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Rifiuti che diventano oro, ovvero critica d'arte e chiacchiera esoterica
La nostra cultura è affollata di interpreti allevati nelle università, agli occhi dei quali il visibile delle arti visive va prima ignorato e poi tradotto in concetti e in altri codici. Anselm Kiefer, un’intervista e un’interpretazione
La critica d’arte, quando riesce a esistere, non sa più che lingua parlare, quali argomenti usare. Sensatamente e onestamente dovrebbe essere in grado di far funzionare la vista, gli occhi, restituendo alle arti definite “visive” la loro qualità di oggetti prima da percepire e poi (solo poi) da interpretare. Avviene invece il contrario. Prima si interpreta e poi, ma raramente o quasi mai, si arriva al che cosa pittori e scultori offrono da guardare.
Un chiaro esempio (uno dei mille) di questo modo di procedere l’ho trovato la settimana scorsa nelle pagine di Repubblica e del Venerdì dedicate a quello che viene definito, ignoro perché, “il più grande artista vivente”, cioè Anselm Kiefer, la cui opera comprende xilografie e libri formati anche da fotografie. Kiefer e la sua opera sono stati presentati due volte: giovedì 22 da un testo di Massimo Recalcati, psicoanalista di moda più che critico d’arte; e poi venerdì 23 da un’ampia intervista a Kiefer di Riccardo Staglianò, con foto in bianco e nero di tele piuttosto ripugnanti e raccapriccianti, di cui non si sa che pensare.
Incuriosito dal fatto che Kiefer sarebbe “il più grande artista vivente”, e sorpreso dall’altro fatto che a interpretarlo sia uno psicoanalista e non un critico d’arte, ho dovuto subito constatare che le argomentazioni interpretative di Recalcati non si occupano di commentare qualcosa di visibile, ma si impegnino a riassumere una teoria o filosofia esoterica come l’alchimia, un fossile culturale le cui ultime manifestazioni sono comparse vari secoli fa, prima che la chimica arrivasse a prendere scientificamente il posto della favola alchemica.
Detto in breve, la filosofia, la simbologia e l’arte alchemica consistevano nel tentativo (mai riuscito) di trasformare il piombo, metallo vile, in oro, metallo sublime che emana luce. Kiefer ha scelto tale dottrina come fonte necessaria a capire la sua arte oscura, un trasformare e trasvalutare rovine e rifiuti in valore artistico. A che cosa mira, a che cosa serve il riferimento alla stravaganza occultistica? E’ fin troppo chiaro che serve a distrarre pubblico e critica dal guardare, occupando la loro attenzione con un tour de force interpretativo che giustifichi e valorizzi opere difficilmente, o inutilmente, guardabili. Brutte e spaventose le buie opere di Kiefer, che hanno perciò assoluto bisogno di essere culturalmente sublimate. La magia alchemica, insomma, dovrebbe redimere un’arte visiva in cui da guardare e da vedere c’è poco o niente, soprattutto masse di materia caotica scura, per farne poi preziosissima arte, bella, vitale, significante, salvifica, nonché oggetto merceologicamente costosissimo.
La combinazione di fattori simbolici, culturistici e pragmatici è notevole e offre materia varia all’interprete raziocinante, che può benissimo dare solo una veloce occhiata ai quadri per immergersi subito nelle più sofisticate elucubrazioni in stile Jung, reinventore novecentesco del nesso psicologia-alchimia. Ma oltre che all’esoterismo mistico-simbolico, è Kiefer stesso che ha guidato gli interpreti ricordando loro che la sua data di nascita è il 1945, l’anno in cui la Germania era ridotta in un accumulo di rovine fisiche, morali e politiche (questo è un argomento solido).
In effetti, metaforicamente, l’interpretazione funziona in senso storico come arte alchemica, come magia che trasfigura un oggetto artistico visivamente plumbeo, caotico, avvilente in strumento di liberazione e rinascita. La formula che Kiefer offre agli interpreti della sua opera è questa: “Vedere cose orribili per ricavarne bellezza”. Si tratta di un imperativo estetico-morale per chiunque debba ricominciare a vivere avendo alle spalle catastrofi belliche, annientamento della vita individuale e sociale. Ma è in gioco nello stesso tempo un mettere la propria arte al riparo di un salvifico, eroico paradosso: ricavare vita dalla morte e bellezza dall’orrore.
Letta in questi termini, la filosofia alchemica con cui Kiefer spiega, salva e valorizza la propria opera con tutti i suoi difetti artistici, è anche una truffa mascherata da “nobiltà dello spirito”. Se ci si crede, si fa propria la teologia mistica della “coincidenza degli opposti” celebrata dal tedesco Nicola Cusano (1401-1464).
Non sapendo che cosa dire criticamente, Recalcati si dedica a una telegrafica divulgazione di tale cultura alchemica e mistica, giustificando con essa un’arte che è o sembra scarto, piombo, rovina, buio e orrore, per poi diventare felicità, luce, oro, nuovo inizio, vita nuova. Filosofando essenzialmente, Recalcati azzarda così: “E’ la dialettica tra l’essere e il nulla, tra la creazione e la distruzione, che contrassegnano tutto il lavoro artistico di Kiefer”. Una tale magia, che sa di mistica alchemica, può essere usata molto praticamente allo scopo di vedere anche arte nella non-arte, per vendere come valore un non-valore. Serve a questo, infatti, la sovrinterpretazione di quadri che non si lasciano guardare: verità profonda o inganno cultural-commerciale? La cosa comunque che resta vera e reale è che noi, oggi, non siamo soggetti alchemici neppure se diamo uno sguardo alle tele di Kiefer. Forse, chissà: uno psicoanalista junghiano capace potrebbe farci passare dal piombo della nevrosi all’oro della liberazione. Ma quali effetti alchemici avrà l’arte di Kiefer su chi visiterà la sua mostra milanese intitolata Le alchimiste? Stando alle tele di Kiefer offerte al lettore del Venerdì, c’è poco da sperare. Visivamente, cioè usando gli occhi e non le interpretazioni, quelle sinistre immagini femminili non possono che portare male. Contro l’interpretazione, diceva il titolo di un saggio di Susan Sontag scritto nei primi anni Sessanta. Se la pittura deve essere arte visiva, allora mi fido più di quello che vedo che di quello che mi offrono i propositi dell’artista e le idee dei suoi filosofici garanti. In arte e nella critica d’arte un tale “disprezzo delle apparenze” non è accettabile. E’ come dire: non importa la materia visibile, ciò che conta è il significato due volte occulto che l’artista attribuisce a quello che fa e che gli interpreti accettano come il solo e più vero senso delle superfici pittoriche. La nostra cultura è affollata di interpreti allevati nelle università, agli occhi dei quali il visibile delle arti visive va prima ignorato e poi tradotto in concetti e in altri codici: perfino nel codice di una scienza esoterica che di scientifico, di realistico e di sensato non ha artisticamente niente.