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Zivago e i suoi carnefici

Pierluigi Battista

Per il regime sovietico Pasternak era un intoccabile. Poi l’amore accese in lui la ribellione e gli ispirò il capolavoro

L’indimenticabile ’56”, settant’anni fa. Anno di svolte epocali, per questo lo hanno ribattezzato così: “l’indimenticabile”. La denuncia di Kruscev dei crimini staliniani nel Ventesimo congresso del Pcus. La rivolta democratica dell’Ungheria soffocata nel sangue dai carri armati comunisti del Patto di Varsavia. Ma indimenticabile anche perché il ’56 è stato l’anno di una grande svolta nella storia della letteratura, l’inizio di un racconto appassionante di persecuzione, di amore, di stratagemmi per sfuggire alla censura, di coraggio, di vendette del potere, persino di servizi segreti, di best-seller. E’ l’anno della consegna clandestina del manoscritto del Dottor Zivago di Boris Pasternak a Sergio D’Angelo che a Mosca, per conto dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, aveva il compito di rintracciare le novità della letteratura russa. Pasternak firmò in quell’anno il contratto che garantiva a Feltrinelli i diritti di pubblicazione fuori dell’Urss e aggiunse: “Fin d’ora siete invitato alla mia fucilazione, me la faranno pagare cara”. Una sfida triste ed entusiasmante insieme. Con Feltrinelli che andrà a prendere di persona il manoscritto a Berlino. Con i pretoriani del regime che minacceranno Pasternak. Con il romanzo che uscirà nel ’57, con il premio Nobel per la letteratura nel 1958 alla cui cerimonia l’autore del romanzo sarà costretto a disertare lasciando la sedia vuota per la pressione delle autorità sovietiche. Con l’invio in un campo di lavori forzati di Olga Ivinskaya dopo la morte del suo Boris nel 1960, insieme alla figlia, colpevole solo di essere sua figlia. Una storia, questa sì, davvero indimenticabile.

Per Pasternak, in quegli anni “carnivori” come li definì Anna Achmatova, era giunto il momento di rischiare in grande. Fino al ‘49, quando avvenne il suo incontro fatale con Olga, Pasternak aveva infatti saputo destreggiarsi con grande maestria e prudenza anche nelle fasi più dure della tirannia sovietica. Era diventato addirittura un intoccabile, perché Stalin aveva deciso di non infierire su uno scrittore che non aveva mai esibito atteggiamenti di dissenso. Non voleva fargli del male grazie alla sua apprezzata attività di traduttore in russo dei poeti georgiani e il dittatore intimava: “Lasciate in pace questo abitante delle nuvole”. Del resto il poeta “abitante delle nuvole” non si metteva quasi mai in urto con le autorità, e tuttavia restava un sorvegliato speciale. Il regime, pur obbedendo agli ordini di Stalin, lo teneva sotto controllo e ogni tanto lo colpiva per intimidirlo e guadagnarne l’obbedienza. Su un giornale del Partito una volta venne addirittura criticata una sua traduzione del Faust di Goethe dove, testualmente e con un lessico insieme tragico e grottesco, il prestigioso traduttore fu accusato di aver deliberatamente ignorato “le idee progressiste racchiuse in quel grande poema”. Un avvertimento. Un modo per terrorizzarlo, ma in una condizione imparagonabile più “confortevole” rispetto alle atrocità e ai soprusi subiti dagli scrittori e scrittrici messi nel mirino del regime. Come Osip Mandelstam, morto nel viaggio verso i campi della Siberia per aver osato scrivere dei versi sarcastici su Stalin e denunciato da un delatore. O come la Achmatova (“mezza suora e mezza sgualdrina” nel lessico della polizia culturale), il cui primo marito fu giustiziato dagli aguzzini della Ceka e il cui figlio Lev verrà condannato a diciotto anni di lavori forzati. O come Marina Cvetaeva, il marito fucilato e la figlia Ariadna condannata anche lei a sedici anni nel Gulag.

Poi l’incontro con Olga Ivinskaya, la fiamma che accende in un grande poeta una ribellione interiore all’arrendevolezza degli anni precedenti, il modello che ispirerà la figura splendida di Lara nel Dottor Zivago. Una storia d’amore travolgente (anche se Pasternak si guarderà bene dal lasciare la moglie Zinaida, simpatizzante del regime) e l’impulso prepotente a scrivere il romanzo che avrebbe portato alla rottura con il sistema staliniano e post-staliniano. Continuava a essere formalmente un “intoccabile”. E allora, con il sadismo ostentato dai sistemi totalitari che vogliono la sottomissione totale dei loro sudditi, gli scherani perseguiteranno Olga al posto suo. Con accuse assurde nel 1949 fu prelevata, trascinata nelle segrete della Lubjanka (un palazzo così alto che da lì poteva vedere la Siberia, dicevano con amarezza i dissidenti) e poi condannata a cinque anni di reclusione da scontare nel lager, chiamato campo di “rieducazione”, di Potma. Il suo Boris veniva lasciato libero ma lei fu torturata e sottoposta a interrogatori massacranti perché confessasse dettagli inverosimili sulle presunte “attività antisovietiche” del suo amante. Le intimarono addirittura di riassumere la trama del romanzo che Pasternak stava scrivendo, per umiliarla, impaurirla, staccarla dall’uomo che non potevano trascinare dove avrebbero voluto.

Ma l’arresto e la persecuzione di Olga ebbero su Pasternak un effetto deflagrante. Lo spronarono a scrivere il suo capolavoro, anche a costo di pubblicarlo fuori dal carcere sovietico, con tutte le conseguenze previste (“siete invitato alla mia fucilazione”). L’incontro con lei lo scosse finalmente da uno stato di apatia morale, di torpore conformista, di docilità acquiescente. La scintilla per gettarsi finalmente in un’impresa che aveva sempre coltivato, ma mai realizzato. La scrittura del Dottor Zivago rappresentò per Pasternak l’appuntamento con la verità che aveva sempre rimandato. E il romanzo diventerà lo specchio su cui riflettere la sua stessa esperienza esistenziale.

L’arresto e la persecuzione di Olga ebbero su Pasternak un effetto deflagrante. Lo spronarono a scrivere il suo capolavoro, anche a costo di pubblicarlo fuori dal carcere sovietico.

                   

Con la sua malizia e la sua arguzia Anna Achmatova era solita porre agli amici questo test crudelmente ironico sui comportamenti pubblici di Boris: “Tè o caffè? Cane o gatto? Pasternak o Mandelstam?”. Basta, quel tempo della docilità era finito. Era stufo di essere leggero come il tè, al guinzaglio come un cane, per nulla coraggioso come Mandelstam. Con il sostegno di Olga voleva essere forte come il caffè, libero come un gatto e soprattutto coraggioso come Mandelstam. Fino al clamoroso gesto del ‘56, a scrittura ultimata, con la consegna del manoscritto in mani “occidentali”, provocando il furore vendicativo dei sovietici. Annotava pensieri che tradivano un impulso di redenzione, un crescendo di fervore autoespiatorio: “Si devono correre rischi: non esisterebbe nulla se non si corressero rischi”. E ancora: “Non si può rimandare all’infinito la libera espressione dei miei autentici pensieri”. E poi, quasi come premonizione del nuovo destino a cui stava andando incontro: “Se la verità che conosco deve essere riscattata attraverso la sofferenza, sono pronto ad accettarla, quale essa sia”.

Quando le autorità sovietiche vennero a conoscenza del “tradimento controrivoluzionario”, cioè della consegna del manoscritto perché venisse pubblicato all’estero, nell’impero capitalistico, cominciarono implacabili le pressioni su Pasternak, su Feltrinelli, sul Partito comunista perché dissuadesse Feltrinelli dal suo atto considerato alla stregua di un “sabotaggio”. Intimarono allo scrittore di farsi restituire il manoscritto, ma Pasternak scelse la strada di un fantastico doppio regime linguistico come stratagemma per andare avanti nel suo progetto: un espediente geniale che mi ha spinto a scrivere Il senso di colpa del Dottor Zivago con La nave di Teseo nel 2018. Per vie traverse, con tutte la dissimulazione di cui era stato capace negli anni ma stavolta con obiettivi opposti, incaricò l’amica Helene Peltier di trasmettere a Giangiacomo Feltrinelli questo messaggio: “Se dovesse mai ricevere una lettera in una lingua diversa dal francese, dovrà assolutamente guardarsi dal seguirne le indicazioni – le uniche lettere valide saranno quelle scritte in francese”. Un luminoso esercizio di depistaggio linguistico per eludere il cappio censorio dei persecutori: in russo i messaggi della menzogna autodifensiva, in francese quelli della verità.

Mentre i russi chiedevano il sostegno del Pci per “requisire il manoscritto di Pasternak e farlo rientrare in Urss”, Feltrinelli non si piegò alle ingiunzioni dei suoi stessi compagni, confortato dai messaggi di Pasternak in francese. “Tenne botta”, come ha raccontato un testimone. Per mesi si andò avanti in questa frenetica altalena. In francese, nella lingua della sincerità: “La tristezza che suscita in me l’imminente manomissione del mio testo si troverebbe gravemente esacerbata se mai venissi a sapere che Lei intende seguire quelle alterazioni nel testo italiano. L’unica cosa che deve importarci è fare in modo che l’opera esca in ogni caso”. In russo, nella lingua della menzogna: “Ritengo improponibile far uscire il libro nello stato in cui si trova ora. Abbia la cortesia di rispedire il manoscritto il più rapidamente possibile al mio indirizzo di Mosca”. Ancora in francese: “Voglia perdonarmi per le angherie che il mio triste destino La costringe a subire”. In russo: “Il suo comportamento mi induce a sospettare che Lei, ignorando le esplicite insistenze dell’autore, e contro la mia volontà, abbia deciso comunque di far uscire il romanzo. Una prevaricazione”. Poi il romanzo uscirà nell’autunno del 1957 e Pasternak esprimerà all’editore, nella lingua franca della libertà, tutta la sua incontenibile gioia: “Il futuro ci ripagherà, Lei e me, per le spregevoli umiliazioni che ci sono state inflitte. Non vi siete lasciati ingannare da quei richiami stupidi e brutali con le mie firme che risultano fasulle, tanto mi erano state estorte con un intreccio di inganno e violenza”.

Ma il futuro terreno di Pasternak durerà poco. Il libro diventa ben presto un best seller mondiale tradotto in tutte le lingue. La Cia, nel pieno della guerra fredda come racconta Paolo Mancosu nel suo Zivago nella tempesta. Le avventure editoriali del capolavoro di Pasternak, traduce il testo in russo per farne un’edizione da diffondere clandestinamente oltrecortina. L’anno successivo, il 1958, Pasternak viene insignito del Premio Nobel per la letteratura. Quando arriverà la lieta novella lui si dirà “immensamente grato, commosso, fiero, strabiliato, confuso”. Ma inizierà in Urss una campagna feroce in cui nell’organo della Lega dei comunisti si definisce l’autore del Dottor Zivago “una creatura più spregevole di un maiale”. Dopo una campagna di pressioni martellanti lui rinuncerà formalmente al premio, con la sedia della cerimonia a Stoccolma desolatamente vuota. Ma il suo gesto di eroismo lo aveva già compiuto decidendo di scrivere e pubblicare il romanzo che lo avrebbe messo in urto con la dittatura con cui aveva quasi pacificamente convissuto per decenni. Si era riscattato, aveva dimostrato di saper correre grandi rischi.

Gli ultimi momenti di questa storia sono i più drammatici. A Pasternak viene diagnosticato un tumore fulminante. A Olga viene impedito, su ordine esplicito di Zinaida, di avvicinarsi al suo capezzale, tristemente confinata nella veranda della sua dacia con il divieto di oltrepassare la soglia di casa. Quando Pasternak muore, una grande folla, mentre risuonano le note della Marcia funebre di Chopin, sfida i divieti e si accalca per il rito funebre accanto alla casa di Peredelkino, circondata dalle forze di polizia per la paura che il funerale si trasformasse in una clamorosa manifestazione di dissenso. Ma per Olga Ivinskaya gli anni successivi alla morte di Pasternak saranno altrettante tappe di una straziante via crucis.

Le squadre dell’onnipotente apparato della Sicurezza di Stato fecero irruzione nella casa della Lara del romanzo, fermando lei e la figlia Irina. Il capo degli sgherri, lo racconterà la stessa Olga anni dopo, si presentò così: “Non pensavate mica che la vostra attività criminale sarebbe restata impunita. Avete manipolato Pasternak. Era un debole facilmente plagiabile e non avrebbe mai scritto quel romanzo antisovietico senza il tuo subdolo aiuto”. Del resto, continuò beffardamente l’inquisitore, “lo diceva anche il tuo Boris. ‘Tutto questo è tuo’”. Una lettera d’amore esibita come capo di imputazione, un’espressione tipica della retorica romantica – “è tutto tuo”, “ti devo tutto” – presa come prova schiacciante di un crimine. Arrestarono madre e figlia e le portarono alla Lubjanka con la scusa palesemente pretestuosa di “contrabbando di valuta”, visto che Olga si era occupata dei cospicui diritti d’autore in un paese in cui tutto era proibito, in un viavai di valigette e imbroglioni che addirittura indusse Feltrinelli a spedire una borsa con la metà di una banconota e un biglietto con su scritto di fidarsi solo di “colui che avrebbe mostrato l’altra metà”. Alla fine di un breve processo farsa, Olga venne condannata alla pena di otto anni di lavori forzati e la figlia Irina solo tre. Ma ad Olga non fu consentito di vedere il film di David Lean fino all’arrivo di Gorbaciov, mentre il mondo si commuoveva per le traversie di Lara interpretata da Julie Christie insieme a Omar Sharif nei panni di Zivago. Ma non riuscirà più a rientrare in possesso delle lettere che il suo Boris le aveva scritto tanti anni prima e che le autorità sovietiche avevano sequestrato. Quelle post-sovietiche, rifiutandole quel prezioso epistolario, non furono con lei meno crudeli.

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