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“Era uno strumento che insegnava l'attenzione”: viaggio nel Museo della macchina da scrivere
Creato nel 2006 a Milano, ospita oltre 650 pezzi, alcuni dei quali davvero sorprendenti, come la macchina da scrivere in cinese con quattromila ideogrammi. Chiacchierata con il suo fondatore, Umberto Di Donato
Umberto Di Donato, classe 1935, è un signore che nella sua vita ha accumulato un piccolo, grande tesoro: circa 2200 macchine da scrivere. Quasi settecento di queste possono essere ammirate nel Museo della macchina da scrivere a Milano, in zona Isola: una realtà che lui stesso ha fondato vent’anni fa e dove ci accoglie, per raccontarci storia e caratteristiche di questi affascinanti strumenti. Ma cosa lo ha portato a mettere su una collezione così imponente? La gratitudine. Ci spiega meglio Di Donato: “La macchina da scrivere mi ha aiutato a cercare lavoro quando mi sono diplomato nel 1954. Avevo la conoscenza della scrittura meccanica, cosa che allora possedevano in pochi, perché mio padre mi aveva voluto nel suo ufficio e mi aveva fatto allenare a una macchina da scrivere che era vicino alla sua scrivania”. E così, prosegue, “sono riuscito ad arrivare a lavorare nel cuore di Milano, in Piazza della Scala”. Lì Di Donato ha lavorato per trent’anni alla Banca Commerciale Italiana.
La macchina più antica della sua collezione? “Sì chiama The Calligraph, del 1882, prodotta a New York da Christopher Latham Sholes”. Che era un giornalista, ci spiega, divenuto poi direttore del proprio giornale nonché senatore degli Stati Uniti. E quella che gli è più cara? Di Donato non ha dubbi: “La Williams, costruita dagli operai italiani emigrati negli Usa, a Brooklyn. Fu chiamata La Cavalletta, non aveva il nastro da scrivere, e ne furono costruiti solo 1600 pezzi in tutto il mondo. Uno è qui”.
Aggirandosi per il piccolo ma accogliente museo sono tuttavia diversi i pezzi che suscitano ammirazione. Quello più sbalorditivo, almeno ai nostri occhi? Una macchina da scrivere in cinese, con quattromila ideogrammi, che fa bella mostra di sé accanto a una macchina stenotype del Senato della Repubblica. E accanto a loro, la sequenza delle macchine da scrivere della Olivetti: a partire dalla prima, il modello M1, con la pubblicità raffigurante Dante Alighieri, e poi la M20, la M30, e la prima portatile, la MP1 ICO. Nomi e sigle che fino a una quarantina di anni fa suonavano familiari a tutti coloro che avevano a che fare in maniera professionale con la scrittura, prima di venire soppiantati dal digitale. Ma nel passaggio dalla macchina da scrivere al computer, chiediamo a Di Donato, si è a suo avviso perduto qualcosa? E lui: “Certo, è troppo facile scrivere con il computer. La macchina da scrivere, a noi che l’abbiamo usata, ha insegnato l’attenzione. La mente impegnata in quello che stavamo facendo. Dovevamo cercare di evitare quanto più possibile gli errori, perché sbagliare significava perdere tanto tempo per fare le correzioni”.
Di Donato ci racconta che le scolaresche in visita al museo lasciano frasi di commento e ringraziamento nei suoi confronti. E questa, ci confida, “è la linfa vitale che mi mantiene ancora in vita alla mia età”. Non che sia l’unica soddisfazione che si è tolto. Oltre a pubblicare diversi libri, ha realizzato, ci racconta, “circa un centinaio di mostre all’estero”. E cita Ginevra, Lione, Liegi, Passau. Ma un obiettivo, un sogno, ce l'ha? “Vorrei trovare qualcuno che prosegua questa mia iniziativa”. Spera in “un’associazione, una fondazione, un ente, che venga a rilevare tutto”. Chiarisce di non voler nulla come compenso, “ma l’importante è che si prosegua la mia attività: il Museo della macchina da scrivere”.