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La monogamia, un'eccezione nella storia (un po' come la democrazia)
Un’idea bizzarra che si è fatta strada negli ultimi secoli. Ma in Italia esisterebbero almeno 20 mila persone parte di famiglie poligamiche. Il libro del professor Marzio Barbagli
Era diventata virale tempo fa – e continua a girare nei reel – la clip di un giornalista che intervista un uomo col turbante, in qualche paese “esotico”, chiedendogli quante mogli ha. “17” risponde l’uomo serafico. “Io ne ho solo una”, dice il giornalista. E l’uomo col turbante inizia a ridere e lo prende in giro. “Ha solo una moglie!”, dice ai suoi amici, indicandolo e ridendo. La poligamia era un segnale, bandiera di diversità rispetto ai crismi che hanno tenuto in piedi l’occidente – pure i biondi mormoni con gli occhi azzurri vengono visti con scetticismo, e non solo perché suonano ai campanelli. Poligamia nel ’900 per l’uomo occidentale era barbarie subsahariana, era sottomissione al maschio, anti-femminismo massimo: donna come proprietà, come gregge, come harem. Pochissimi i casi di poliandria. Poi è arrivata l’ondata woke, e un tentativo di ribaltamento della “famiglia tradizionale” che, tenendosi comunque lontano dalle tante mogli del sultano, ha coniato il termine poliamore. Si può amare più di una persona, senza che l’altra sia gelosa? Esistono le throuple (tre + coppia) che vivono insieme in una casa – e ci si chiede come facciano coi comodini ai lati del letto. “Il poligamo è un altruista incompreso”, diceva Roberto Gervaso. Churchill invece lo vedeva come un inferno – perché ti ritrovi due suocere.
Ma per capire bene il prima, il mentre e il dopo, e il come si è formata questa idea così bizzarra di non sposarsi più persone contemporaneamente, è arrivato un testo, "Monogamia", del professor Marzio Barbagli (Il Mulino). Se Josiah Ober, studioso di Atene, ci ricorda che in fondo la democrazia nella lunga storia umana è un’eccezione, quasi una rarità, anche la monogamia in fondo la è, ci dice Barbagli. Avere un solo partner ufficiale è unico di certe zone del mondo e di certi periodi storici. Ma allora perché la monogamia negli ultimi secoli si è fatta largo? Forse perché non può esistere la democrazia liberale senza monogamia legale. Certo, fa parte del pacchetto di esportazione dell’occidente – come racconta dettagliatamente Barbagli, uno degli obiettivi dei missionari spagnoli nelle Americhe era proprio quello di convincere i nativi a optare per una sola sposa. Certo in una tribù dove si lotta quasi ogni giorno avere tanti cognati è come avere una piccola squad, un esercito personale. Le ragioni di queste abitudini sono spesso fatte per la sopravvivenza. Come in Nuova Guinea dove “l’ideale è di accumulare più mogli possibile, perché queste lavorano nei campi e si prendono cura dei maiali, un indicatore di ricchezza”. Per gli europei scioccati dell’illuminismo la cosa si spiegava sul falso assunto che al mondo nascessero più donne che uomini. Come scrive Barbagli, solo dopo il XII secolo la chiesa inizia a combattere “energicamente” la poligamia, sia perché si era convinti che il motivo fosse semplicemente il “piacere carnale”, sia perché, come ammoniva Tommaso d’Acquino, era un problema per la coesione delle famiglie. Ma è soprattutto nel Settecento, con il proto-femminismo liberale, che la questione assume il tono di difesa della donna dalle grinfie del satrapo. Ma oggi, leggiamo, in Italia esisterebbero almeno 20 mila persone parte di famiglie poligamiche – “famiglie clandestine, nascoste”. Certo, ci sono poi, come ricorda il libro, precursori del poliamore, come Max Weber, o Sarte e Simone de Beauvoir, e, da noi, Eugenio Scalfari, o la famiglia queer di Michela Murgia. Da barbarie a pratica per intellettuali e millennial.