Howard Chandler Christy, “Scena della firma della Costituzione degli Stati Uniti”, 1940
Duecentocinquanta anni fa
Dieci padri da ricordare: fondarono l'America delle libertà
Coraggiosi generali e instancabili aiutanti, raffinati intellettuali e talentuosi scrittori. Santificati o dimenticati. Chi sono gli uomini che hanno contribuito a un esperimento rivoluzionario Le parole di Benjamin Franklin, perfette per l’èra trumpiana e i raid dell’Ice: “Chi baratta la libertà con la sicurezza non merita né libertà né sicurezza”
Era il 1776. Esattamente 250 anni fa un gruppo di proprietari terrieri – bianchi e maschi, si sottolineerebbe oggi per non cadere in tranelli – prese le idee illuministe, ci aggiunse un po’ di recupero classicista greco-romano e una sana dose di individualismo. Nacque così l’esperimento americano. In un momento in cui le potenze europee si spartivano il resto del mondo, tredici colonie al di là dell’Atlantico decidevano di staccarsi dal re “tiranno” Giorgio III e di diventare indipendenti. L’idea, in un mondo di monarchie, era creare una repubblica virtuosa, con poco potere centrale e molte libertà individuali, soprattutto di pensiero e di parola, e un sistema educativo che permettesse ai cittadini di saper stare lontani dalle trappole dispotiche. E’ servita la violenza, è servito impugnare le armi, allearsi con la Francia per liberarsi dal giogo inglese, dalle tasse ingiustificate e dai freni al libero pensiero. C’è chi non la chiama rivoluzione, perché non c’è stato uno stravolgimento di classi sociali, e in certi libri di scuola la si etichetta solo come “guerra d’indipendenza”. Ma a prescindere dai termini, le azioni di due secoli e mezzo fa hanno portato alla creazione di una nazione indipendente, al sovvertimento di un sistema e alla fondazione di un’ideologia di cui ancora sentiamo l’eco, per quanto costantemente minata.
Come diceva il barbone interpretato da Joe Pesci al personaggio di Gore Vidal, un professore, nel film With Honors, “i nostri padri fondatori erano dei fattori pomposi di mezza età, ma erano anche grandi uomini, perché sapevano quello che tutti i grandi uomini sanno: e cioè che non sapevano tutto. Non si vedevano come leader. Volevano un governo di cittadini, non di monarchi. Un governo di ascoltatori, non di conferenzieri”, con un presidente che è “un servitore del popolo”. Anche se la storia la fanno i popoli – o almeno così diceva Salvador Allende – non bisogna dimenticare alcuni individui che hanno messo in pratica le loro idee, con la spada, la penna e il coraggio, e anche qualche inganno. Sono in gran parte persone che, per quanto mitologizzate, leggevano il greco e il latino, scrivevano pamphlet, credevano nelle idee e nell’ottimismo per realizzarle, una classe dirigente da sogno di cui si sente la mancanza. E per quanto oggi si cerchi di ridimensionarle, nemmeno i critici più feroci ci riescono davvero, e non potendo affondarne le idee, si limitano ad attaccarne le statue.
George Washington, il generale che non voleva essere re
Non si può che cominciare da lui. Ragazzino amante della natura, spinto dalla famiglia a fare carriera nella marina, suo malgrado diventa il primo presidente e poi, dopo la morte, viene elevato a semi-divinità (nella rotonda del Campidoglio c’è l’affresco con la sua “apoteosi”). E’ stato il braccio della rivolta, lo stratega, il militare prestato alla causa repubblicana. Arrabbiato per come era stato trattato dagli inglesi nel loro esercito coloniale, cittadino di serie B perché nato in Virginia e non a Londra, si unisce ai gruppi che volevano cacciare il re. Nominato all’unanimità al secondo congresso delle colonie a Philadelphia, nel 1975, prende la guida della milizia americana che arriverà a circa 45 mila uomini. Scelto anche per motivi politici, perché il suo provenire dal sud avrebbe coinvolto di più i ribelli meridionali, fu anche per la sua compostezza, modestia e fermezza – ci dicono i testimoni – che ottenne il voto di tutti i delegati. A spada tratta guidò le offensive contro le giubbe rosse per i successivi cinque anni, fino alla vittoria. Secondo Jefferson non era un grande stratega sul campo, e spesso lasciava che i suoi sottoposti decidessero per lui.
Ma tutti concordano sul fatto che riuscì abilmente a tenere insieme un esercito rattoppato, fatto di privati cittadini, di bottegai, di immigrati, di agricoltori, di nativi, di afroamericani, di liberti, di gente così filo-democratica che voleva eleggere i propri generali per i singoli battaglioni. Washington tenne in piedi un esercito che rifiutava la disciplina classica dell’organizzazione militare, mantenendo viva la fiamma anti-britannica. Così come era stato scelto generale, cacciati gli inglesi verrà eletto presidente dai delegati, giurando in una cerimonia a Wall Street, a 57 anni. Dopo due mandati tutti lo pregheranno di restare, anche a tempo indeterminato. Ma, anti-monarchico fino alla fine, torna nella sua tenuta di Mount Vernon a occuparsi di piante e cavalli. Agli scolaretti fino a poco tempo fa veniva insegnato che non mentiva mai e che aveva denti di legno – in realtà portava una dentiera di osso di ippopotamo e avorio. Il suo volto è quello sulle banconote da un dollaro, le più usate negli strip club e nell’elemosina. E’ l’unico presidente a non aver mai dormito alla Casa Bianca.
Thomas Paine, il pamphlettista
Le rivoluzioni sono state fatte grazie ai pamphlet. E quella americana deve molto a Thomas Paine, che scrisse Common sense e lo sparse tra i coloni aizzandoli all’indipendenza. Nato in Inghilterra da una famiglia di quaccheri e anglicani, di Paine si è perso il peso che ha avuto all’alba del 1776. Se Jefferson è Hegel, Paine è Kant. La sua vita nel Norfolk era un continuo fallimento. Due brevi matrimoni andati male, nessun lavoro decente – il padre provò a inserirlo nella fabbricazione di corsetti – indebitato… Tutto andava per il peggio, finché a Londra non incontrò Benjamin Franklin, che gli disse: vai a trovare fortuna in America. Un’America che allora era solo un gruppo di colonie scontente per la tassazione reale. Se la rivolta dei coloni inizia perché non vogliono più pagare le tasse, è grazie a Paine che l’indipendenza diventa l’obiettivo principale. Non ha studiato, ma nei suoi scritti si trova un po’ di Locke e un po’ di esperienza rivoluzionaria inglese seicentesca. Lui, che quanto parte in nave ha 37 anni, vede nell’America la possibilità che nasca una nazione basata sulla ragione e sul consenso popolare. Un sogno concretizzato in cui i diritti naturali – eguaglianza e libertà – stanno alla base della cosa pubblica.
Nei suoi pamphlet consiglia di chiamare il paese Stati Uniti d’America, sostenendo che “la causa dell’America è in grande misura la causa di tutta l’umanità”. Più povero di tutti i founding fathers, donò tutto quello che aveva all’esercito. E Adams – anche se Paine gli stava sulle scatole, così come a Jefferson – scrisse di lui: “Senza la sua penna la spada di Washington sarebbe stata alzata invano”. Andrà poi in Francia e vicino ai girondini, sarà parte della Convenzione quando verrà dichiarata la Repubblica francese (ma resterà contrario all’esecuzione di Luigi XVI). In pochi si ricordano di lui, e Theodore Roosevelt lo definirà “un piccolo sporco ateo”. Il dipartimento degli Interni sta valutando una proposta per creare un suo memoriale a Washington Dc. C’è una sua statua nel New Jersey. Durante le proteste anti-trumpiane “No Kings” del 2025, la gente citava delle sue frasi sui cartelloni.
Thomas Jefferson, l’intellettuale
Jefferson aveva trentatré anni quando scrisse la Dichiarazione d’indipendenza, documento fondativo che contiene la frase: “Tutti gli uomini sono creati uguali”, una bestemmia per l’epoca. Si parla di “diritti inalienabili”, come “vita, libertà e perseguimento della felicità”. Nel documento si dice anche che, quando un governo cessa di difendere queste libertà, è giusto abolirlo. Più che un addio all’Inghilterra, la dichiarazione del 4 luglio scritta da Jefferson è un manifesto di ciò che dovrà contenere la nuova nazione. Venne scelto lui come autore perché era il più abile con la penna. Era il più acculturato, lettore fortissimo – leggeva in greco, latino, italiano, spagnolo, francese, tedesco e antico sassone – e bibliomane; quando la neonata Library of Congress verrà incendiata dagli inglesi, lui venderà la sua biblioteca personale per rimpiazzarla (coi soldi, si comprerà altri libri). Soffriva di emicranie e nella sua tenuta di Monticello c’è una stanza completamente buia, con le pareti nere. Si interessava di botanica, di fossili e fu lui, golosone, a diffondere il gelato nel nuovo mondo. Inventò anche una macchina per fare i maccheroni. Vedovo, si pensa abbia avuto varie amanti e concubine tra le sue schiave.
Diventerà il primo segretario di stato e il secondo presidente americano – nella sua biografia Christopher Hitchens lo chiama “il re filosofo”. Commentatore della Bibbia, a leggere i suoi scritti il trumpismo appare la cosa più distante possibile dal sogno jeffersoniano. Vuole una confederazione di stati in cui il governo centrale abbia il meno potere possibile. Invece di restare un’icona anti-Maga, però, per via degli schiavi gli iconoclasti rabbiosi di Black Lives Matter hanno buttato giù le sue statue. Scrive Hitchens che, certo, non vogliamo santificarlo, “perché le canonizzazioni le lasciamo ai fanatici”, ma nonostante le sue contraddizioni, “possiamo dire con sicurezza che il suo ricordo ed esempio durerà molto a lungo, mentre i pigmei che cercano di cancellarlo verranno subito dimenticati”.
James Madison, il papà della Costituzione
Madison è l’autore della Costituzione. E quello che ha messo insieme i pensieri mediando tra le varie anime dei gentleman-agricoltori, tra illuministi e federalisti. Come la Costituzione, anche lui era scarno, magro, e molto basso. Giocava a scacchi e leggeva Omero in originale. Da sempre cagionevole, non potendo entrare nell’esercito darà il suo apporto alla causa con le sue doti di giurista. Il padre invece, colonnello e proprietario di piantagioni di tabacco, combatterà a capo di una milizia della Virginia. Mentre gli altri combattono, Madison jr. si concentra sul dare forma a un testo costitutivo asciutto e leggero, perché non si sa cosa accadrà in futuro, e bisogna essere flessibili, mantenendo però un equilibrio tra i poteri per evitare tirannie – il caro vecchio checks and balances che oggi salva l’America.
“Se gli uomini fossero angeli”, diceva, “nessun governo sarebbe necessario”. Credeva in uno stato minimo, e nella necessità di istruire il popolo perché tutto funzioni bene. Come membro del primo congresso dei coloni, prima di scrivere la Costituzione, si adopera senza sosta per portare Washington alla Convenzione che lo avrebbe eletto generale, e per convincere altri delegati a unirsi, invece di lottare divisi contro gli inglesi. Timido e per nulla teatrale, migliore amico e poi segretario di stato di Thomas Jefferson, si candiderà su sua pressione alla presidenza, diventando il presidente numero quattro, anche grazie alla socievolezza della moglie Dolly che trova molto più gusto negli eventi della campagna elettorale. Lui e Dolly amavano il gelato – il gusto preferito della first lady era “ostrica”, che allora andava nel New England, come del resto l’amico Jefferson. Il luogo più celebre che ricorda il padre della Costituzione è il Madison Square Garden, dove giocano i New York Knicks e dove si fanno i concerti di Billy Joel.
Alexander Hamilton, l’irascibile tuttofare
A dire “Hamilton” oggi, si pensa subito al musical di Lin-Manuel Miranda che ha fatto impazzire il mondo qualche anno fa. Quella versione rap hip-hop della vita di uno dei founding fathers, narrata dall’uomo che lo ucciderà in duello, Aaron Burr, che ha esaltato le prof di storia delle medie. Quando Alexander Hamilton era nominato, invece, durante la guerra d’indipendenza, si pensava subito all’aiutante di campo di George Washington. Per lui il generale fu, secondo molti storici, una figura edipica, dato che aveva perso il padre giovane. Hamilton sul campo era efficiente, organizzava tutto, scriveva la corrispondenza, era instancabile e ambizioso. E dopo averci preso la mano iniziò anche ad avere idee tattiche, ad esempio quella di promettere agli schiavi del South Carolina di combattere al loro fianco in cambio della libertà una volta finita la guerra. “Diamogli la libertà, insieme ai moschetti”, disse. Il primo presidente ripagherà i servigi di Hamilton nominandolo segretario del tesoro (anche per questo è sulla banconota da dieci, uno dei pochi non-presidenti a figurare sui verdoni). Il sistema macroeconomico americano, ancora oggi, si deve molto all’impostazione disegnata da Hamilton. Era un immigrato, nato nelle Indie occidentali da madre francese e padre scozzese, mercante e uomo losco.
Praticamente abbandonato, a quattordici anni legge Demostene e inizia a lavorare, ma la sua precocità intellettuale e la sua ambizione vengono notati dal prete di Saint Croix, che raccoglie fondi per mandarlo a studiare in America, dove entra in quella che poi sarà la Columbia University. L’anno dopo scrive un pamphlet indipendentista in cui delinea, in modo profetico, le difficoltà inglesi nel combattere le milizie. Ha solo vent’anni, è il 1775. Sia Adams che Jefferson lo detestavano. Il primo lo definiva: “Il moccioso bastardo di un venditore ambulante scozzese”. Jefferson odiava quella sua energica spinta a creare un repubblicanesimo centrale che avrebbe diminuito il potere dei singoli stati. Hamilton avrebbe quasi voluto un re-presidente con pochi limiti. Trump, se leggesse i suoi scritti, ne adorerebbe la visione, in cui il Senato è quasi sostituito da una House of Lords di fedelissimi. Morirà in duello contro Burr, vicepresidente di Jefferson. Burr era stato ferito nell’orgoglio perché Hamilton aveva parlato male di lui provando a ostacolarne la carriera politica.
John Jay, il founding father dimenticato
John Jay, secondo il biografo dei geniacci Walter Isaacson, è underrated, cioè sottostimato, perché ogni ramo del governo statunitense deve qualcosa alla sua visione. Ma è soprattutto la Cia a riconoscergli un ruolo, come “il primo capo del controspionaggio americano a livello nazionale”. Organizzò e gestì la rete di spie necessaria per organizzare la ribellione e vincere la guerra contro gli inglesi. Andava d’accordo sia con Hamilton che con Adams – che lo definisce “il più importante di tutti noi” – e quando Washington forma il primo governo gli dice: scegli la carica che vuoi e sarà tua. Jay sceglie la Corte suprema. Strenuo difensore della proprietà privata come base per una società funzionale, Jay sottolinea nei suoi scritti “quella fortuna” del popolo americano di poter scegliere una forma di governo che preferisce, invece di ereditare una monarchia.
L’abolizionista del primo Novecento George William Curtis scriverà nel suo Manuale di patriottismo che Washington aveva scelto con sagacia gli uomini adatti per tenere in piedi il nuovo sistema americano: “Hamilton la testa, Jefferson il cuore, Jay la coscienza”. Vero newyorkese benestante, Jay aveva studiato legge e fatto carriera. Come Benjamin Franklin inizialmente fa parte della scuola dei negoziatori, di quelli che pensano che con la madrepatria inglese si possa dialogare e trovare semplicemente un modo per pagare meno tasse, senza alzare i fucili. Cambia idea quando i soldati del re iniziano a essere violenti. Diventerà governatore del suo stato passando una delle prime leggi antischiaviste (anche se lui, di famiglia, possedeva schiavi). Scelto come diplomatico, andrà in Francia e sarà uno dei negoziatori – secondo i presenti, il più abile – del trattato di Parigi che concluderà la guerra d’Indipendenza. Ricordato come calmo e pacifico, morirà in biblioteca a 83 anni.
Samuel Adams, il birraio filosofo
Molti conoscono il suo volto perché appare su una nota marca di birra – sponsor ufficiale dei Red Sox – che porta il suo nome. Questo perché Sam Adams eredita un birrificio dal padre, dilettandosi lui stesso come maltatore, con pessimi risultati. Fu altrettanto terribile e incapace nel suo breve lavoro di esattore delle imposte. Secondo cugino di John, anche lui educato ad Harvard, è convinto fin da subito che una “adirata e instancabile minoranza” che “accende focolai nelle menti degli uomini” può cambiare il mondo. Attivista indipendentista della prima ora dirà, il giorno in cui esplode la prima battaglia tra coloni e inglesi: “Ah, che gloriosa mattina è questa!”. Il suo fastidio per la tassazione inglese negli anni Sessanta del 700 è filosofico: “Chi sono questi qui per permettersi di tassarmi e dire a me cosa fare?”. E così immagina una nazione libera, non controllata da un’isola a migliaia di chilometri di distanza, ma basata sulle sue letture dell’antica repubblica romana, l’esempio più recente e consistente di democrazia disponibile. Una sua frase è entrata nel canone scolastico: “Se ami la ricchezza più della libertà, la tranquillità dell’asservimento al vivace cimento della libertà, vai in pace, cercati un’altra casa”.
Adams diventa un agitatore professionista in difesa dell’indipendenza, ed esce dal suo Massachusetts per la prima volta a 55 anni per partecipare alla Convenzione di Philadelphia. Fonda i Figli della Libertà, organizzazione carbonara anti-tassazione inglese. Adam Gopnik, in un suo ritratto sul New Yorker lo definisce un mematore, spargitore di vignette satiriche, un condivisore anche di mezze verità e di totali falsità, pur di convincere i coloni a ribellarsi. “Adams era incredibilmente opportunista nei mezzi e sorprendentemente idealista nei fini”, dice Gopnik. Secondo alcuni storici ci sarebbe proprio Adams dietro il Boston Tea Party, quel momento topico della ribellione in cui i cospiratori gettarono in acqua le 342 casse di tè. Scialacquatore, pessimo con le sue finanze, Sam Adams è tra le firme della Dichiarazione d’Indipendenza. Jefferson lo definisce “il vero uomo della rivoluzione”.
John Hancock, la grande firma
Tanto il suo autografo prende spazio sotto la Dichiarazione d’Indipendenza che in inglese “John Hancock” è diventato sinonimo di firma. Fu il primo a firmare il documento, con un grosso rischio, perché se lo avessero trovato lo avrebbero ingabbiato per alto tradimento. Benestante mercante di Boston, Hancock diventò forse l’uomo più ricco del New England quando ereditò il patrimonio del nonno armatore. Per via del suo status sarebbe stato comodo comodo nella cricca di facoltosi semi-aristocratici rimasti fedeli alla corona nella zona “bene” di Boston. Invece abbracciò la causa dei concittadini, i cugini John e Sam Adams. Anche lui educato ad Harvard, era quel giorno sul ponte di una delle navi della compagnia delle Indie orientali a gettare casse di tè nel porto di Boston. Quando gli sbirri provano a fermarlo, lui grida: “Lasciate che ogni uomo faccia ciò che è giusto ai propri occhi!”. Ma allo stesso tempo andrà poi ai funerali dei militari inglesi.
Una biografia recente scritta da Brooke Barbier lo definisce “un uomo moderato con un’influenza radicale, paragonabile a suo tempo solo a quella di Franklin e Washington”. Dopotutto usò la sua fortuna per finanziare l’esercito di ribelli. Era molto popolare in Massachusetts, e odiato dagli altri ricchi rimasti vicini a Re Giorgio, ma ebbe anche qualche disaccordo con Samuel Adams, che vedeva come troppo esagitato. “Era strano che un uomo del suo status passasse tempo con la gente comune”, scrive Barbier, “e regalava loro alcol e legna da ardere, prestava soldi e parlava di libertà nelle osterie”. Carismatico, morirà non molto dopo l’indipendenza, a 56 anni. Ora la sua firma è più famosa di lui, considerato uno dei padri fondatori meno celebrati, ma senza il suo cash e la sua energia si sarebbe fatto poco.
John Adams, il secondo presidente
“Sua rotondità”, lo chiamavano prendendolo in giro per via della sua forma a pera e la sua pancetta. Ogni mattina beveva un bel bicchierone di sidro, alcolico, per iniziare la giornata. Entrato ad Harvard quindicenne, nella fase carbonara scrisse pezzi propagandistici per promuovere la causa americana. Anche se attivo contro gli inglesi, da avvocato difese in tribunale i soldati britannici che avevano ammazzato alcuni coloni civili che protestavano contro la corona. Nessuno voleva difendere le giubbe rosse, ma lui credeva che tutti avessero diritto a una rappresentanza legale – dottrina di base, secondo lui, da instaurare nella nuova nazione. Aiutò Jefferson a scrivere la Dichiarazione d’Indipendenza, insistendo però che l’amico e poi rivale e poi di nuovo amico, doveva esser riconosciuto come unico autore. Fece in modo che le colonie avessero una marina militare, come supporto all’esercito, ed è considerato il più dedicato di tutti alla causa indipendentista.
Credeva che lo stato diritto dovesse essere più forte dei diritti dell’individuo (motivo per cui litigò con Jefferson). La Heritage Foundation, think tank alla base del Project 2025 trumpiano, lo definisce “il conservatore originario” in quanto promotore del bicameralismo e della separazione dei poteri. “Un governo di uomini, non leggi”, diceva, e oggi è visto come faro del costituzionalismo. Negli anni prima della Costituzione fu ambasciatore in Inghilterra e poi vicepresidente di Washington – anche se in quel ruolo si annoiava a morte – e poi secondo presidente (battendo Jefferson per tre voti elettorali). Primo a dormire alla Casa Bianca, avrà un figlio, John Quincy, che diventerà anche lui presidente. Per celebrarlo terrà un brindisi pubblico, durante il quale alzando il calice dirà: “Indipendenza per sempre”. Adams e Jefferson morirono lo stesso giorno, un 4 luglio, 50esimo anniversario della dichiarazione d’indipendenza. Le sue ultime parole furono “Jefferson sopravvive”, non sapendo che anche lui era morto poche ore prima. “Nessuno erigerà mai per me mausolei, statue e monumenti. Nessuno scriverà mai per me panegirici o generose orazioni per trasmettermi alla posterità con tinte brillanti”, in parte è vero, essendo un po’ il Buzz Aldrin della rivoluzione. L’hanno celebrato però con una bella miniserie, uscita per la Hbo, in cui è interpretato da Paul Giamatti.
Benjamin Franklin, l’inventore libertino
E’ il padre nobile e libertino dell’indipendenza americana. Ancora oggi Benjamin Franklin è nell’immaginario comune icona della genialità. Vero Renaissance man, diplomatico e inventore, scrittore e tipografo, generatore di citazioni virali, godurioso e pratico, rappresenta una versione primigenia dell’American dream. Figlio di un artigiano che produceva candele e sapone, studia poco ma legge molto, e per quanto sia convinto all’inizio che ci si debba andare piano – “non esistono belle guerre e brutte paci”, dice – capirà la necessità di combattere sul terreno gli inglesi. Quando sale il sentimento di indipendenza dopo le nuove oltraggiose tasse reali, è tra i principali responsabili dell’unità delle colonie. O si combatte uniti, o si perde. Fu lui ad assicurarsi l’aiuto francese, e i fondi di Parigi. Per questa sua missione nell’autunno del ‘76 viene mandato come ambasciatore in Francia, dove si diverte con Milf e pasticceria, godendosi gli ultimi momenti dell’ancien régime. La sua firma si trova su ogni importante documento fondativo della Repubblica. David Hume lo incorona come filosofo, l’unico che viene dal nuovo continente, dice, e molti lo celebrano come “primo americano”. Una sua frase può essere benissimo applicata ai raid degli agenti dell’Ice della seconda èra Trump: “Chi baratta la libertà con la sicurezza non merita né libertà né sicurezza”.
Franklin vuole applicare i principi della cristianità primitiva alla società. La libertà di pensiero ed espressione deve essere il fondamento. Da ragazzo crea nella sua Philadelphia dei Conversation clubs, che immagina come piccole agorà in cui gli amici possono discutere “sulla verità” – il New Yorker le definisce le antenate delle chat room. Scrive libri, tra cui un’autobiografia, e una serie di consigli, in forma di lettera, “su come scegliere un’amante”, che gira tutto sui pregi di avere una mistress più in là con l’età per vari benefici, tra cui il fatto che alla fine saranno “più grate!”. Nell’umiltà, diceva, “bisogna imitare Gesù e Socrate”. Sarà lui a spingere perché la nuova nazione usi la cartamoneta. Anche se non avrà mai grandi cariche politiche, il suo volto è sulla banconota da 100 dollari. Come cantava Puff Daddy: “It’s all about the Benjamins, baby”.
Racconto profetico
Thomas Bernhard, il nostro presente e il suicidio come una delle belle arti
Comici di lotta e di governo