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alla scala
Registi che hanno cambiato per sempre la lettura teatrale di Wagner
Mezzo secolo fa il tentativo di uno spettacolo che voleva sfidare la tradizione. Al tempo andò male con bordate di fischi da parte del pubblico, ora viene celebrato in una mostra alla Scala. Chiacchierata con il regista e scenografo Pier luigi Pizzi, uno dei protagonisti della storia
Per fischiare, il pubblico ha atteso che si chiudesse il sipario; con tempismo perfetto, per quattro ore e passa ha taciuto davanti al dramma borghese che si compie sotto i suoi occhi, con Sieglinde vestita come Cosima Wagner nella celebre foto dove mostra il profilo aquilino di famiglia allo spettatore mentre il marito Richard le tiene la mano, perché siamo nel 1974 delle contestazioni milanesi dove magari ti sparano alle gambe ma non ti mandano segnali di quello che si prepara, a te borghese soprattutto. Nel momento in cui Luca Ronconi e Pier Luigi Pizzi, regista e scenografo-costumista della “Valchiria” diretta da Wolfgang Sawallisch, spuntano da dietro il sipario con le barbe de rigueur di quegli anni e c’è una foto a ricordare quel momento, si scatena la bagarre: “In sala trovammo un campo di battaglia: la platea di tradizionalisti insultava noi e il loggione, che invece ci applaudiva, Arruga urlava, Fedele d’Amico si sporgeva verso di noi oltre la buca dell’orchestra per rasserenarci: “U’n hanno capito nulla”. Rientrammo, arrivò di corsa una maschera con un biglietto del sovrintendente Paolo Grassi che stava nel palco di proscenio: ‘Tornate fuori’”. Bisognava tenere il punto. “E noi andammo a prenderci la seconda salva di fischi”, ricorda Pizzi mezzo secolo dopo.
Oggi quello spettacolo, che cambiò per sempre la lettura teatrale di Wagner, viene celebrato nella mostra del Museo teatrale della Scala sulla “Rivoluzione del Ring” da Visconti a Ronconi a Chéreau, per la quale Giovanni Agosti, che la cura, ha ricreato la biblioteca teatrale Livia Simoni com’era prima del trasferimento di buona parte dell’ingente collezione di volumi a Palazzo Busca dove si trova oggi e dell’ammodernamento delle librerie e degli strumenti di ricerca, “incluse le diapositive”, come puntualizza tutto allegro, ben sapendo che per il visitatore medio di oggi quelle foto incorniciate in plastica “potrebbero essere una cosa che si mangia”, e gli schedari oscuri macchinari. Un’operazione di sofisticata nostalgia e profonda ricerca che agli intéllo contemporanei ricorderà le esposizioni dell’Osservatorio Prada, con i grandi tavoli retroilluminati per osservarvi con agio documenti, dettagli, rimandi in squisitezza filologica, ma a chi in quelle sale ha studiato evoca i tempi gloriosi in cui una singola ricerca apriva mondi di contiguità e il tempo della conoscenza poteva dilatarsi all’infinito, mentre si ricostruivano mondi passati, e in questo caso il circolo letterario e artistico già europeo che attorno al culto del Ring andava costruendo il nuovo, “Wagner riassume la modernità. Non c’è niente da fare, si deve cominciare con essere wagneriani”, secondo quanto sintetizzava Nietzsche e che oggi diventa filo conduttore della seconda mostra dedicata dalla Scala alla Tetralogia nel Ridotto del teatro, “Risonanze Wagner”, curata da Gianluigi Colin e Mattia Palma, dove il racconto viene affidato all’interpretazione di quattro artiste figurative contemporanee, Antonella Benanzato, Flaminia Veronesi, Chiara Calore e Federica Perazzoli. Dal leit-motiv al concetto di serialità alle diramazioni del fantasy fino alla presa di posizione sulla natura che la società industriale sfregia e distrugge, ancora oggi siamo tutti debitori, di quella visione artistica. Agosti la affronta per momenti e suggestioni diverse e successive. Parte da alcuni esempi delle messinscene del Ring passate sul palcoscenico della Scala dalla metà del Novecento, gli anni di Nicola Benois, direttore dell’allestimento scenico dal 1937 al 1971 che peraltro sarà solo scalfito dall’innovazione, di astrazione comunque e meramente estetica, portata avanti contemporaneamente da Wolfgang Wagner a Bayreuth, per concentrarsi innanzitutto su Visconti, destinatario della sua ricerca da decenni. Nella sua meticolosa, spasmodica ricerca sui fragmenta del progetto, in realtà mai sviluppato, al quale il regista era stato chiamato al principio degli anni Settanta per via della monumentale rilettura che ne aveva dato nella “Caduta degli dei” del 1969 e in “Ludwig”, appena terminato e in quel 1972 non ancora distribuito nelle sale, Agosti ha avuto la chance di imbattersi nel girato completo della celebre intervista che Lello Bersani gli fece in quel periodo, cioè pochi mesi prima che un ictus lo costringesse su una sedia a rotelle. Dalle Teche Rai è riemersa una serie di “coperture” mai utilizzate dalle quali spiccano, come fantasmi, stralci di bozzetti e di “un modellino metallico” che apparteneva sicuramente a quel primo abbozzo progettuale e che però poco ci dice di quello che avrebbe potuto essere e mai fu. Non sapremo mai che cosa sarebbe accaduto se Visconti, peraltro nemmeno la prima scelta perché Sawallisch avrebbe voluto alla regia Günther Rennert, che però a sua volta non stava bene, non si fosse trovato nelle condizioni di rinunciare, scrivendone le ragioni in una celebre lettera aperta al Corriere della Sera dove le ripetizioni e la frammentarietà di composizione, che ovviamente nessuno ebbe il coraggio di correggere, denunciano già una parziale perdita di lucidità. Sarà lui, comunque, a passare le consegne dell’impresa a Ronconi, che pure non conosce granché Wagner e non a caso incappa nel leggendario sfondone sul cavallo di Brunhilde, Grane, da cui battutona a lungo circolante al Piermarini: “Cerchi Grane?”) che indispettisce Sawallisch oltremisura. Non a caso, dopo il debutto della “Valchiria”, sarà Pizzi a recarsi a Monaco, dando fondo alle proprie arti diplomatiche per convincere il maestro a tornare a Milano per “Sigfrido”: “Un viaggio a rischio della vita”, ride ancora adesso, “perché la città era avvolta in una bufera di neve e l’aereo non riusciva ad atterrare”. Il maestro non se la sentì di dire di no, ma il trio non arrivò al “Crepuscolo”. Mentre alla Scala arriva Chéreau, Ronconi termina il suo Ring al Maggio con Massimo Bogiankino.