Ansa
Esercizi di lettura /3
Le tare dello stato italiano e i diari di Bottai e Nenni
Dai commenti di Bismarck allo stupore dell’industriale Sinigaglia che al ministero trova “un caos fantastico”: i difetti, congeniti e di sviluppo, e la sfiducia costante nella burocrazia
Leggere è camminare nel tempo. L’ha spiegato molto bene il filologo, storico della letteratura e critico letterario Ezio Raimondi (1924-2014) in un libro intitolato proprio Camminare nel tempo (Bologna, il Mulino, 2015), una conversazione con Alberto Bertoni e Giorgio Zanetti, nella quale spiega che il mondo della letteratura è proprio fatto di letture e riletture. Ma il rapporto tra chi scrive e chi legge non è semplice. L’ha notato in un passaggio dello “Spirito delle leggi” Charles Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, meglio noto come Montesquieu, il quale, nel capitolo XX del libro XI spiega che vuole cercare nei governi moderati quale è la distribuzione dei poteri e calcolare in tal modo il grado di libertà di cui può godere ciascuno di essi, e aggiunge che, nello scrivere, non bisogna sempre esaurire un tema, a tal punto che non si lascia niente da fare al lettore e aggiunge che “non si tratta di far leggere, ma di far pensare” (il brano è in Montesquieu, De l’esprit de lois, Paris, Garnier – Flammarion, 1979, p. 326). Un altro suggerimento per gli scrittori è quello di Alberto Savinio (1891-1952), pseudonimo del fratello di Giorgio de Chirico, ingegno multiforme, che scrisse nel 1942 il suo capolavoro intitolato Narrate, uomini la vostra storia, con fantasiose biografie e invito alle confessioni. Alle strategie dello scrittore si affiancano quelle del lettore, che deve innanzitutto saper gestire il proprio tempo. E’ singolare che molte raccomandazioni di saper gestire il proprio tempo si trovino in ogni epoca. I latini: “pars vitae, quoties perditur hora, perit”, cioè la perdita di un’ora è la perdita di una parte della vita, una frase incisa sulla tomba di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716). Johannes Wolfgang von Goethe (1749-1832): “Wer vorsieht, ist Herr des Tags”, chi prevede è il signore dei giorni (Goethes Sprüche in Prosa. Maximen und Reflexionen, Leipzig, Insel Verlag, 1908, p. 118). Sul tema è tornato più tardi il teologo, filosofo e patriota Vincenzo Gioberti (1801-1852), nello scritto Del buon uso del tempo, in Crestomazia di Leopardi, Napoli, Morano, 1877, p. 362-362: “il buon uso del tempo è una delle prime virtù civili”; “l’uomo per riposarsi non ha d’uopo di oziare, ma solo di intermettere le varie operazioni, alternando l’una all’altra”; “chi non tiene sempre teso l’arco dello spirito imbrocca raramente nel segno”. Ammaestramenti, questi, seguiti dal filosofo Benedetto Croce (1866-1952), il quale, secondo la figlia Elena (1915-1994), che lo racconta nei Ricordi familiari (Firenze, Vallecchi, 1962, p. 15), “aveva orrore del perdere tempo”. Dopo questa introduzione sulla lettura e sulle strategie di scrittori e lettori, ritorniamo sul tema dello Stato, questa volta con riferimento all’Italia e con la stessa tecnica degli articoli precedenti, ispirati a un insegnamento di Michel de Montaigne (1533-1592) il quale ha scritto che “le api saccheggiano i fiori qua e là, ma poi ne fanno il miele che è tutto loro; non è più timo né maggiorana; così i passi presi da altri [l’autore] li trasformerà e li fonderà per farne un’opera tutta sua” (M. Montaigne, Saggi tr. it., a cura di F. Garavini, Milano, Adelphi, 2014, p. 199).
Quali sono state le tare originarie dello Stato italiano? Un osservatore di eccezione come Otto von Bismarck (1815-1898, primo ministro di Prussia dal 1862 al 1890, artefice della nascita dell’impero germanico e suo primo cancelliere), paragonando la nascita della Germania, immediatamente successiva, a quella dello Stato italiano e riferendosi a Crispi disse: “Io avevo dietro di me lo Stato e l’esercito, [lui] non aveva nulla”. Francesco Crispi (1818-1901), chiamato a governare la Sicilia dopo lo sbarco di Marsala, è costretto a scrivere un manuale di consigli per gli amministratori comunali su come riformare l’amministrazione locale. Ma egli stesso ebbe una fiducia esagerata nella capacità delle leggi e delle istituzioni di plasmare le persone per cui, fatta l’unità d’Italia “si vedevano ancora le cuciture dell’unione” (C. Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, Bari, Laterza 2000, p. XVI, 71 e 72, 360). Dopo un cinquantennio, vi era ancora una forte sfiducia nello Stato, sia nella sua burocrazia, sia nella politica. Oscar Sinigaglia (1877-1953), che ha organizzato l’industria siderurgica italiana, nel 1918 va al ministero delle Armi e munizioni e osserva: “Ho trovato un caos fantastico: i contratti erano fatti a prezzi pazzeschi, i fornitori non venivano pagati per arenamento di tutte le pratiche amministrative”; aggiunge che lo Stato formava i contratti senza entrare affatto nel merito dei costi di produzione. Avendo notato “l’insipienza organizzativa del governo”, Sinigaglia chiede l’esclusione quasi completa della burocrazia dallo svolgimento del lavoro, per impedirle così di rovinare il Paese e si allinea alla posizione di Nitti, convinto della necessità di metodi speciali, all’infuori della burocrazia e delle vigenti norme per la contabilità di Stato (L. Villari, Le avventure di un capitano di industria, Torino, Einaudi, 1991, p. 34 e 41-44). Anche nel fascismo domina la sfiducia nella burocrazia e nella politica. Mussolini lamenta la “prodigiosa potenza legiferatrice della burocrazia”. Bottai osserva che al Consiglio dei ministri “i provvedimenti di maggiore rilievo arrivano all’improvviso. Si compra il silenzio con la sorpresa”. E riferisce che nel 1941 Mussolini avrebbe affermato “farò vedere agli italiani come si governa coi soli direttori generali” (G. Bottai, Diario 1935-1944, a cura di G. Bruno Guerri, Milano, Rizzoli, p. 115, 183, 248). Il fascismo però aggiunge alla burocrazia tradizionale una nuova burocrazia, quella corporativa, il cui funzionamento viene illustrato da Felice Guarneri (1882-1955), ministro degli Scambi e delle valute dal 1937 al 1939: “Le domande di importazione delle ditte vengono presentate alla federazione di categoria; le federazioni le trasmettono alla Sovrintendenza, dove vengono esaminate da dieci giunte con rappresentanti di categoria, che fissavano i contingenti di importazione per ciascuna classe di merce e le federazioni poi ripartivano il contingente tra le ditte”.
Sopravviene la Repubblica e non fa passi avanti. Nel 1963 Nenni osserva nei suoi diari che la Democrazia Cristiana “ha modellato a propria immagine gli alti gradi della burocrazia” e “creato una infinità di enti”: “Non si sa se la Democrazia Cristiana controlli più che essere controllata”. Nel 1964 lamenta la “subordinazione degli uffici pubblici ai monopoli” e “l’inefficienza tecnica dei servizi pubblici di tutela e di controllo”, nonché le insufficienze organiche dell’amministrazione dello Stato”; riferisce che Tremelloni critica l’amministrazione “vecchia, ammuffita, con amanuensi nell’epoca della meccanografia”. Che la Gescal ha somme stanziate e non utilizzate nel “ginepraio delle leggi dei regolamenti e dei controlli, il risultato è la paralisi”. Nel 1966 aggiunge che “la riforma dello Stato, della finanza locale, del sistema previdenziale è ormai il maggiore problema del Paese”. “Ogni ministro vede il suo settore e basta. Il Consiglio ai ministri è in questo l’immagine del Paese” (P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Milano, Sugarco Edizioni, 1982, p. 311-312, 324, 327, 332, 356, 677, 322. Anche l’ambasciatore Egidio Ortona (1910-1996) segnala “l’inadeguatezza della burocrazia” (E. Ortona, Anni di America I La ricostruzione,1944-1951, Bologna, il Mulino, p. 5 e 358). Ma la classe politica non è da meno: Calamandrei osserva che essere deputati vuol dire trovare un impiego e lamenta trasformismo, “profittantismo”, psicologia elettoralistica dei parlamentari (Piero Calamandrei, Patologia della corruzione parlamentare (1947), ora in volume dallo stesso titolo, Firenze, Edizioni di storia e letteratura, 2017). Né è da meno il settore privato, come testimoniato da quella che era la più grande impresa italiana, la Fiat. Cesare Romiti (1923-2020), amministratore delegato dal 1976 al 1986, nel volume Questi anni alla Fiat, intervista di Giampaolo Pansa, Milano, Rizzoli, 1988, p. 17, 19, 56, 63, 147, osserva che quella aziendale era una cultura di ingegneri, mentre mancavano la cultura della gestione e i controlli sistemici. Lamenta che la struttura interna era di tipo divisionale e non vi erano vere e proprie società con autonomia di gestione, elenca inconvenienti quali numero eccessivo di dipendenti, assenteismo elevatissimo, malattie, ritmi di lavoro troppo bassi e automazione appena abbozzata, arretratezza dei sistemi di produzione, scarsa produttività, impossibilità di trasferire operai da una linea all’altra. Insomma, una fabbrica rigida invece che una fabbrica flessibile. Tutto questo fa pensare che i problemi nelle strutture pubbliche e quelli delle strutture private fossero della stessa natura e che gli uni e gli altri dipendessero da fattori culturali e antropologici delle diverse strutture e dall’assenza di una cultura gestionale nel Paese.
Giuseppe Bottai, Diario 1935-1944 (a cura di G. B. Guerri), Milano, Rizzoli, 1982, p. 140, 211, 248.
25 gennaio 1939 – Il 19 scorso è consegnata a Mussolini la mia relazione sulla riforma della Scuola. Questa sera, sono andato a ritirarla. Lietissima accoglienza. La mia proposta di formulare una serie di dichiarazioni sulla scuola, suoi principi, metodi e funzioni, gli garba. “Faremo la ‘Carta della Scuola’. Così il Regime avrà tre ‘carte’: del Lavoro, della Razza, della Scuola”. Sono contento, che egli abbia fatto sua un’idea, ch’io avevo più suggerita che espressa. “Ma stammi attento – mi dice. – Passami un esame”. E descrive a grandi tratti la Scuola quale risulterà dalla riforma, per dimostrarmi di aver letto. Gli piace molto l’inserzione del lavoro manuale in tutti gli ordini di scuola. “Se ho ben capito – mi fa – tu vuoi, che anche i ‘signorini’ imparino a sporcarsi le mani. Mi piace!” Infine mi dà l’ordine di preparare la carta. Si viene a parlar della questione della razza. E’ colpito dalle informazioni avute – dopo i viaggi di Franzi a Londra – sull’evolvere del razzismo tedesco dall’impostazioni biologiche, materialistiche, alle spirituali. “Del resto – dice – Hitler ha sempre visto il problema della razza come un problema di spirito. Mi ricordo, che la sera di Firenze se ne uscì in questa affermazione: ‘Io mi sento più affine a un giapponese eroico, che a un tedesco vigliacco’. Ci ho ripensato, dopo, a questa frase. I valori morali trascendono i valori puramente biologici”. Poi, mi mostra fotografie di Legioni, venute a Roma per la prossima celebrazione. “Guarda quale razza ha creato il Fascismo”.
6 luglio 1940 – Consiglio dei Ministri. Un istituto in piena decadenza: i provvedimenti per la più gran parte v’arrivano di sorpresa, anche i meno importanti; e gli altri passano tra la disattenzione generale. Ormai, la burocrazia manda a macinar la sua carta a questo mulino senza pagare scotto. Governo di funzionari per interposti ministri, dove tutte le responsabilità, politiche e tecniche, s’elidono. Si potrebbe pensare, che vi si sostituisce la responsabilità personale d’un Capo. Ma neppure questo è vero, ché il Capo è costretto dalla moltitudine dei provvedimenti ad avallarli senza assumerli in proprio. Se le cose vanno bene, il merito è suo; se vanno male, la colpa degli altri. Così, praticamente, si attua la formula: “Mussolini à sempre ragione”.
21 gennaio 1941 – Vorrei ricapitolare i piccoli fatti di queste giornate così grandi pel mio spirito. Non riesco. La vita intorno è scolorita, non fa presa sull’attenzione.
Tuttavia, bisogna annotare la colazione di venerdì scorso, il giorno stesso dell’annuncio telefonico della mia partenza, nella casa rinnovata di Galeazzo, tra cineserie e marmi lustri. Anche Galeazzo à avuto l’imposizione di partire: e brusca pare. E ora dovranno partire tutti i membri del governo e del Gran Consiglio, insieme a un largo stuolo di minori gerarchi. “Farò vedere agli italiani come si governi un Paese coi soli direttori generali!”, à risposto il Duce alle obiezioni di Serena. Una risposta, io penso, data a lui, perché l’intendano quanti nel Paese pensano essere il concentramento dittatoriale dei poteri la prima causa dei mali di oggi: e mi torna a mente un disegno di legge, escogitato da Santi Romano e mandato da Russo a Grandi, col quale s’attribuirebbe al solo Primo Ministro il potere di presentare leggi alla firma sovrana e al parlamento. Un governo di burocrati intorno a un ministro proteiforme. La dittatura sale dalla larga base democratica lungo i fianchi della piramide e procede verso il punto fermo della sua cima: oltre quel punto incombe il cielo vuoto della solitudine senza il popolo e senza Dio. Mentre il più assoluto dei re procede sempre da Dio, che gli comanda di effondere le sue grazie nel popolo.
Pietro Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Milano, SugarcoS Edizioni, 1982, p. 460-462
12 marzo. Con 329 voti contro 222 la Camera ha respinto stanotte la mozione comunista di sfiducia nel governo. Il discorso di Moro è stato raffazzonato anche se come sempre equilibrato. Manca al presidente del Consiglio il dono della improvvisazione e quello della sintesi. Le dichiarazioni di voto sono state in generale mediocri e stiracchiate. Un solo tentativo di sintesi lo ha tentato De Martino. Ma è stanco, sfiduciato e irritato (e c’è di che) anche se ciò non ha nociuto alla serietà della sua dichiarazione.
13 marzo. Oggi 8-9 ore di consiglio dei Ministri per votare i tanto attesi provvedimenti anticongiunturali. Per stanchezza si è dovuto rinviare a lunedì il provvedimento relativo all’aumento delle pensioni. Il tutto prenderà la forma di decreto-legge. Non c’è probabilmente niente altro da fare se si vuole che i provvedimenti operino con immediatezza. Ma non c’è dubbio che il ministero si espone a un grosso rischio tenuto conto degli umori della Camera. Una novità nella discussione è stata introdotta da Fanfani. Egli è intervenuto con competenza e autorità parecchie volte. Prima era soltanto Pastore a introdurre critiche di carattere, dirò così, populista. Adesso lo fa Fanfani con molta maggiore concretezza. Può essere per me un importante atout. Sempre che si possa resistere e continuare. Se infatti i provvedimenti votati dovessero risultare inoperanti la fine del centrosinistra sarebbe inevitabile
15 marzo. Siamo al problema delle pensioni. Lo abbiamo esaminato in una seduta del consiglio dei Ministri durata sei ore. Alla fine abbiamo deciso il rinvio a domani proprio perché Moro non reggeva più. Non sta bene. Si tiene su con pillole e cognac. Mi ha lasciato capire stanotte che ritiene di non farcela più; che il rimpasto ha scontentato i gruppi; che si chiede se il meglio non sia ritirarsi. Gli ho detto che se voleva ritirarsi l’occasione era quella del mancato allargamento del rimpasto. Diversamente Saragat avrebbe il diritto di rimandarci alle Camere per chiedere un voto di fiducia. La fiducia, mi ha detto, ce l’hanno data venerdì alla Camera, ce la daranno dopodomani al Senato, ma in verità non c’è. Ho capito che dietro il suo abbattimento c’è la crisi del suo partito. Non solo Scelba non accetta la sua esclusione, ma non accetta, e molti altri con lui, l’ingresso di Fanfani. I fanfaniani stessi del resto sono scontenti perché per devozione al “capo” uscirono dal governo e adesso il “capo” è rientrato e loro sono rimasti fuori. Gli chiedo come si possa governare in un paese con una simile classe dirigente.
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