Ansa
Fase di ebollizione
Putin, Xi, Trump: la stessa idea di scrivere un nuovo “nomos della terra”
I tre presidenti vogliono tracciare nuovi confini e non solo di natura territoriale, rispondendo, ciascuno a proprio modo, a una crescente ansia di "sentirsi collocati", di sapere di poter appartenere a un posto. Leggere il mondo cambiato col saggio del 1950 di Carl Schmitt
Siamo dentro un’epoca di rottura e non di ricomposizione. Quest’ultima, anzi, sembra lontanissima. Siamo, per dirla con la fisica dell’acqua, nella fase dell’ebollizione, passaggio dallo stato liquido a quello gassoso (per questo è così nebuloso il futuro). È una transizione di fase. Altrettanto nebulosa, per sua stessa natura, è la principale attività economica, non solo presente ma anche e soprattutto futura, visto che i suoi sviluppi più formidabili sono ancora da venire: ossia l’AI o, più in generale, la digitalizzazione del mondo. C’è, quindi, una “nebulizzazione” dell’attività economica che diviene essa stessa “cloud”, nuvola appunto. O almeno crediamo che sia così. Le relazioni stesse, negli ultimi decenni, hanno trovato nuove forme declinandosi attraverso varie forme di smaterializzazione, di cui i social network sono l’ovvio e più diffuso esempio.
Forse per questo motivo ci appaiono così scandalosi, così estemporanei gli eventi di geopolitica che stanno ridisegnando il mondo: dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, alle aggressive e spregiudicate politiche trumpiane, fino all’imperialismo cinese. Eppure, questo ritorno alla politica della terra, o meglio, delle cose massimamente concrete (terra, territori, confini, guerra, etc.), non può essere casuale. E ciò perché sembra rispondere direttamente allo “stato gassoso” delle principali relazioni umane cui si accennava e che, per un motivo o per l’altro, è diventato via via politicamente, e forse socialmente, in apparenza intollerabile. In sintesi, a un movimento economico-tecnologico massimamente de-materializzato fa da pendant un ritorno della “politica della terra”. Putin, Xi, Trump, nelle loro profondissime diversità, spesso incommensurabili e conflittuali, sembrano avere questo in comune: la volontà di scrivere un nuovo “nomos della terra”, di tracciare nuovi confini, e non solo di natura territoriale.
Il nomos della terra (Adelphi), pubblicato nel 1950, è uno dei libri più importanti di Carl Schmitt, il sulfureo giurista che, all’epoca, si trovava ancora ovviamente in una condizione di totale isolamento per il ruolo avuto all’interno del Terzo Reich, e che dal suo ritiro di Plettenburg osservava il mondo che riscriveva le proprie regole all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Scrive Schmitt in un passaggio fondamentale del testo: “Alla base di ogni nuovo periodo di ogni nuova epoca della coesistenza tra i popoli, tra gli imperi e i paesi, i detentori del potere e le forme di potere di ogni specie, vi sono nuove suddivisioni dello spazio, nuove delimitazioni e nuovi ordinamenti spaziali della terra”.
Il nomos per Schmitt non è la semplice legge che ristabilisce un ordine nel mondo. Senza entrare nello specifico di ciò che nomos significa per Schmitt, si può dire che questo concetto contiene in sé la dialettica tra “ordinamento e localizzazione”, ossia è una forma di organizzazione politica, sociale, giuridica che deve avere una precisa appartenenza territoriale: “il nomos è pertanto la forma immediata nella quale si rende spazialmente visibile l’ordinamento politico e sociale di un popolo”. La scissione tra ordinamento e localizzazione genera una rottura del nomos, ossia una forma di profonda disappartenenza, di radicale sradicamento. Si capisce quindi come il nomos abbia a che fare con un “essere collocati”, con un sentirsi appartenenti a un luogo che non è solo fisico-spaziale, ma anche dello spirito, che tuttavia non può essere tale se non è anche fisico.
Le esistenze umane sono esistenze terrestri, che sulla Terra si muovono e che hanno a che fare con spazi delimitati da confini. L’idea che le scienze naturali, o le tecniche, possano liberarci di questa necessità effettiva dell’esistenza stessa dell’uomo appare interamente illusoria per Schmitt, quindi “il pensiero degli uomini deve nuovamente rivolgersi agli ordinamenti elementari della loro esistenza terrestre. Noi siamo alla ricerca del regno di senso della terra”. Nel disorientamento generato dalla “nebulizzazione” del mondo, Trump, Xi, Putin rimettono al centro il nomos della terra, ossia quell’ordinamento legato alla terra che continuamente si riproporrà, mutando di forma, “finchè la storia universale non sarà conclusa”. Quei tre rispondono, paradossalmente e ciascuno a proprio modo, a una crescente ansia di “sentirsi collocati”, di sapere di poter appartenere a un posto, e che quel posto è forte e sicuro, che lì si può costruire una casa. So che a molti di noi tutto ciò suona fuori tempo, forse romantico (nell’accezione più storica e negativa del termine), eppure questo è ciò che chi ha in mano oggi il mondo ha, sostanzialmente, ricevuto il mandato di portare avanti.
Ora, chi sta in Occidente e non appartiene a nessuno di questi tre orizzonti, può decidere cosa fare. Possiamo continuare a indignarci, certo, a strapparci le vesti, a dire quanto siano orribili, spietati e maleducati. Oppure possiamo iniziare a voler capire e attrezzarci, innanzitutto capendo che non ci troviamo nel mondo in cui avremmo voluto essere e che, per buona parte, è colpa nostra. La lista dei motivi sarebbe lunghissima. Basta qui citare l’indebolimento strutturale, tramite una guerra culturale che dura da decenni e che si è tradotta in risultati politici, giuridici ed economici, che ci siamo auto-inflitti sperando che tutti gli altri ci rendessero grazie per questa postura da anime belle, e che seguissero l’esempio. Non è andata così, e là fuori il mondo intanto è cambiato.