Ansa
A Montecarlo
Principato di Wagner. Fraseggio dell'orchestra, canto “in tono parlato”, regia: una “Valchiria” stupefacente
A Montecarlo va in scena il secondo capitolo della saga del Ring di Wagner, La Valchiria, sotto la direzione di Gianluca Capuano, un musicista intellettuale, o forse un intellettuale musicista, e con la regia di Davide Livermore
Già l’associazione Wagner-Montecarlo non sembra delle più immediate. Meno ancora, se in buca per Die Walküre ci sono i Musiciens du Prince, certo formidabili ma orchestra con strumenti d’epoca per HIP (Historically Informed Performance) per lo più barocche. Ma non è stata una Valchiria baroccata né taroccata: soltanto, diversa da quella cui siamo avvezzi, non necessariamente più “autentica”, aggettivo da prendere con le molle, ma sicuramente non più inautentica di quelle standard. Wagner non è da riscoprire, men che meno in questo 2026 che celebra i primi 150 anni del Ring con esecuzioni in mezzo mondo. Da ripensare, forse sì; questo, di certo, da risentire. Gianluca Capuano è un musicista intellettuale, o forse un intellettuale musicista, doppia natura di solito pericolosa in un mestiere che tende a premiare l’istinto. Qui ha fatto un lavoro straordinario. Il teatro, un’Opéra-Garnier bis molto più piccola di quella parigina e perfino più esuberante nel décor iperaccessoriato, buca con capienza massima di 80 strumentisti, si presta a un Wagner non miniaturizzato ma nemmeno gonfiato dai soliti estrogeni dell’epicità obbligata e della solennità a tutti i costi. I tempi di Capuano sono insolitamente spediti: del resto, Wagner confidava a Luigi II che quelli di Hans Richter, direttore del primo Ring completo nel 1876, erano troppo lenti (anche Verdi amava i tempi rapidi).
Però non è tanto questione di stacchi, ma di fraseggi, straordinariamente aguzzi, frastagliati, mobili, cangianti, tutti modellati sulla parola. I volumi orchestrali, fra organico ridotto e strumenti “originali”, sono ovviamente limitati; gli spazi della bomboniera vista mare, idem; sicché i cantanti per una volta non sono costretti a sbraitare full time per superare il muro di suono della buca. Non solo: vengono spinti da Capuano, con esiti variabili a seconda di disponibilità e consapevolezza individuali, a realizzare quell’indicazione di cantare “in tono parlato” di cui Wagner è prodigo e i suoi interpreti, di regola, pochissimo. Il risultato è stupefacente: Wagner come, letteralmente, non si è mai sentito. E naturalmente i momenti più sorprendenti sono quelli che di solito paiono pleonastici se non noiosi: i famigerati “raccontoni” degli antefatti, per esempio, o il duetto fra Fricka e Wotan, che mai come stavolta risulta una litigata da coppia scoppiata di teatro borghese (merito però anche di un colpo di genio della regia di Davide Livermore, che fornisce al boss degli dèi un sosia, evidentemente incaricato di sorbirsi le lamentale della moglie rompiValhalle).
Tornando alla musica, l’unico momento in quattro ore in cui mi è venuta voglia di un po’ più di “peso” è il finale del primo atto. Per il resto, un Wagner insolito ma coerente, pensato, convincente, “strano” ma per nulla “famolo strano”, che potrebbe anche costituire un precedente importante, benché non facilmente replicabile altrove. Compagnia scelta con cura. Spiccano Joachim Bäckström, il miglior Siegmund ascoltato da diversi anni a questa parte, ed Ekaterina Semenchuk, Fricka. Ma anche gli altri, Nancy Weissbach-Brunilde, Libby Sokolowski-Sieglinde (voce scura quasi da mezzo che si espande in acuti luminosissimi), Daniel Scofield-Wotan (un basso con pochi bassi), Wilhelm Schwinghammer-Hunding e le valchirie tutte, funzionano. Come funziona lo spettacolo di Livermore che, con il corredo degli abituali video mirabolanti, “racconta” sempre e insomma fa teatro, invece che infliggerci le consuete conferenze sull’intero scibile (il primo a iniziare, però, fu lo stesso Wagner). Teatro, appunto, è la parola che riassume una Valchiria che forse è già lo spettacolo wagneriano dell’anno.