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il confronto

La società che fa crescere il pil. Perché gli europei oggi stanno meglio dei cinesi

Carlo Stagnaro

Mille anni di storia nel saggio di Greif, Mokyr e Tabellini spiegano l'origine di alcune dinamiche: dal contesto sociale europeo vibrante e polifonico, che ha reso possibile far crescere la cooperazione dal livello locale a una scala più grande alla centralizzazione del potere in Cina

Perché oggi gli europei stanno meglio dei cinesi, mentre attorno all’anno Mille la Cina era più ricca e più tecnologicamente avanzata? La risposta banale è: perché l’Europa ha avuto la Rivoluzione industriale. Ma allora, perché la Rivoluzione industriale è avvenuta proprio in Europa? A questa domanda è dedicato il monumentale lavoro di Avner Greif (Stanford), Joel Mokyr (Northwestern University e vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 2025) e Guido Tabellini (Università Bocconi), “Due strade verso la prosperità: mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina” (Bocconi University Press), in libreria in questi giorni. Il libro ripercorre un millennio di evoluzione economica, sociale e istituzionale, offrendo una tesi forte: alla radice del “Grande rovesciamento” ci sono alcune differenze nelle condizioni iniziali che hanno determinato traiettorie radicalmente diverse nei secoli successivi. 

 

Spiegano gli autori: “Le organizzazioni cinesi basate sulla discendenza e le corporazioni europee svolgevano funzioni apparentemente simili, essenziali per l’efficace organizzazione della vita sociale: condividevano il rischio, offrivano protezione agli individui, facilitavano le transazioni di mercato, fornivano finanziamenti, organizzavano l’istruzione, offrivano servizi religiosi, risolvevano dispute e aiutavano lo stato nella riscossione delle imposte e nella fornitura di risorse militari”. Tuttavia, mentre “in Cina queste funzioni erano svolte da reti sociali basate sui legami di parentela, con il clan come organizzazione per eccellenza”, in Europa “emerse gradualmente un diverso tipo di organizzazione sociale tra individui non imparentati”. Non solo: mentre un individuo cinese poteva appartenere a un solo clan, e lo faceva per la vita a causa del suo albero genealogico, un europeo poteva appartenere a più organizzazioni, ciascuna delle quali svolgeva un compito specifico. Per esempio, era un cittadino del suo comune, apparteneva a una certa confraternita, era membro di una gilda e così via. Questo pluralismo associativo ha favorito l’emergere di realtà che successivamente si sono consolidate, dagli ordini monastici alle corporazioni professionali, dalle università all’impresa intesa in senso moderno, contribuendo alla formalizzazione, alla crescita e alla trasmissione del sapere, tanto nella sua dimensione “proposizionale” (come funzionano le cose) quanto in quella “utile” (come si fanno le cose). E’ così che, in Europa, è emersa nel tempo una classe di artigiani di elevata abilità e competenza che, in un certo senso, si è trovata nel posto giusto al momento giusto ed è stata in grado di tradurre in tecnica le intuizioni e innovazioni scientifiche, dando il via all’età delle macchine. Inoltre, in Cina si è affermato presto un impero centralizzato e politicamente stabile.

 

 

 

Al contrario l’Europa – anche per effetto collasso dell’Impero romano – ha visto una forte decentralizzazione praticamente per tutto il Medioevo, e anche dopo. Ciò ha prodotto un elevato livello di pluralismo: non tanto perché i sovrani europei fossero più tolleranti di quelli cinesi, ma perché un intellettuale europeo, perseguitato nel tale ducato, poteva trovare rifugio nel talaltro. Questo ha creato quel vivace clima intellettuale senza il quale non ci sarebbero stati né l’illuminismo, né la Rivoluzione industriale e il conseguente “Grande arricchimento” (per usare l’espressione di Deirdre McCloskey). La propensione alla coesistenza del dissenso ha anche generato un altro fattore fondamentale: la curiosità intellettuale e la disponibilità ad accogliere e utilizzare le innovazioni altrui. Per capire l’origine di queste dinamiche, bisogna considerare l’influenza della Chiesa cattolica. E’ grazie al diffondersi della fede cristiana che gli europei si sono allontanati dal modello della famiglia estesa per fondare una nuova società sulla famiglia nucleare. Questa era troppo piccola per essere autosufficiente e quindi rendeva obbligatorio, per ragioni pratiche, associarsi con altri e dare vita a relazioni basate sull’interesse reciproco. Con lo sviluppo della tecnologia, gli europei si sono trovati più e meglio predisposti a commerciare o acquistare prodotti all’interno di mercati sempre più ampi, in cui lo scambio è sempre più impersonale e sempre meno legato alla dimensione locale e al rapporto personale e diretto. Al contrario, il neo-confucianesimo prevalente in Cina induceva a privilegiare il rapporto tra consanguinei; e, diversamente dal mondo islamico, la Chiesa – pur avendo in molte fasi giocato un ruolo di retroguardia – non era in grado di esercitare un’influenza preponderante sui leader politici, che infatti spesso e volentieri si scontravano sia tra di loro, sia col Papa e i suoi emissari. “A causa della necessità di negoziare con i capi locali per imporre le tasse – spiegano gli autori – i sovrani europei furono costretti a concedere diritti politici”, un fenomeno sconosciuto in Cina. Dove, al contrario, “l’indebolimento delle élite [consentiva] ai governanti di limitarne la capacità di ribellarsi. Ma finiva anche per minare la capacità dell’imperatore di circondarsi di una élite di livello e quindi riduceva la capacità statale”. La tesi di fondo del libro, quindi, è che il mondo di oggi è debitore, nel bene e nel male, del mondo di ieri. Come spiegare, allora, il boom economico della Cina post Mao? Greif, Mokyr e Tabellini sottolineano che, grazie alle riforme di Deng negli anni Ottanta, la Cina ha potuto recuperare molto del terreno perduto. Ma è stata, prevalentemente, una crescita di “catch up”, una rincorsa, resa possibile dal trasferimento tecnologico e di pratiche manageriali dalle decine di milioni di cinesi che avevano abbandonato il paese, e che grazie alla nuova apertura stavano ritornando e rinsaldando i legami con le loro famiglie.

 

 

 

Tuttavia, molti dei frutti più prossimi sono stati raccolti e molte opportunità più facilmente accessibili sono state sfruttate. Ora “la struttura dell’economia soffre di numerosi squilibri, in particolare dovuti all’eccesso di investimenti nello sviluppo immobiliare, alla fragilità finanziaria e alla crisi demografica dovuta al calo della fertilità e all’invecchiamento della popolazione”. Conseguentemente, non solo i tassi di crescita si stanno riducendo ma anche la crescita della produttività totale dei fattori (una misura dell’efficienza del sistema economico nel suo complesso) è passata dal 2 per cento annuo tra il 2000 e il 2008 allo 0,5 per cento tra il 2009 e il 2022. Insomma: la vera lezione della storia economica europea è che alla base della crescita di lungo termine della produttività e del pil c’è stato un contesto sociale vibrante e polifonico, che ha reso possibile “far crescere la cooperazione dal livello locale a una scala più grande”. Questo ha generato “un umanismo liberale che ha sostenuto un pluralismo di tipo ‘vivi e lascia vivere’ e un sistema politico che ha fatto consapevoli sforzi per creare una società più aperta, equa e democratica”.

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