letture

Roth e Zweig tra le ombre della storia che alla fine inghiottiranno entrambi

Marco Archetti

Verso il “suicidio dell’Europa”. Il carteggio, pubblicato da Adelphi, tra i due scrittori iniziato nel 1927 e terminato nel 1938

Quanta geografia, in questo epistolario che è Storia. Appena uscito per Adelphi, "Ombre folli, Lettere 1927-1938" documenta il carteggio tra Joseph Roth e Stefan Zweig in tempo di tragedia. I due erano molto diversi: Roth scontento e gastritico, febbricitante, ossessionato dall’Austria, immerso nel romanzo di sé stesso tra debiti, malattie e alcolismo; Zweig, nato tredici anni prima, più composto, forse più colto, un po’ affettato, cosmopolita garbatamente idealista – buoni consigli, buone maniere del pensiero, e l’impronta delle estati di famiglia trascorse nelle località termali.

“Ai primi di aprile sarò a Vienna”, scrive Roth nel 1929. “Forse riesco a incontrarla lì. Ma sarà deluso di me, sono taciturno, goffo, e ho un aspetto sgradevole”.

Entrambi ebrei, erano accomunati da un umore nomade della vita, e da un destino di esilio e disperazione storica. Nelle lettere che aprono questa raccolta, Roth accenna di essere di ritorno da un viaggio nell’Italia fascista, ma niente perle inedite – nei suoi reportage per la Frankfurter Zeitung irriderà i ritratti di Mussolini in “posa cesarea” e affosserà il nazionalismo italiano “privo di senso del ridicolo”, trattandolo come fenomeno estetico esclusivamente comico.

Ciò che colpisce già dalle prime pagine è la quantità di indirizzi che Roth fornisce a Zweig, allegandoli in calce a ogni lettera. Otto nel solo semestre tra luglio 1928 e gennaio 1929. E il ritmo non cambierà: Vienna (presso signor E.P.), Leopoli (presso signora H. von S.), Francoforte sul Meno (hotel), Marsiglia (hotel, il Beauveau, da cui scrive: “Domani parto per Vienna, poi sarò a Varsavia, poi a Berlino per consegnare il mio romanzo, quindi una settimana a Parigi, all’hotel Foyot. Dopo, non so cosa farò”).

Il Foyot è stato demolito nel 1938, il Beauveau esiste ancora oggi. Ed è proprio dell’albergo marsigliese che Zweig canta le lodi in stile riconoscibilissimo, il suo. “Caro Roth”, sospira, “devo ringraziarla per la Sua bella lettera proprio dall’hotel Bouveau, uno dei miei hotel preferiti, dove una volta ho lavorato per due settimane in una stanza al quarto piano con ottimi risultati. Dietro i vetri della sua finestra vedo il vieux port, con la linea dei carroponti di ferro, e sento lo strepito dei camion all’alba sul lastrico dissestato”.

Spesso Zweig certifica il proprio anti-narcisismo: “Sono l’unico tra gli scrittori di fama che cerchi di mettere un freno al proprio successo”, poi dichiara di sognare il Caucaso e l’India (“ma mi attira, più di tutto, la Persia”). E Roth: “Passati i diciott’anni non ho più abitato in una casa. Al massimo ospite di amici. Tutto ciò che possiedo sono tre valigie. Lavoro sotto l’assillo di un’unica necessità: quella materiale”. Poi la brutta notizia: “Trasformeranno il nostro amato albergo marsigliese in un hotel de luxe, non avrò più alcuna possibilità di tornarci”. Zweig lo riporta spesso alla ragionevolezza: “Lei percepisce troppo dolorosamente la sterilità dei momenti in cui interrompe il suo lavoro creativo.” Ma ammette: “Quasi mi vergogno di lei, di questa mia vita che scorre liscia”. E Roth: “Non voglio renderla triste, ma io lo sono sempre”.

Peccato solo che, in questo epistolario, di Zweig si possano leggere poche lettere, sebbene il suo ritmo di scrittura, a giudicare da quel che ne dice Roth, non fosse meno intenso. “La ringrazio di aver letto Giobbe. Ritengo superfluo averlo scritto. Non ho più alcun legame con questo libro. Ne sono stanco, come sono stanco di tutto”. Spesso, nel carteggio, compaiono reciproche, informali recensioni: Roth non sopportava i verbi sostantivati e alcuni costrutti del più tollerante Zweig. A volte si sconsigliavano editori, apostrofandoli senza mezzi termini. Frequenti le dichiarazioni d’amore: “Dio sa quanto ho bisogno di saperla vicino”, scriveva Roth. “La mia stanchezza saluta la sua”, rispondeva Zweig.

Ben presto, missiva dopo missiva, prendono corpo le ombre che inghiottiranno entrambi. “L’Europa si sta suicidando”, sentenzia Roth, “è il diavolo a governare il mondo”. E Zweig, siamo nel 1934: “Credo che la guerra sia prossima. Mi aggrappo a quest’ultimo brandello di libertà. Ogni mattina ringrazio Dio di essere in Inghilterra”.

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