Il giallo, la bomba atomica

La scomparsa del fisico Majorana e l'orologio dell'Apocalisse

Maria Pia Farinella

Un mistero che si trascina dal 1938. Ma c’è una novità: nel marzo scorso un Tribunale ha dichiarato ufficialmente morto il grande scienziato siciliano

Di certo c’è solo che è morto. Sembra un paradosso a 119 anni dalla nascita e a 87 dalla scomparsa. Intanto è morto a tutti gli effetti di legge. Chissà chi può avere avuto interesse nel 2024 a presentare istanza per la dichiarazione di morte presunta di Ettore Majorana, il fisico di prodigioso talento nato a Catania il 5 agosto 1906 e svanito nel nulla in una notte di primavera del 1938

 

Aveva 31 anni quel 26 marzo, Ettore Majorana. Da pochi mesi era titolare della cattedra di Fisica teorica all’Università di Napoli dove era stato chiamato a insegnare “per l’alta fama di singolare perizia”. Era considerato un genio compiuto. Della “stessa categoria di Galileo o Newton”, secondo la reiterata testimonianza di Enrico Fermi, premio Nobel della Fisica nel 1938. Era Majorana uno di quegli studiosi per il quale si poteva fare ricorso alla procedura d’eccezione, cioè alla nomina ministeriale “per chiara fama”, prevista dalla legge ma applicata di rado. Fu proprio Fermi, cattedratico di Fisica a Roma, a sollecitarla al ministro Bottai. Forse per riconoscere il valore dell’allievo di sorprendente mente analitica. Forse per evitare che Majorana potesse vincere per i suoi meriti un concorso a cattedra a Palermo, già bandito all’epoca e, nei fatti, già assegnato ad altri candidati. Accorgimenti non inconsueti in ambito accademico, allora come oggi.

 

Il 13 gennaio del 1938 Majorana tenne la lectio magistralis che inaugurava il suo corso. Non fu una cerimonia solenne come si usava al tempo. Il professore dimostrò, anche in quell’occasione, di avere “al massimo grado quel raro complesso di attitudini che formano il fisico teorico di gran classe”, per dirla con Fermi. Majorana fu di estremo rigore concettuale, chiaro ed essenziale nell’espressione. Elegante, come sempre, nell’applicare ai problemi della fisica il calcolo matematico per cui aveva un’attitudine naturale, dimostrata già durante l’infanzia nelle sfide in famiglia. Non amava la retorica, Majorana. E non voleva conquistare allievi. Preferiva parlare ai pochi che volevano, o potevano, seguirlo. Alla lezione assistettero anche alcuni accademici e la famiglia, a cui Majorana era molto legato. Memore, chissà, “delle villeggiature sull’Etna passate a osservare le stelle e i pianeti nelle notti senza luna”, come ebbe a dire la sorella minore Maria, ricordando quel fratello “di spirito arguto, con un vivo senso dell’umorismo e una enorme sensibilità umana”, dimostrata anche in quelle “piccole lezioni di astronomia” che le impartiva senza parere. Un uomo “schivo e timido”, ma capace di tessere relazioni umane intense con chi gli stava a cuore.

 

Durò dieci settimane l’impegno universitario di Ettore Majorana. Poi sparì. Quel 26 marzo del ‘38 Majorana si trovava – o avrebbe dovuto trovarsi – in viaggio tra Palermo e Napoli, a bordo del traghetto Tirrenia. Il biglietto regolarmente acquistato, il posto in cabina assegnato. Sono le sue ultime tracce. Forse volutamente sparse secondo una logica non lineare. Con l’annuncio per lettera, il 25 marzo, al collega e amico Antonio Carrelli, direttore dell’Istituto di Fisica a Napoli, della sua “improvvisa scomparsa”. Usando proprio questi termini, poi ritrattati in una successiva lettera: “Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani. Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana, perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”.

 

Dettagli che non arriveranno mai. Quella notte svanì come una meteora, Ettore Majorana. E non fu mai più trovato. Nessun corpo. Tantomeno nel mare dove navigava ogni giorno il “postale”. Nessuna certezza sulle ragioni per sottrarsi al mondo o, in un’ipotesi ancora più peregrina, per esserne sottratto. I giornali parlarono a lungo della scomparsa del giovane scienziato italiano, indicandolo “come uno dei fondatori della moderna fisica nucleare, accanto al tedesco Werner Heisenberg”.

 

Mussolini fu avvertito. Sembra che abbia scritto di suo pugno: “Voglio che si trovi” sul fascicolo dell’inchiesta. Sembra che il capo della polizia Arturo Bocchini abbia risposto: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”. Avrà avuto le sue ragioni per ribattere al duce, il prefetto Bocchini. Il quale era il gerarca che aveva fondato la fascistissima Ovra, polizia politica con ramificazioni capillari sul territorio. L’Ovra lavorava nell’ombra e rispondeva direttamente a Mussolini del suo operato. Oppure a Bocchini. Definito, infatti, “il vice duce”.  

 

La polizia, nonostante le ricerche o, forse, proprio per il modo di condurre le ricerche, non trovò tracce di Majorana. Sebbene le pressioni fossero tante. Comprese quelle della famiglia dello scienziato, una molto influente famiglia siciliana che faceva parte dell’élite dell’Italia postunitaria: il nonno Salvatore Majorana Calatabiano due volte ministro nei governi Depretis, gli zii Giuseppe e Dante deputati, accademici e rettori dell’Università di Catania, lo zio Angelo, giurista, anche lui rettore, e ministro delle Finanze del governo Giolitti, lo zio Quirino presidente della Società italiana di Fisica e membro dell’Accademia dei Lincei, il padre Fabio Massimo, il minore dei fratelli, l’unico a non ricoprire ruoli accademici o politici, comunque doppia laurea in ingegneria e in scienze fisico-matematiche, pioniere della telefonia, ispettore generale del ministero delle Comunicazioni a Roma.   

 

Le indagini sulla scomparsa di Ettore furono, forse, sviate dalle due ipotesi più “ovvie” che si presero in considerazione. Che erano anche quelle che meno potevano essere divulgate per i canoni dell’élite borghese di quell’epoca e, probabilmente, di sempre. Suicidio o follia, le ipotesi. Quell’essere “al di fuori dalle regole” che sta sempre a un passo dal genio. Tutto ciò fece dire a Fermi che “con la sua intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito”. 

 

Nel frattempo, la legge ha seguito il suo corso. Il 20 febbraio 2025 e, poi, il successivo 4 marzo – per due volte consecutive, come da procedura – la Gazzetta ufficiale della Repubblica ha pubblicato la richiesta della sezione civile del Tribunale di Roma per dichiarare la morte presunta di Ettore Majorana, fissandola al 26 marzo 1938. “Scomparso in circostanze mai accertate”, si legge nell’organo ufficiale dello Stato. Segue la formula di rito con cui “si invita chiunque abbia notizia dello scomparso a farle pervenire al Tribunale di Roma entro sei mesi dall’ultima pubblicazione”. 

 

Certo, un paradosso. Come una costruzione letteraria. Con un procedimento giudiziario che rimanda alla metafisica borgesiana. A un gioco di labirinti e di finzioni. A una sequenza di specchi che moltiplicano identità. Al Giardino di sentieri che si biforcano del racconto di Borges. Dove i sentieri si biforcano all’infinito. Il tempo è ciclico, simultaneo o reversibile. E conoscere significa smarrirsi. Maggiormente se “lo scomparso” oggetto dell’atto giudiziale è uno scienziato. Uno come Majorana. La cui tesi di laurea Sulla meccanica dei nuclei radioattivi, discussa nel 1929 all’Istituto di Fisica di via Panisperna a Roma, relatore Enrico Fermi, è ancora oggi considerata una pietra miliare degli studi teorici di fenomeni quantistici risonanti nella materia nucleare. 

 

Il buco nero in cui si è dissolto Majorana, secondo la Società italiana di Fisica, ha messo in secondo piano il valore della sua ricerca. In una nota pubblicata mesi fa sul sito della Sif, i fisici nucleari Francesco Guerra e Nadia Robotti – nel rilevare l’accavallarsi disordinato di “svariate e contraddittorie ipotesi sulla sua reale personalità, sulle motivazioni della sua scomparsa e sul suo destino” – affermano che “solo negli ultimi anni, sulla base dell’analisi critica di nuovi documenti, comincia a delinearsi una figura scientifica, culturale, e umana di Ettore Majorana, profondamente diversa dalle credenze fortemente radicatesi nei decenni”. Poi puntualizzano che “la sua attività scientifica risulta più vasta e profonda di quanto creduto, così come la sua influenza sulle ricerche condotte a Roma da Fermi e i suoi collaboratori”. Il linguaggio è accademico, formale. Ma lascia intravedere la marcia in più che aveva Majorana. Perfino rispetto al più geniale gruppo di fisici che l’Italia abbia mai avuto. La nota della Sif prova anche a porre argine alle supposizioni più recenti intorno all’enigma Majorana. Come la presunta sindrome di Asperger o un’ipotetica omosessualità. Senza contare l’alchemica “macchina di Majorana” presentata a Palazzo Madama lo scorso 22 ottobre. Un dispositivo mai descritto dal fisico siciliano, ma da lui ispirato. Forse. La vicenda è intricata, un vero romanzo nel romanzo. Il risultato, di cui si è parlato al Senato, sarebbe una macchina in grado di annichilire la materia, creare energia dal nulla, trasmutare gli elementi, trasformando, per esempio, la sabbia in grano o il polistirolo in oro, e persino riportare indietro le persone nel tempo.

 

Il fatto è che gli atti relativi all’esistenza e alla scomparsa di Majorana sono tanto scarni nella loro verità storica, quanto copiosi nella loro verità letteraria. A chi, come me, subisce il fascino della figura letteraria, piace immaginare che, anche se avesse potuto, Ettore Majorana non avrebbe voluto andare oltre le leggi generali che regolano la vita. Secondo uno scrittore come Leonardo Sciascia che gli dedicò un pamphlet pubblicato nel 1975, lui “portava” la scienza come un fatto “di natura, non di volontà”. Anzi, “trovava” la scienza senza bisogno di cercarla. 

 

Era questa, secondo Sciascia, la differenza sostanziale tra Ettore Majorana e gli altri Ragazzi di via Panisperna, il gruppo di giovani scienziati riuniti intorno a Fermi, che negli anni Trenta produceva studi di fisica nucleare di importanza tale da essere considerati antesignani della bomba atomica. Nel pamphlet La scomparsa di Majorana, Sciascia scrive intorno alla scienza che animava questi enfant prodige della fisica italiana. Che era “un segreto fuori di loro – da colpire, da aprire, da svelare – per Fermi e il suo gruppo. E per Majorana era invece un segreto dentro di sé, al centro del suo essere; un segreto la cui fuga sarebbe stata fuga dalla vita, fuga della vita”. Non a caso Sciascia definì “un giallo filosofico” La scomparsa di Majorana. Ricordando poi, negli anni a venire e in più luoghi, che di tutti i libri che aveva pubblicato era quello che più continuava a interessarlo, quello che più gli “sembrava giusto aver scritto”. Per la sua “terribile” attualità. Per l’asservimento della scienza al potere testimoniata dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Esplosioni nucleari testate dagli Stati Uniti d’America sulla popolazione civile del Giappone. Attuate nell’agosto del 1945. Di fatto, a guerra già vinta. E in due città accuratamente selezionate, perché ancora integre, perché risparmiate dalle armi convenzionali.

 

Sciascia, si sa, era scrittore di denuncia civile. Usava la penna “come un colpo di spada” per indagare verità, per svelare il lato oscuro del potere, per “fugare ingiustizie e soprusi”. L’approccio di Sciascia alla letteratura, il suo “metodo”, non poteva, di conseguenza, tralasciare fonti e archivi. Anzi, li usava per “rendere più probante l’immaginazione”. Lavorava su base documentale pure quando scriveva romanzi non basati su accadimenti reali. Figuriamoci su Majorana, enigma principe della storia scientifica e delle cronache giornalistiche del Novecento. La vicenda del professore svanito nel nulla aveva colpito Sciascia già quando avvenne nel 1938. Lo raccontò lui stesso molti anni dopo, facendo riferimento a se stesso, studente di 17 anni all’Istituto Magistrale di Caltanissetta, lettore onnivoro di tutti i giornali che gli capitavano a tiro. Ricordava perfettamente le ricerche che si facevano dello scienziato scomparso e l’appello della famiglia Majorana divulgato nella rubrica Chi l’ha visto della Domenica del Corriere. Né gli sarà sfuggita l’inchiesta in tre puntate che l’amico giornalista Mauro De Mauro aveva pubblicato sul quotidiano L’Ora di Palermo nel 1965, il giornale a cui in quegli anni Sciascia stesso collaborava. Già nei primi anni Settanta lo scrittore aveva accumulato materiale su Majorana. Molti inediti li aveva forniti il fisico Erasmo Recami che era in buoni rapporti con la famiglia Majorana. E fu molto generoso da parte di Recami, scienziato di valore, cedere il passo allo scrittore sul “caso Majorana”, consapevole di quanto Sciascia avrebbe amplificato la vicenda nell’immaginario collettivo. 

 

Ma la ragione per cui Sciascia si decise a trattare il “caso Majorana” nel 1975 fu ben altra. Fu l’indignazione. Lo dichiarò lui stesso, asserendo di aver voluto scrivere un libro “contro Fermi e contro gli scienziati come lui”. Fu il fatto di aver incontrato casualmente un fisico e “di averlo sentito parlare con soddisfazione, con entusiasmo persino, della sua partecipazione alla costruzione delle bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagasaki”. Nel ‘75 ricorreva il trentennale delle esplosioni atomiche e la fine della Seconda guerra mondiale. Sciascia fu invitato dalla televisione svizzera a partecipare a una trasmissione commemorativa assieme ad altri scrittori, come Alberto Moravia, a storici, a scienziati. Tra loro c’era il fisico Emilio Segrè, uno dei Ragazzi di via Panisperna, premiato col Nobel per la Fisica nel 1959. Segrè era di famiglia ebraica. A causa delle leggi razziali fasciste, aveva dovuto emigrare in America. Come Fermi, la cui moglie Laura era ebrea. Come Fermi, ebbe un ruolo di primo piano nel progetto Manhattan, la costruzione dell’arma atomica americana, la più grande mobilitazione di scienziati al servizio della guerra di cui, finora, si sappia.

 

Guardando a Segrè, Leonardo Sciascia decise di fare di Majorana “il simbolo dell’uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri – con disinvoltura, a dir poco – si erano avviati”. Lo dichiara al giornalista Giuseppe Quatriglio, suo conterraneo, nel novembre 1975. Lo scrive di suo pugno su La Stampa, il quotidiano con cui collaborava, nel 1988, nel suo ultimo intervento su Majorana. 

 

Questi minuziosi dettagli intorno al pamphlet di Sciascia sono stati ricostruiti e sistematizzati da Vincenzo Barone che insegna Fisica teorica all’Università del Piemonte orientale. Non a caso il saggio, pubblicato lo scorso ottobre da Bollati Boringhieri, si intitola Anatomia della “Scomparsa”. Sciascia, Amaldi, Majorana. Con l’invito a leggere la storia di Majorana “senza sovrastrutture”. Piuttosto, “lasciandosi conquistare dal mito di un giovane genio nel quale ognuno di noi può proiettare le proprie inquietudini, e il meglio di se stesso”.

 

Vincenzo Barone dà conto, tra l’altro, della polemica, a tratti aspra, con cui alcuni scienziati italiani accolsero la versione di Sciascia sul “caso Majorana”. La disputa fu animata soprattutto dal fisico Edoardo Amaldi, amico e collega di Majorana con cui aveva lavorato in via Panisperna e suo primo biografo già negli anni Sessanta. Poiché Sciascia aveva basato in parte la narrazione de La scomparsa di Majorana sulle note biografiche di Amaldi, quest’ultimo contestò la ricostruzione sciasciana di alcuni episodi, come la nomina a Napoli “per chiara fama”, caldeggiata da Fermi per evitare che Majorana vincesse la cattedra a Palermo. Secondo Amaldi, non c’erano contrasti tra Fermi e Majorana. Inoltre, Amaldi nell’affrontare “il difficile problema dei rapporti tra gli scienziati dei due gruppi di nazioni belligeranti, gli alleati da un lato, e le nazioni dell’Asse Berlino-Roma-Tokyo dall’altro” precisava che era “fantasiosa e infondata” l’ipotesi che Majorana avesse potuto prevedere l’incombere delle armi atomiche sull’umanità. Certo, la tesi di Sciascia sottraeva etica al valore della ricerca scientifica di quegli anni, sottomettendo la scienza al potere politico e militare. Nel suo pamphlet Sciascia raccontava “la struttura organizzativa del Manhattan Project” nei laboratori segreti di Los Alamos, in uno dei luoghi più remoti degli Stati Uniti, con “immagini di segregazione e di schiavitù, in analogia ai campi di annientamento hitleriani”. Perché “quando si maneggia, anche se destinata ad altri la morte – come si maneggiava a Los Alamos – si è dalla parte della morte e nella morte”. Era ancora più esplicito sulla bomba atomica, Sciascia. Scriveva che non c’era differenza tra “gli schiavi che l’avrebbero consegnata a Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di senso comune che rappresentava il senso comune della democrazia americana”. A dicembre del ‘75 il duello a colpi di carta stampata tra Amaldi e Sciascia si esaurì. Barone in Anatomia della “Scomparsa” riporta tutti gli articoli e spiega la controversia nel contesto di quegli anni e di “due galantuomini quali erano sia Amaldi, sia Sciascia” che consideravano entrambi “la verità” un valore non negoziabile. “Ma le loro assunzioni di fondo, i presupposti, gli stili di ragionamento erano abissalmente diversi”. I due non erano fatti per comprendersi. 

 

In realtà il tema sullo sfondo era quello di sempre. La vexata quaestio tra “vero storico” e “vero poetico”, distinzione già espressa da Manzoni a proposito de I promessi sposi, il romanzo a cui dedicò anni di vita tra documentazione storica, scrittura e riscrittura. Si sa, lo abbiamo studiato tutti a scuola, il “vero storico” è l’oggettività dei fatti documentabili, mentre il “vero poetico” è l’invenzione che integra la storia. Sono le umane passioni, le motivazioni, i sentimenti che “verosimilmente” stanno dietro gli eventi. “Nel 1975 Amaldi temeva che – una volta che si fosse spenta l’eco della polemica – il libro di Sciascia avrebbe continuato a essere letto come la verità storica sull’argomento”, specifica Barone. Constatando che “è proprio quello che è successo. Ancora oggi Majorana è il genio che rifiuta la scienza per non essere coinvolto nei suoi esiti di morte”. 

 

Tra chi ha raccolto la lezione di Sciascia, c’è Fabrizio Catalano, il maggiore dei nipoti dello scrittore, quello che più gli fu vicino quando il nonno era in vita. Da La scomparsa di Majorana – che Sciascia pubblicò proprio quando il nipote Fabrizio veniva al mondo, nell’ottobre del ‘75 – Catalano ha tratto nel 2019 un’omonima trasposizione teatrale di cui firma la regia. Lo spettacolo è concepito come un’indagine poliziesca, una sorta di thriller a orologeria. I personaggi, colti nel caos dell’agosto del 1945, danno vita a una sorta di processo che si prolunga oltre l’alba, fino al tragico scioglimento dell’enigma. La pièce dal marzo 2019 gira il mondo, sempre con lo stesso cast. E’ stata rappresentata in Italia, in Europa, in America.  Il prossimo appuntamento è a Napoli, il 17 e 18 febbraio, su invito del dipartimento di Fisica dell’Università Federico II che intende organizzare anche un dibattito con gli studenti. A dimostrazione che il gran rifiuto, il “religioso” rifiuto, opposto da Majorana alla deriva della scienza è oggi più che mai attuale, col mondo sospeso su più fronti di guerra con la scienza agitata come dogma. Vincenzo Barone fa notare che la corsa al riarmo, “questo straparlare di nucleare a scopi bellici” rompe un tabù che ci ha permesso di vivere più o meno in tranquillità negli ultimi ottanta anni, da Hiroshima e Nagasaki in poi.

 

“In una stagione come quella che stiamo vivendo, caratterizzata dallo sfaldamento dei valori morali, dall’esaltazione dell’ego, dall’ansia del profitto e dalla deriva della scienza, è necessario rievocare figure come quella di Ettore Majorana”, aggiunge Fabrizio Catalano, drammaturgo e regista cinematografico, autore di romanzi, saggi, articoli e monografie, traduttore dal francese di testi lirici e teatrali. E ricordando il nonno Leonardo, precisa: “Non è che fosse antiscientifico. Non è che avesse in odio Galileo.  Piuttosto era preoccupato dalla deriva della scienza contemporanea. Dalla sfida che incrociava con le leggi della natura”.

 

Nel suo libro Vincenzo Barone cita più volte Fabrizio Catalano. In un’occasione ne assume il punto di vista: “La vera domanda da porsi, muovendosi su un terreno etico, non è se Majorana sia veramente scomparso per aver visto in una manciata di atomi la catastrofe dell’umanità, ma cosa ci conviene – o vogliamo – credere”. Ciò che conta è quel che pare “vero e importante alla coscienza”, scrive Barone. Come Manzoni. Come Sciascia.

 

L’occhio scientifico del professore Barone si posa pure sulle coincidenze che incrociano le vite di Majorana e di Sciascia, quelle che Jung avrebbe chiamato “sincronicità significative”. Come il fatto, statisticamente improbabile, che sia Majorana, sia Sciascia, avevano lo stesso indirizzo, quantomeno per la corrispondenza: viale Regina Margherita, 37. Il fisico a Roma, lo scrittore a Racalmuto.

 

Altra sincronicità junghiana. Nel semestre disposto dal Tribunale di Roma per dare “notizia dello scomparso”, il nome di Majorana è tornato alla ribalta anche su pubblicazioni non specialistiche. La novità è che Microsoft, dopo più di tre lustri di ricerca, ha lanciato Majorana 1, il primo chip quantistico a qubit topologici basati sulle cosiddette “quasi-particelle di Majorana”. Dovrebbe essere il futuro dei computer quantistici. Annunciato in pompa magna. Ma la comunità scientifica nutre dubbi sui risultati perché le applicazioni pratiche non sarebbero così vicine come Microsoft vorrebbe suggerire. Nel dibattito è sceso in campo il fisico Chetan Nayak, un cinquantenne con un curriculum d’eccellenza nelle migliori università americane, oggi a capo dell’equipe di Microsoft che sta sperimentando l’approccio topologico alla computazione quantistica. Nayak ha fatto notare che le sfide scientifiche richiedono “sudore, sangue e lacrime” e che con il dispositivo Majorana 1 “abbiamo almeno una visuale sull’obiettivo”. Deve essere il destino di Majorana, questo di guardare in prospettiva. 

 

Rimane irrisolto il tema della responsabilità etica degli scienziati. Ma Barone si congeda con il monito del Doomsday Clock, “l’orologio dell’Apocalisse”, inventato da un gruppo di scienziati nel 1947 – quindi dopo le bombe atomiche sganciate in Giappone – e da allora in prima pagina sul Bulletin of The Atomic Scientists. Il Doomsday Clock si basa su “un sofisticato sistema di studi indipendenti e ricerche in varie branche del sapere che stabilisce ogni anno a gennaio quanto l’umanità sia vicina a una catastrofe irreversibile come una guerra nucleare”, dice Barone. L’ora dell’Apocalisse è convenzionalmente fissata a mezzanotte. Non rincuora sapere che mai l’umanità è stata così vicina all’annientamento come nel 2025, quando “L’orologio dell’Apocalisse” è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino nella storia della sua invenzione. Per il 2026 ancora non si sa. Si aspetta l’annuncio, ovviamente live, del 27 gennaio. Non ci resta che ascoltare i rintocchi e pensare al profeta Isaia, al suo versetto che risuona nell’oscurità: “Sentinella, quanto resta della notte?”

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