dopo gli affetti

"Vita nova": il tassello necessario per riconoscere che cosa resta dopo una separazione

Michele Neri

Il libro di Louise Glück ci dice qual è la dolcezza della discesa dalla “vetta” quando, non più rapiti dalla concentrazione ansiosa sull’ascensione sentimentale, torna la parola, la memoria. E scoprire così quale continuità di sé possa esistere

Louise Glück pare talmente inscindibile dal proprio lavoro o così indifferente all’opera conclusa, da cercare la chiarezza anche dopo che l’ha trovata. Pensavi di aver letto tutto ciò che potesse scrivere sull’amare e sulla perdita, su come la consapevolezza della seconda non possa impedire al cuore di ricominciare ogni volta a fare a pezzi l’intelligenza; dopo Una vita di paese, Averno o Ararat, altre poesie non sembravano necessarie. Poi arriva Vita nova (a cura di Massimo Bacigalupo, pubblicato dal Saggiatore), ed è proprio il tassello necessario per riconoscere che cosa resta dopo una separazione, qual è la dolcezza della discesa dalla “vetta” quando, non più rapiti dalla concentrazione ansiosa sull’ascensione sentimentale, torna la parola, la memoria. E scoprire così quale continuità di sé possa esistere, dopo che quella particolare città di affetti e corpi e oggetti condivisi sia andata in rovina. Nella poesia Canzone per liuto dichiara che quando l’amore è finito, è il momento di trasformarsi in Orfeo, non più la musa. Chi crea dalle rovine: “Dal disastro mi sono fatta un’arpa/per perpetuare la bellezza del mio ultimo amore”. Per questo invoca Il cavallo alato: “Questo è il mio cavallo, Astrazione, / bianco-argento, colore della pagina, / del non scritto (…) Vieni dunque, Astrazione,/portami dove hai portato tanti altri, / lontano da qui, nel vuoto, / il pascolo stellato”. L’altro cavallo, quello della realtà, l’ha sfinita. La conoscenza l’ha stancata, ma finalmente, a valle dell’amore, si scopre capace di guardare il mondo.

 

 

Si aggira per quella nota città ora in rovina, in cui i vecchi dettagli sono presenti, ma non riconoscibili come un tempo: “Certo la primavera mi è stata restituita, questa volta / non come amante ma come messaggera di morte, eppure / è ancora primavera, è ancora data con tenerezza”. (Da Vita nova). E dove non ha più nulla con cui costruire, nemmeno il passato; studia allora come fa l’uccello a costruirsi un nuovo Nido: “Prendeva quello che c’era: / il materiale disponibile. Lo spirito / non bastava. / E poi tesseva come la prima Penelope / ma con un altro scopo. / Come tesseva? Tesseva / con cura ma senza speranza”. In questa Vita nova può finalmente ammettere che cosa fosse per lei l’attrazione; da Legge non scritta: “Curioso come ci innamoriamo: nel mio caso, assolutamente. Assolutamente e, ahimè, spesso – è stato così per me in gioventù. E sempre di uomini piuttosto immaturi – incompleti, cupi, o che timidi scalciavano foglie morte: alla maniera di Balanchine”. E capisce quanto fosse limitato e ugualmente necessario l’Amore terreno: quando le convenzioni costringevano il cuore dagli altri donato liberamente, “A rinunciare alla libertà: una consacrazione insieme toccante e fatalmente fallimentare”. Ma come anche il suo non rinunciare alla libertà, fosse illusorio: “Siamo tutti umani – ci proteggiamo come meglio possiamo, anche fino a negare l’evidenza, fino all’autoinganno. Come nella consacrazione cui accennavo”. E’ forse il perdono rivolto alle nostre illusioni, l’unico modo per trovare nella fine della storia una misura accettabile. O forse no, non esiste una misura accettabile. Una delle rare volte in cui Louise Glück ha accennato un giudizio sul proprio lavoro è stato nella raccolta Ricette per l’inverno dal collettivo, quando alla domanda che cosa pensi del tuo lavoro, risponde soltanto: non c’è abbastanza notte. “Di notte io posso vedere la mia anima”.

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