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Una critica

Scegliere la teoria dell'assenza del libero arbitrio, il paradosso pre-determinista

Michele Silenzi

Se non esiste un individuo che sceglie, allora tutti gli uomini sono uniformabili chimicamente verso “l’unico bene” rappresentato dalla minor sofferenza per tutti. Se siamo pre-determinati, non ha senso pensare di preservare una qualche specificità individuale. Una critica all’ultradeterminismo di Sapolsky e Singer

Robert Sapolsky è un biologo americano di Stanford molto conosciuto per sostenere una tesi tanto semplice quanto radicale: il libero arbitrio non esiste. Non si tratta di una tesi nuova, ci si interroga sull’argomento dall’inizio della storia del pensiero, ma Sapolsky l’ha, per così dire, aggiornata nel suo recente libro Determined. Il biologo sostiene, in estrema sintesi, che siamo pre-determinati da sempre, che la nostra storia evolutiva che ha dato forma al nostro cervello sia ciò che vi è davvero di decisivo. Saremmo macchine biologico-chimiche che possono avere delle variazioni rispetto alla propria storia evolutiva solo in base agli influssi dell’ambiente in cui cresciamo. In sintesi, noi non decidiamo nulla perché, semplicemente, non possiamo. Si diventa ciò che si è per via di due fattori su cui non abbiamo alcun controllo: la nostra biologia e l’ambiente in cui siamo gettati, e semplicemente non c’è spazio, tra questi due moloch, per quello che chiamiamo libero arbitrio.

 

Risulta abbastanza chiaro come le conseguenze di una simile teoria siano importanti sul piano teorico, e dirompenti su quello pratico. Nessuno sarebbe davvero responsabile delle proprie azioni. Non ci sarebbe reale “accountability” per ciò che facciamo, saremmo strutturalmente “innocenti” in quanto ogni nostro gesto è l’esito necessario della nostra biologia e del nostro ambiente. In una tale ottica, noi, come singoli, esistiamo solo come derivazioni ereditarie di ciò che è stato. Di fatto, quindi, non esistiamo perché saremmo incapaci di compiere l’atto per eccellenza che ci specifica come liberi: la scelta. Se siamo pre-determinati non possiamo fare alcuna scelta, non abbiamo mai avuto scelta. Tuttavia, aggiunge Sapolsky, non siamo solo macchine biologiche. Siamo le uniche macchine biologiche che sanno di essere tali, e che possono capire dove sono i “bottoni” da spingere nel nostro organismo per comportarci in un modo o nell’altro. Come macchine siamo manipolabili così da poter raggiungere modalità di esistenza e convivenza che siano le migliori possibili per il maggior numero. Ma come o chi stabilisce quali siano le modalità migliori? Chi sceglie? E qui sta il vulnus del ragionamento di Sapolsky.

 

Peter Singer è un filosofo morale estremamente influente che si caratterizza per un profondo anti specismo (ha molta simpatia per gli animali e molta poca per gli uomini) e per un radicale utilitarismo fondato sul criterio secondo cui tutto ciò che soffre va ugualmente tutelato proprio in quanto sofferente. In tale ottica, il principio morale di base che dovrebbe sempre guidarci è quello di ridurre al massimo le sofferenze del maggior numero di esseri senzienti: umani, animali, etc. Qualche anno fa, un po’ come provocazione ma neanche troppo, si augurò che la farmacologia fosse in grado di sviluppare una sorta di pillola della bontà, l’empaten, che aumentasse il livello di empatia nelle persone così da farle entrare in risonanza con il potenziale dolore degli altri. Una strada, a suo avviso, per rimuovere un po’ di male dal mondo. Sulla questione dell’empatia, parola diventata praticamente sinonimo di “bene”, e sui suoi danni spesso catastrofici, rimando allo strepitoso libro dello psicologo Paul Bloom Contro l’empatia.

 

Ciò che qui invece è interessante notare è quanto l’idea di Singer converga con quella di Sapolsky. Se non esiste libero arbitrio, se non esiste decisione, se non esiste individuo che sceglie, allora tutti gli uomini sono “manipolabili”, modificabili, adattabili, uniformabili chimicamente verso “l’unico bene” rappresentato dalla minor sofferenza per tutti gli esseri senzienti: una generale uniformazione verso un mondo il cui unico scopo, la cui unica tensione morale diventa quella di ridurre il dolore. In fin dei conti, se siamo pre-determinati, non ha senso pensare di preservare una qualche specificità individuale, non ha senso valorizzare l’unicità di ogni persona se siamo solo macchine biologiche. Se siamo solo macchine biologiche non esistono “scopi più alti”, bisognerà semplicemente cercare di ridurre al massimo i danni potenziali della macchina.

 

Il problema, tuttavia, è che qualora si scegliesse di seguire la strada di Sapolsky-Singer si compirebbe un atto che già di per sé smentirebbe per intero l’idea ultra-determinista di Sapolsky, perché si farebbe una scelta. Essere nel mondo e non scegliere è impossibile, e ogni nostra decisione non può essere semplicemente il frutto della nostra storia evolutiva e del nostro ambiente, perché ogni scelta non cade nel vuoto, non è un assoluto, ma viene continuamente modulata dalle scelte degli altri, dal confronto con gli altri. E continuamente, nella vita di ciascuno che è sempre e per sua stessa natura una storia aperta, si avanza cambiando e si cambia avanzando, come fa un fiume che non può correre dritto verso il mare. Infatti, proprio tutti quei tornanti, che costituiscono le nostre scelte e quelle degli altri, sono precisamente ciò che rende unico, e imprevedibile, ogni corso di vita.

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