Jean-Honoré Fragonard, “La lettrice”, 1776 (National Gallery of Art, Washington)

letture

La guerra, la forza, il potere e gli imperi

Sabino Cassese

Perché i conflitti prevalgono sulla pace e i potenti sui deboli? Perché ci si interroga sul destino della democrazia? Le tempeste del presente pongono  di nuovo domande antiche: la voce di qualche classico può aiutarci a rispondere

Loci communes si chiamano detti, proverbi, idee, pensieri, estratti da testi a stampa e spesso messi insieme in zibaldoni. Sono materiali raccolti da lettori attenti, quale era, ad esempio, il terzo presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson (1743-1826) del quale sono stati pubblicati, dopo la sua morte, i “books of common places”. I “loci communes” permettono di riascoltare la voce dei classici e sono quindi strumento fondamentale per fare esercizi di lettura, come quelli raccolti nel 1974 e poi nuovamente nel 1982 da quel grande studioso che è stato Gianfranco Contini con il titolo "Esercizi di lettura sopra autori contemporanei con un’appendice su testi non contemporanei" (Torino, Einaudi 1974 e 1982).

I brani qui raccolti affrontano un problema urgente dei nostri tempi. In questo terzo decennio del Ventunesimo secolo poniamo nuovamente domande antiche: perché le guerre e i conflitti interni prevalgono sulla pace? perché la forza prevale nuovamente sul diritto? perché i potenti prevalgono sui deboli? perché al conflitto non viene più sostituito l’accordo? perché rinascono gli imperi dove si erano formati gli Stati nazionali? più in generale, di che cosa sono fatte le istituzioni nel mondo? e quell’insieme di istituzioni che chiamiamo democrazia è destinata a durare? 

Interroghiamo chi ha svolto riflessioni nel passato su questi temi, per cercare un aiuto che ci consenta di capire quali sono le istituzioni protagoniste sulla scena mondiale, quale il teatro dell’azione, come questa si svolge, e con quali governanti l’azione si svolge.

Chiamiamo a rispondere a queste domande un filosofo e storico italiano contemporaneo, uno scrittore bulgaro-britannico che però usava la lingua tedesca, anch’egli contemporaneo, un grande filosofo e scrittore francese del ’700 e uno della stessa nazionalità di un secolo successivo.

Il primo è Paolo Rossi Monti (1923-2012), filosofo e storico, allievo di Eugenio Garin e professore all’Università di Firenze, che ha svolto qualche riflessione su una domanda antica: per assicurare la pace si può fare a meno degli Stati? 

Il secondo è Elias Canetti (1905-1994), scrittore, saggista, aforista, che ha riproposto un altro antico interrogativo: perché il sistema parlamentare, teatro della politica, fa affidamento sulla parte maggiore ben sapendo che non è necessariamente la parte migliore, cioè fa affidamento sul principio di maggioranza? 

Il terzo è François-Marie Arouet, più noto come Voltaire (1694-1778), che si è chiesto a che cosa serva una costituzione e quali effetti essa può produrre.

L’ultimo è Alexis de Tocqueville (1805-1859), che si è chiesto perché il popolo non possieda l’arte di giudicare, per cui nelle democrazie non sono gli uomini eminenti che vanno al potere. 

Ascoltiamo ora le loro riflessioni su questi argomenti.

Paolo Rossi, "A mio non modesto parere – Le recensioni sul Sole 24 Ore", Bologna, Il Mulino, 2018, pagine 127-128  (recensione di Michael Howard, L’invenzione della pace: guerre e relazioni internazionali, Bologna, Il Mulino, 2002)

La pace positiva, che non si configuri cioè come un semplice intervallo tra due guerre, ma come un ordine internazionale dal quale la guerra sia assente, è stata inventata dagli illuministi. All’inizio del secolo XVIII le guerre erano viste come un mezzo per il mantenimento dell’equilibrio tra le potenze. Gli illuministi non considerarono la guerra come un elemento intrinseco all’ordine naturale o come uno strumento necessario al potere statale, ma come uno stupido anacronismo, perpetuato solo da coloro che ne traevano piacere o beneficio. La pace positiva implica un ordinamento sociale e politico della società che sia generalmente accettato come giusto, richiede un lavoro di generazioni che può anche essere rovesciato e distrutto in tempi molto brevi.
Le illusioni (successive alla caduta del Muro, nel 1989) di un nuovo ordine mondiale e di una conseguente “fine della storia” sono rapidamente cadute e la storia ha oggi “ripreso a sferrare i suoi colpi micidiali”. I problemi sono molti e molte delle soluzioni possibili appaiono ancora lontane. L’erosione dello Stato nazione e dello stesso Stato può apparire come un fatto positivo, ma dato che lo Stato rende possibile non solo la guerra, ma anche la pace, non è chiaro quali altri garanti dell’ordine pacifico potrebbero occupare il posto dello Stato in un mondo globalizzato. Le autorità sovranazionali, per essere efficaci, dovrebbero ereditare la fedeltà che gli Stati attualmente chiedono ai propri cittadini. Quella fedeltà richiede un’omogeneità di cultura e di valori che può avere bisogno di molte generazioni per crescere e affermarsi. L’instaurazione di un ordine globale pacifico dipende dalla creazione di una comunità mondiale che condivida le caratteristiche che rendono possibile l’ordine interno. Ma quelle caratteristiche sono esportabili, e ci sono, su scala mondiale, valori comuni? Esiste una élite transnazionale che non solo condivida norme culturali, ma sia in grado di renderle accettabili all’interno di società differenti?


Elias Canetti, "Massa e potere", Milano, Adelphi, 2016, pagine 224-225

Il sistema bi-partitico del parlamento moderno si avvale della struttura psicologica di eserciti in battaglia. Questi ultimi nella guerra civile sono davvero presenti, seppure con riluttanza. Non si uccide volentieri la propria gente: un senso della stirpe agisce sempre contro le guerre civili cruente e di solito le conduce alla fine in pochi anni o ancor prima. Ma i due partiti del parlamento possono misurarsi più ampiamente. Essi combattono rinunciando a uccidere. Si deve ammettere che in uno scontro cruento vince il numero maggiore. La preoccupazione principale di tutti i comandanti è di trovarsi più forti sull’effettivo luogo dello scontro, di disporre di più uomini dell’avversario. Il comandante destinato al successo è quello che riesce ad affermare il suo predominio sul maggior numero possibile di località importanti, anche se in generale è il più debole.
In una votazione parlamentare non c’è altro da fare che verificare sul posto la forza di ambedue i gruppi. Non è sufficiente conoscerla a priori. Un partito può avere 360 deputati, l’altro solo 240: la votazione rimane determinante come il momento in cui davvero ci si misura. È una sopravvivenza dello scontro cruento, che si compie in molteplici modi: con la minaccia, l’oltraggio, l’eccitazione fisica, la quale può perfino spingere a picchiare o a lanciare oggetti. Ma il conteggio dei voti segna la fine della battaglia. Si deve riconoscere che 360 uomini hanno vinto su 240. La massa dei morti resta interamente fuori del gioco. All’interno del parlamento non ci devono essere morti. L’inviolabilità dei deputati esprime nel modo più chiaro questo intento. Il quale è rivolto in due direzioni: esternamente, verso il governo e i suoi organi; internamente, verso i propri pari – su questo secondo punto è di minor peso.
Nessuno ha mai creduto davvero che l’opinione del numero maggiore in una votazione sia, per il predominio di quello, anche la più saggia. Volontà sta contro volontà, come in guerra; a ciascuna delle due volontà s’accompagna la convinzione del proprio maggiore diritto e della propria ragionevolezza; tale convinzione è facile da trovare, si trova da sola. La funzione di un partito consiste propriamente nel conservare vive quella volontà e quella convinzione. L’avversario, battuto nella votazione, non si rassegna affatto, poiché ora improvvisamente non crede più nel suo diritto; egli si limita piuttosto a dichiararsi sconfitto. Non gli è difficile dichiararsi sconfitto, giacché non gli accade nulla di male. In nessun modo è punito per il suo precedente atteggiamento ostile. Se davvero temesse un pericolo di vita, reagirebbe ben diversamente. Egli conta piuttosto sulle future battaglie. Al suo numero non è imposto alcun limite; nessuno dei suoi è stato ucciso.

 

Voltaire, "Lettere inglesi", Milano, Silvio Berlusconi Editore, 2024, pagine 54-55

 

Fortunatamente, con le scosse che le dispute fra i re e i nobili davano agli imperi, le catene delle nazioni sono diventate più o meno lasche. In Inghilterra la libertà è nata dalle dispute dei tiranni: i baroni costrinsero re Giovanni Senzaterra e re Enrico III ad accordare la famosa Magna Charta, il cui principale scopo era in verità di mettere i re alle dipendenze dei lord; in essa tuttavia il resto della nazione fu un po’ favorito, così che nel caso potesse schierarsi dalla parte dei suoi presunti protettori. Questa Magna Charta, che è considerata l’origine sacra delle libertà inglesi, mostra essa stessa quanto poco fosse nota la libertà.
Il solo titolo prova che il re si credeva di diritto assoluto, e che i baroni e perfino il clero lo costrinsero a sciogliersi da questo preteso diritto solo perché erano i più forti. 
La Magna Charta comincia con quest’intestazione: “Noi accordiamo, di nostra libera volontà, i seguenti privilegi agli arcivescovi, ai vescovi, agli abati, ai priori e ai baroni del nostro regno, etc.”.
Negli articoli di questa Charta non si fa parola della Camera dei Comuni, prova che essa non esisteva ancora o che esisteva senza alcun potere. Vi vengono specificati gli uomini liberi d’Inghilterra: triste dimostrazione del fatto che ve n’erano altri che non lo erano affatto. Si vede, nell’articolo 32, come questi presunti uomini liberi dovessero rendere dei servigi al loro signore. Una tale libertà conservava ancora molto della schiavitù.

 

Alexis de Tocqueville, "La democrazia in America I", in Id. "Scritti politici", a cura di Nicola Matteucci, Volume secondo, Torino, UTET, 1968, pagine 236-238

 

Molte persone, in Europa, credono senza dirlo, o dicono senza crederlo, che uno dei grandi vantaggi del suffragio universale sia quello di chiamare alla direzione degli affari uomini degni della pubblica fiducia. Il popolo, si dice, non è in grado di governare da solo, ma vuole sempre sinceramente il bene dello Stato, e il suo istinto non manca quasi mai di designare coloro che sono animati dallo stesso desiderio e che sono più capaci a tenere in mano il potere.
Da parte mia, debbo dirlo, ciò che ho visto in America non mi autorizza affatto a pensare che sia così. Al mio arrivo negli Stati Uniti, fui molto sorpreso scoprendo fino a quale punto il merito fosse comune fra i governati, e come fosse scarso presso i governanti. E’ un fatto costante che ai giorni nostri, negli Stati Uniti, gli uomini più ragguardevoli raramente siano chiamati alle pubbliche funzioni, e si è obbligati a riconoscere che questo si è andato verificando a misura che la democrazia ha oltrepassato tutti i suoi vecchi limiti. E’ evidente che la razza degli uomini di Stato americani è singolarmente diminuita da un mezzo secolo.
Si possono citare parecchie cause di questo fenomeno. 
E’ impossibile, checché si faccia, elevare la cultura del popolo oltre un certo livello. Per quanto si faciliti l’avvicinamento alle conoscenze umane, si migliorino i metodi di insegnamento e si metta la scienza a buon mercato, non si riuscirà mai a far sì che gli uomini si istruiscano e sviluppino la loro intelligenza senza consacrarvi del tempo.
La maggior o minore facilità che il popolo incontra a vivere senza lavorare, costituisce dunque il limite necessario ai suoi progressi intellettuali. Questo limite è posto più lontano in certi paesi e meno lontano in certi altri; ma, perché non esistesse affatto, bisognerebbe che il popolo non dovesse occuparsi delle cure materiali della vita, cioè che esso non fosse più il popolo. E’ dunque altrettanto difficile concepire una società in cui tutti gli uomini siano molto colti, quanto immaginare uno Stato in cui tutti i cittadini siano ricchi; sono queste due difficoltà correlative. Ammetterò senza difficoltà che la massa dei cittadini vuole molto sinceramente il bene del paese; vado anche più lontano, e dirò che le classi inferiori della società mi sembrano mescolare, in genere, a questo desiderio meno combinazioni di interesse personale che le classi elevate; ma ciò che, più o meno, manca sempre loro è l’arte di giudicare i mezzi, pur volendo sinceramente il fine. Che lungo studio, quante nozioni diverse sono necessarie per farsi un’idea esatta del carattere di un solo uomo! I più grandi geni si sbagliano, figuriamoci se ci riuscirebbe la massa! Il popolo non trova mai il tempo e i mezzi per dedicarsi a questo lavoro. Deve sempre giudicare in fretta e attaccarsi agli oggetti più appariscenti. Da ciò deriva che i ciarlatani di ogni genere conoscono così bene il segreto di piacergli, mentre molto spesso i suoi veri amici falliscono.
Del resto, non è sempre la capacità che manca alla democrazia per scegliere gli uomini di merito, ma il desiderio e il gusto. Non bisogna nascondersi che le istituzioni democratiche sviluppano a un altissimo grado il sentimento dell’invidia nel cuore umano. Ciò non tanto perché esse offrono a ciascuno i mezzi per eguagliarsi agli altri, quanto perché questi mezzi vengono continuamente meno a coloro che li impiegano. Le istituzioni democratiche risvegliano e lusingano il desiderio dell’eguaglianza, senza poterlo mai soddisfare interamente. Questa eguaglianza completa sfugge ogni giorno dalle mani del popolo nel momento in cui esso crede di afferrarla, e fugge, come dice Pascal, in una fuga eterna; il popolo si accalora nella ricerca di questo bene tanto più prezioso, in quanto è abbastanza vicino per essere conosciuto, abbastanza lontano per non essere affatto assaporato. La probabilità di riuscire lo emoziona, l’incertezza del successo lo irrita; esso si agita, si stanca, s’inasprisce. Tutto ciò che in qualche modo lo supera, gli pare allora un ostacolo ai suoi desideri, e non c’è superiorità, anche legittima, la cui vista non affatichi i suoi occhi.
Molti immaginano che questo istinto segreto, che da noi porta le classi inferiori ad allontanare per quanto possibile quelle superiori dalla direzione degli affari, non si riveli che in Francia; è un errore: l’istinto di cui parlo non è affatto francese, è democratico; le circostanze politiche hanno potuto dargli un particolare carattere di amarezza, ma non l’hanno fatto nascere.
Negli Stati Uniti il popolo non odia affatto le classi elevate della società, ma sente poca benevolenza per esse, e le tiene con cura al di fuori del potere; esso non teme i grandi ingegni, ma li gradisce poco. In genere si nota che tutto ciò che si eleva senza il suo appoggio, difficilmente ottiene il suo favore.
Mentre gli istinti naturali della democrazia spingono il popolo ad allontanare gli uomini eminenti dal potere, un istinto non meno forte porta questi ad allontanarsi dalla carriera politica, nella quale è loro così difficile rimanere completamente sé stessi e procedere senza avvilirsi. […]
Ho la prova che coloro che considerano il suffragio universale come una garanzia della bontà delle scelte, si illudono completamente. Il suffragio universale ha altri vantaggi, ma non questo.

 

Di più su questi argomenti: