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un antidoto prezioso

Marcel Proust, che stile! La vera bellezza, amica della verità, non è cosa per esteti

Matteo Marchesini

Per lo scrittore francese "un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vista sociale e nei nostri vizi". Due saggi proustiani del 1920 raccolti da Massimo Carloni

Diceva Whitehead che la storia della filosofia è una lunga nota a margine a Platone. Nello stesso senso, il pensiero e la letteratura francese del ’900 sono una nota a margine a Proust: i temi della distinzione e del mimetismo sociale, ad esempio, che occuperanno mezzo secolo più tardi Perec, Bourdieu e Girard, non sono già tutti contenuti nella “Recherche”? La quale “Recherche”, a sua volta, riassume le forme letterarie delle epoche precedenti, assegnando a ognuna un cantuccio limitato nell’economia della sua cattedrale. Il romanzo proustiano è nato come saggio contro Sainte-Beuve. Al pontefice della critica ottocentesca, che pretendeva di spiegare uno scrittore attraverso la sua biografia, Proust oppone l’idea secondo cui “un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi”. Per attingere una verità extratemporale, la poesia proustiana non nega solo le convenzioni mondane, ma anche la pura applicazione dei programmi estetici: sia quelli dei naturalisti, che assumono una concezione già data di “realtà”, sia quelli dei simbolisti, che s’illudono di poter raggiungere l’Eterno disfacendosi degli individui, e degli accidenti, in cui solo l’eternità si manifesta. Stroncando questi programmi, sempre dovuti a un tentativo sbagliato di distinguersi dalla folla o di sedurla, l’autore della Recherche afferma che lo stile, dato il suo valore conoscitivo, non è riducibile a una tecnica, ma rappresenta niente di meno che la “qualità della visione”. Ciò spiega perché, nei suoi giudizi, Proust è piuttosto indulgente quando s’imbatte in uno “scriver male” che però testimonia lo sforzo dell’artista per esprimere una concezione originale del mondo. Lo confermano i due saggi proustiani del 1920 che Massimo Carloni ha appena raccolto per l’editore Aragno sotto il titolo Osservazioni sullo stile.

 

 

 

Nel primo pezzo, l’autore difende l’opera flaubertiana dalla liquidazione di Albert Thibaudet. Flaubert, premette, non lo convince del tutto, se non altro perché è scialbo nelle metafore, che per lui costituiscono invece il cuore fusionale della poesia. Deve però riconoscerne il genio grammaticale e sintattico: attraverso l’uso dei tempi verbali, o di certe preposizioni, lo scrittore di Croisset ha infatti “rinnovato la nostra visione delle cose, quasi quanto Kant con le sue Categorie le teorie della Conoscenza e della Realtà del mondo esterno”. La smaltata uniformità flaubertiana, e la rapidità meccanica della sua narrazione che scioglie Storia e Vita in musica, restituiscono in modo ammirevole la vanità del destino; specie nell’Educazione sentimentale, in cui secondo Proust la cosa più bella è addirittura “uno spazio bianco”: quello che dopo una pagina cruda di guerriglia fa fare al lettore un volo di decenni, portandolo al celeberrimo “Viaggiò. Conobbe la malinconia dei piroscafi…”.

 

 

Non meno penetrante è il secondo pezzo, un’introduzione a Tendres stocks di Paul Morand. Qui Proust, ormai forte del suo capolavoro, ripropone con asprezza la polemica contro Sainte-Beuve (colpevole di avere sottovalutato i maggiori scrittori del suo tempo) e lascia cadere alcune mirabili osservazioni su Stendhal, non meno distante da lui di Flaubert. Ma soprattutto, contro la retorica prescrittiva del vecchio maestro Anatole France, ci offre la sua più tipica definizione dell’attività dei grandi artisti. All’inizio, spesso non riusciamo a capirli. E’ facile, esemplifica Proust, dire oggi che Renoir è un erede dei pittori classici: ma per lungo tempo “non si riconoscevano le cose che ritraeva”. Il fatto è che gli artisti originali “procedono al modo degli oculisti”: dopo un trattamento, magari fastidioso, c’invitano a guardare, e allora “ecco che il mondo, che non è stato creato una volta per tutte, ma lo è ogni volta che sopraggiunge un nuovo artista, ci appare – così diverso dall’antico – perfettamente chiaro”. Il saggio si chiude con un ritorno al problema dell’immagine metaforica, caratteristicamente risolto in una “legge”. A Morand, che a volte ne sceglie di troppo gratuite, il suo mentore ricorda che devono avere invece un’esattezza matematica. Non ci sono più modi per dire una cosa: l’acqua bolle a cento gradi, non a novantotto.

 

 

Questo Proust è un antidoto prezioso alla nostra sottocultura editoriale, i cui funzionari procedono a rovescio: si dimostrano spietati davanti alle goffaggini, anche quando servono a suggerire una nuova visione delle cose, ma accolgono con gioia ottusa le metafore approssimative, purché sembrino eccentriche. Sono i nipotini degli esteti: credono che la bellezza gridi la sua identità come in uno spot. L’autore della Recherche, al contrario, sapeva che di solito stentiamo a riconoscerla. Perché, appunto, ci porta in territori inesplorati; e perché ha stipulato una eterna amicizia con la verità.

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