Foto di Alex Au Yang su Unsplash

In libreria

Oltre la psicologia. Perché i miti ci parlano ancora con tanta immediatezza

Michele Silenzi

In un'epoca come la nostra in cui la prospettiva del divino appare quasi irrimediabilmente perduta, per capire come fornire senso al mondo bisogna guardare ai greci. Il nuovo libro di Giulio Guidorizzi 

E’ noto che la mitologia greca contiene in sé una sapienza inesauribile, è quindi abbastanza comprensibile che anche la produzione libraria che se ne occupa abbia la stessa caratteristica di illimitatezza. Di recente è uscito un nuovo libro di Giulio Guidorizzi, insigne studioso di mitologia classica, dal titolo Gli déi e gli eroi dei greci, che è sostanzialmente una guida ai personaggi principali di quella grande narrazione. 

Nelle pagine della breve introduzione, Guidorizzi fa ovviamente riferimento al fatto che i miti sono divenuti per noi “uno specchio della nostra esperienza psichica e ne svela i meccanismi […] si può dire che non ci sia emozione umana di cui il mito greco non parli attraverso i suoi personaggi”. E si può dire che, tutto sommato, lo sapevamo. Eppure, si potrebbe aggiungere che questa sarebbe una ben misera ricchezza dei miti greci. Se, infatti, i suoi personaggi non fossero altro che questo, immagini mobili di meccanismi psichici, cosa dire di Dante, di Shakespeare, di Cervantes, e di tutti gli altri grandissimi produttori di immagini archetipiche della psiche umana? Indipendentemente dal pensiero di Guidorizzi, che certo non può dispiegarsi in quelle poche pagine introduttive, e cercando di uscire dalla solita riduzione del mito a storiella o, peggio, a guida psicoanalitica, si potrebbe tentare una via più spregiudicata per provare a capire perché i miti ci parlano, o dovrebbero parlarci, ancora oggi con tanta immediatezza. 

La mitologia era il modo greco per dare un senso a tutte le cose. Il senso non stava nell’Olimpo, ossia in un Oltre, tanto più che gli dèi erano fatti a immagine e somiglianza degli uomini, e pure loro non erano eterni, bensì immortali in quanto erano stati generati. Il senso quindi, invece che in un “altrove”, stava nelle cose stesse la cui origine, però, non poteva essere posta nell’assoluta sapienza di un creatore di tutto. Ciò che esisteva, un fiume, un albero, una pietra, un luogo in generale, assumevano significato perché vi si poteva raccontare a proposito una storia straordinaria che a quella cosa o a quel luogo dava un senso.

In questa prospettiva, le cose non avevano tanto un senso in sé, né avevano un senso perché partecipavano a un qualche olistico “Tutto”. Il senso, piuttosto, veniva infuso nelle cose attraverso la mitologia di quelle cose stesse. Il cipresso, per dire, non era un semplice cipresso, ma un amante disperato (Ciparisso) che chiede ad Apollo di poter piangere in eterno per il suo dolore (e da qui il motivo per cui sarebbe l’albero dei morti, o perché le goccioline della sua resina sono come lacrime). Ma così, ovviamente, valeva per tutte le cose, dalle più piccole, come un povero cipresso appunto, come un fiumiciattolo o come un cervo, come pure per le più grandi: il cielo e la terra, gli inferi e il mare, la morte e il vino. 

Nell’epoca nostra, in cui si parla talmente tanto, e in modo retorico, di “senso” da essere tentati di voler chiedere una moratoria a riguardo, ma su cui pure è inevitabile riflettere, la prospettiva del divino appare quasi irrimediabilmente perduta. Allora guardare alla mitologia per capire come poter fornire senso al mondo potrebbe essere fondamentale. Certo, non può essere quella la nostra tazza di tè, non possiamo seguire direttamente quell’esempio, saremmo fuori tempo. Ma se la prospettiva di evocare un senso che arrivi nel mondo da qualche “Altrove” appare perduta, allora quella di infondere senso nelle cose attraverso la nostra attività può essere una via da percorrere. 

In un celebre ciclo di conferenze a Brema nel 1949, Martin Heidegger tenta una via “neo-greca” per tentare di ri-sacralizzare il mondo e le sue cose. Osservando una semplice brocca spiega come certo si potrebbe guardare a quella come un oggetto banale di uso comune. Ma se vi si riflette più a lungo, se la si osserva e la si pensa più in profondità, la brocca non apparirà più come un oggetto qualsiasi ma come uno spazio vuoto aperto all’accoglienza, che può essere riempito di acqua che disseta oppure di vino che a sua volta non è semplicemente un liquido alcolico ma un frutto in cui terra e cielo si incontrano: la pioggia cade e bagna il terreno in cui sta la vite che cresce e dà un frutto che si alimenta del sole, etc. E quella brocca non ha la sua essenza nel suo essere un mero prodotto ma nell’essere uno spazio che accoglie cielo e terra, divini e mortali; e che realizza la sua verità non nel semplice accogliere liquidi nel suo vuoto, ma nel donare il suo contenuto, ossia nell’atto del versare fuori, per dissetare un assetato, per celebrare una festa sacra, per rendere grazie. 

La costruzione heideggeriana è grandiosa e poetica, e qui se ne può giusto accennare, ma risulta da una precisa volontà di cercare un punto d’uscita, un nuovo inizio come direbbe lui, dal mondo dominato dalla tecnica in cui tutti gli enti sono ridotti alla loro utilità, e in cui si innalzano immense costruzioni ma si è incapaci di costruire templi in un’epoca in cui tutto, grazie alla tecnica, è vicino, a portata di mano, ma che proprio per questo finisce per essere “senza-distacco”: tutte le cose tendono a un generale indifferenziato, a un processo di assoluta fungibilità.

La via di Heidegger è profondamente antimoderna eppure è un tentativo di dare ragione della cancellazione del senso dal mondo. Tuttavia, da moderni quali inevitabilmente siamo, dobbiamo sforzarci di guardare anche altrove. Dobbiamo raccogliere la sfida e portarla un passo più avanti per conciliare quella che è divenuta la nostra straordinaria capacità tecnica di operare sul mondo e la capacità di infondere senso in esso attraverso la nostra stessa tecnica e potenza operativa, perché ormai tutto dipende da noi visto che non possiamo più accettare qualcosa che sia “oltre di noi”. 

Di più su questi argomenti: