Joan Mirò, Il carnevale di Arlecchino, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo  

Naomi Klein e la mancanza di immaginazione culturale

Fascismo, surrealismo e rivoluzione: un sogno confuso e fuori misura

Alfonso Berardinelli

Tra suggestioni benjaminiane, ebbrezze surrealiste e richiami alla “rivoluzione” come mito liberatorio, l’antifascismo evocato da Naomi Klein rischia di trasformarsi in un esercizio onirico che scambia il sogno per politica e l’immaginazione per soluzione della realtà

Il numero di Internazionale della settimana scorsa ha offerto ai suoi lettori come pezzo forte, annunciato trionfalmente in copertina, un lungo testo di Naomi Klein intitolato Surrealismo contro fascismo, con il sottotitolo “Quando l’immaginazione diventa resistenza all’autoritarismo”.

Oddio, stiamo tornando alla Parigi del Sessantotto e alla sua parola d’ordine piuttosto vuota ma eccitante “l’immaginazione al potere”? Purtroppo direi proprio di sì. Con l’aggravante che mentre sappiamo piuttosto bene cosa sono il fascismo e l’autoritarismo, invece del surrealismo, gruppo e movimento d’avanguardia, possiamo pensare diverse cose, soprattutto se ne facciamo il sinonimo di ogni genere di immaginazione, da quella necessaria a capire la realtà fino a quella che nega la realtà per principio e così ci si perde nella fantasticheria.

Il discorso di Klein si apre con queste parole: “Il 18 ottobre 2023, undici giorni dopo l’inizio della campagna israeliana di annientamento di Gaza, mi sono concessa di provare qualcosa di simile alla speranza. Ero a Washington per quella che era stata annunciata come la più grande protesta ebraica in solidarietà con i palestinesi (…) quel giorno di ottobre, a Washington, di colpo ci siamo sentiti parte di un movimento di massa (…) Rivendicare la nostra identità ebraica era diventato urgente. Dopo gli attentati del 7 ottobre, i funzionari israeliani avevano dichiarato a gran voce l’intenzione di rispondere con una ferocia genocida. Ogni persona a Gaza sarebbe stata considerata colpevole (…) Le autorità promettevano di combattere non solo per difendere Israele, ma anche per proteggere gli ebrei di tutto il mondo da quella che definivano la minaccia imminente di un secondo Olocausto”.

La Klein ha scritto queste righe quando la striscia di Gaza è stata ridotta in macerie senza scrupolo, volendo sterminare anche i civili, bambini inclusi. Ma quella manifestazione di Washington del 23 ottobre 2023 non mostrava, secondo le sue parole, nessuna percezione degli orrori compiuti da Hamas pochi giorni prima, come se la decisione di reagire al terrorismo di Hamas fosse un inconcepibile crimine. Il 18 ottobre 2023 quella Jewish Voice for Peace sembrava priva di qualunque senso di realtà psicologica e politica. E’ davvero poco umano invocare la pace come risposta immediata agli atti di infernale ferocia compiuti contro civili israeliani, bambini inclusi. Ora che si sono visti gli effetti apocalittici della reazione ininterrotta guidata da Netanyahu se ne capisce la condanna, ma pretendere dalle vittime israeliane del 7 ottobre la volontà di pace è assurdo, ingiusto, impietoso. Dopo un eccidio programmato da Hamas con l’intenzione di eternizzare la guerra con inestinguibili istinti di reciproca vendetta, volere la pace è semplicemente irreale.

Non voglio entrare in questa discussione, non avendo la minima esperienza personale diretta di quel conflitto e di quella convivenza. Scrivo invece questo articolo solo per sottolineare la mancanza di immaginazione culturale di chi come la Klein oggi ripropone il surrealismo come antidoto alla realtà del fascismo e dei vari fascismi attuali. La Klein si appoggia all’autorità di un pensatore geniale come Walter Benjamin, che in un saggio del 1929 scopre il surrealismo francese e appare fin troppo accogliente e criticamente disarmato con il gruppo dei surrealisti e con il loro leader Breton, notevolmente autoritario. Il punto debole nella passione filo-surrealista di Benjamin è nel suo lato esoterico e mistico. Seguendo Benjamin, la Klein mette in programma un ritorno al surrealismo giustificandolo con una attuale necessità di radicalizzare senza limiti l’idea di libertà, identificando ebbrezza rivoluzionaria e rivolta, estasi profane, esperienze di surrealtà e sogni provocati dall’hashish e dall’oppio.

Oggi è davvero così necessario affidarsi al sogno per attivare “energie rivoluzionarie” antifasciste e antiautoritarie? E se invece l’idea rivoluzionaria ha il grave difetto di essere una specie di ebbrezza onirica, una “ondata di sogni”, un esperimento narcotico di gruppo o di massa? Secondo le parole di Breton, “il surrealismo è un automatismo psichico che tende a distruggere definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi ad essi nella soluzione dei principali problemi della vita”.

Risolvere i problemi della vita? Non è una promessa fuori misura? Tutte le rivoluzioni sono finite male, hanno prodotto nuovi autoritarismi. Il sogno della libertà è libertà o sogno? Dice Camus: “La rivoluzione per i surrealisti non era un fine che si realizzi giorno per giorno, nell’azione, era un mito assoluto e consolatore”.

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