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il caso
Quell'angelo col volto di Giorgia, una devozione anticipata che forse è rivelatrice
Doveva essere un omaggio alla nota passione collezionistica della premier per gli angioletti, ma si è trasformato in qualcosa di più. Un equivoco in San Lorenzo in Lucina
Voleva essere un angelo, forse persino un omaggio alla nota passione collezionistica di Giorgia Meloni per gli angioletti – trecento pezzi censiti anni fa, uno donato a Papa Francesco – ma angelo non era. Più che un’apparizione, un equivoco. Perché quella figura alata con la mappa d’Italia tra le mani non è un cherubino, ma una vittoria: allegoria civile, non messaggero celeste. Si china sul busto di Umberto II di Savoia e tiene insieme regno perduto e unità nazionale. Monarchia e nazione, più che paradiso. L’effetto è singolare: un’allegoria monarchica che finisce per somigliare a una santificazione civile dentro una delle basiliche più note del centro di Roma, sotto al Crocifisso di Guido Reni. Non stupisce che il Vicariato abbia reagito con parole insolitamente nette. Il cardinale vicario Baldo Reina ha ricordato che le immagini d’arte sacra non possono essere oggetto di strumentalizzazioni e sono destinate alla preghiera. Un richiamo formale, ma inequivocabile.
La questione, in realtà, è più antica della polemica romana. A Firenze, alla fine del Quattrocento, il problema era già stato posto con chiarezza. Giorgio Vasari racconta che Fra Bartolomeo, al secolo Baccio della Porta (1472-1517), accusato di non saper dipingere nudi, realizzò un San Sebastiano “con colorito molto alla carne simile”, così vivo da sembrare presente. Non fu il pittore a intervenire, ma i frati, quando in confessione emerse che alcune donne avevano peccato guardandolo. Il dipinto venne spostato nella sala capitolare: non per un errore dottrinale, ma perché aveva funzionato fin troppo bene.
Savonarola temeva qualcosa di diverso, e forse di più insidioso. Nelle Prediche sopra Amos e Zaccaria rimproverava i pittori che dipingevano le Madonne “alla similitudine di quella donna o di quell’altra”, le sante acconciate “che paiano ninfe”. “Questi sono l’idoli vostri”, avvertiva, perché quando la Vergine appare “vestita come meretrice” e san Giovanni somiglia al giovane di buona famiglia, l’immagine smette di rimandare al santo e comincia a rimandare al modello. Il culto si consuma nella vanità. Il problema non era l’eleganza dell’abito, ma il cortocircuito mentale: chi guarda la Vergine e pensa alla ragazza che incontra per strada, alla donna che vive dietro casa. L’immagine che dovrebbe sollevare l’animo finisce per fermarlo. Il sacro si mescola al quotidiano, e il quotidiano prende il sopravvento.
Il caso di San Lorenzo in Lucina si muove in quella stessa zona delicata. L’affresco, prima del ripristino del 2023, non suggeriva identificazioni precise; oggi la somiglianza è evidente al punto da alimentare confronti fotografici e smentite. Il restauratore ha negato l’intenzione – per poi ritrattare ieri. Ma le immagini non vivono di intenzioni, vivono di effetti. E qui l’effetto non è scandaloso, è rivelatore. Una vittoria alata che regge la mappa d’Italia sopra l’ultimo re, con lineamenti che ricordano una leader contemporanea: un intreccio di memoria dinastica, identità nazionale e presente politico che finisce per caricare di significato ciò che forse voleva essere soltanto un omaggio.
Savonarola avrebbe parlato di vanità. Oggi si potrebbe parlare di zelo. Di quella devozione anticipata che, nel tentativo di elevare, finisce per mettere in posa. La santificazione preventiva ha qualcosa di fragile: arriva prima del tempo e, proprio per questo, si espone. E non è detto che l’eccesso di omaggio renda sempre un favore a chi lo riceve. A meno che non si voglia vedere in quell’intreccio di ali e corone qualcosa di più di uno zelo devoto. Perché l’iconografia, a volte, precede la narrazione. E le monarchie, prima di consolidarsi, cominciano come immagini.