Trump soffia sul risentimento popolare nei confronti delle élite culturali e sociali. Tutto ciò è molto potente in un periodo di grande confusione, nel quale la gente sente di non avere il controllo sulle proprie esistenze e ha perso ogni speranza di miglioramento. L’ottimismo americano fondato sulla convinzione che qualcuno possa migliorare la propria vita attraverso il duro lavoro – il Sogno americano – si è trasformato nell’odio nei confronti delle persone con maggiore istruzione, abitano nelle grandi città e vivono meglio di molta gente che risiede nel cuore dell’America, dove si chiudono le fabbriche, il tasso di occupazione aumenta, come anche l’uso delle droghe. Dal momento che il woke è un fenomeno prettamente dell’élite, ed è potente nel mondo delle arti e nelle università, il disprezzo dell’élite si può leggere anche come un fenomeno anti-woke. Tuttavia il woke in sé non riesce a spiegare tutto ciò: l’odio è per la gente associata a queste idee.
E’ d’accordo con chi dice che la sinistra è diventata sempre più elitaria?
Sì. Questo è avvenuto da quando i partiti della sinistra – non solo americani – sono diventati sempre più preoccupati di questioni sociali e culturali che hanno a che fare con la razza, il genere e la sessualità piuttosto che con gli interessi economici e politici della classe operaia. In parte questo avviene perché nei paesi più sviluppati il vecchio proletariato industriale si sta rimpicciolendo, e come risultato abbiamo partiti di sinistra dominati dalle preoccupazioni dei liberal urbani. La sinistra non ha le stesse preoccupazioni nei confronti di un intero mondo di lavoratori che si sente dimenticato.
Ritiene che sia a rischio il concetto di terra della libertà di cui parla l’inno americano?
Sì. La democrazia liberale crolla quando non c’è un numero sufficiente di persone preparate a difenderla. Le istituzioni democratiche non dipendono solo dalle leggi ma anche dalle norme sociali. Quando un presidente sceglie di ignorare o addirittura attaccare queste norme, così come le regole della legge, la libertà finisce.
Qual è il ruolo dell’intellettuale e dell’artista in una situazione del genere?
Io non credo che gli artisti debbano produrre del lavoro politico o trasformarsi in attivisti politici. Devono però continuare a combattere per la loro libertà di realizzare arte nella maniera che ritengono. Questo non è mai stato facile, ci sono sempre stati limiti sociali e politici. Ma in un momento di crisi politica, gli artisti dovrebbero rendere chiara la loro dedizione alla libertà di espressione.
Qual è la sua reazione all’elezione di Zohran Mamdani?
Non condivido le sue idee politiche, ritengo che alcune siano ingenue. Ma sono felice che sia stato eletto sindaco. Per sopravvivere il Partito democratico deve rinnovarsi, il suo establishment sta diventando vecchio stanco e, sì, elitario. Mamdani è riuscito a infondere molto entusiasmo, e la sua decisione di focalizzarsi sull’economia e non sui dogmi razziali e culturali è stata un’ottima scelta. Se avesse perso le elezioni contro una figura del vecchio establishment ci sarebbe stata un’enorme disillusione, soprattutto tra i più giovani, e la salute della democrazia americana si sarebbe deteriorata ulteriormente.