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Racconto profetico
Thomas Bernhard, il nostro presente e il suicidio come una delle belle arti
Nel romanzo breve Amras, lo scritture austriaco conduce un'esplorazione perturbante su malattia, follia, solitudine e legami: tutte condizioni umane a cui è ben preferibile la morte. Racconto profetico attorno ad alcuni casi di cronaca
Il caso tragico accaduto la settimana scorsa a Perth, Australia, un padre e una madre si sono suicidati nella propria casa portando con sé due figli adolescenti autistici e tre animali, è giunto fino a noi a smuovere non proprio le coscienze ma certo le news e una certa significativa, inconfessabile fascinazione. Una vicenda ovviamente particolare, non replicabile, eppure in qualche modo paradigmatica. Vicina ad altre di cui con allarmante frequenza si ha notizia: per alcuni “tragedie” magari inevitabili, per altri qualcosa di più simile a “liberazioni”. I casi di suicidi condivisi di una coppia o in una famiglia, di suicidi offerti come viatico di pace a genitori anziani, o la soppressione di un figlio malato – nessuna legge “dopo di noi” o sui caregiver potrà mai reggere lo strazio di un abbandono, di una vita, la propria e dei propri cari, da cui liberarsi – non sono infrequenti. Suscitano emozioni diverse. Pochi giorni prima di Perth, tutta un’altra vicenda, si erano suicidati i genitori di Claudio Carlomagno, l’uxoricida di Anguillara. E qualcuno, a parte gli osceni insulti, ha detto “finalmente hanno pace”. Lo scorso anno in Spagna un tribunale ha dato ordine per l’eutanasia di una ragazza di 24 anni, nonostante l’opposizione legale del padre, sempre pace. Il doppio addio alla vita delle gemelle Kessler è stato accolto da un plauso commosso: è bello andarsene bene. Non si vuole qui parlare di eutanasia o di leggi ma ragionare sul suicidio in sé, diventato ormai, dopo secoli in cui in questa chiave era riservato alle classi elevate e intellettuali, un buon esito (exit strategy?) socialmente accettato.
La suggestione non viene però dalla cronaca, ma da un romanzo breve di Thomas Bernhard, Amras, scritto nel 1964 e che Adelphi ripubblica ora con il consueto, ineguagliabile, fiuto per l’emergere ben oltre il letterario di problematiche filosofiche più ampie. Amras è il sobborgo di Innsbruck dove vengono rinchiusi in una torre di famiglia – protetti, esiliati? – due fratelli adolescenti. La loro storia è particolare: i genitori si sono suicidati, e loro stessi avrebbero dovuto seguirli nella morte volontaria. Ma qualcosa non ha funzionato, i giovani in stato di incoscienza vengono salvati e nascosti da uno zio (o forse segregati e condannati a una inutile vita). Walter e K., sopravvissuti per sbaglio, saranno nascosti lì per sfuggire alle conseguenze legali assurde che li avrebbero internarti in manicomio in base alle “barbare norme sanitarie tirolesi”. Da qui parte il monologo di uno dei fratelli, l’altro malato di epilessia si suiciderà a sua volta. “Non volevamo più continuare, continuare a esistere, non volevamo essere più nulla”. Il giudizio sociale: “Noi approviamo il modo di agire dei nostri genitori, non lo condanniamo, a differenza dei giornali di Innsbruck e dei magistrati…”, “le speculazioni di vicini malvagi, questo spaventoso materiale di dicerie”. Il dolore infinito, senza alcuna pace diversa dalla morte: “Non riuscivamo, nemmeno temporaneamente, a liberarci dal dolore; ci veniva inflitto di continuo il più intollerabile dei dolori: il ricordo dei nostri genitori”. K. Riporta le “frasi di Walter”, il fratello epilettico. Aforismi: “La generazione che non ammira più nulla”, “la morte è così semplice”.
E’ Thomas Bernhard, si dirà. Questo testo scritto a 33 anni, poco dopo il più famoso Gelo, è un’esplorazione perturbante sulla malattia, la follia, la solitudine, i legami: tutte condizioni umane a cui, alla fine, è ben preferibile la morte, indagate con una profondità terribile. Ma qualcosa di quel fascino perturbante galleggia anche nelle nostre cronache, nei nostri commenti. Come uno specchio della percezione sociale. Il sudicio di cui è inevitabile dare la colpa a qualcuno (i medici, i parenti, le condizioni sociali), ma anche sempre più come una soluzione. Per Bernhard nulla è ironico, lui va a fondo: la vita come qualcosa di insopportabile, come condanna e il suicidio o la sua alternativa, la scomparsa (il romanzo finisce alludendo a una fuga dai manicomi), come unica via. Bernhard non ha la leggerezza del suo omonimo Thomas, l’inglese De Quincey, e il suo celeberrimo humor nero di L’assassinio come una delle belle arti. Del resto il fratellastro e medico che lo assistette tutta la vita, Peter Fabjan, smentì a più riprese la voce secondo cui lo scrittore avesse fatto ricorso al suicidio assistito. Ma basterebbe sostituire in De Quincey il sostantivo, “il suicidio come una delle belle arti”, per intuire perché ci sia sempre più spesso un plauso segreto, contro ogni riprovazione o possibile condanna, giuridica o anche solo etica, di fronte alla notizia di una scelta che un tempo si diceva “estrema” e ora è solo una buona uscita, una bella morte.
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