Il 12 dicembre, con la riapertura del Ponte e la sua intitolazione a san Francesco, la stele dedicata alle vittime del falso eccidio è scomparsa (foto Getty)

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Il cinismo dei burloni, viaggio tra i grandi bluff. Tra le bufale c'è persino una strage

Francesco Palmieri

Il falso eccidio nazista del Ponte dell’Industria è il caso più tragico, ma la lezione è universale. Com’è difficile resistere al fascino delle menzogne, anche con la verità sotto gli occhi   

È passata così, sotto silenzio, la smentita di una strage che fu soltanto inventata ma per decenni ha commosso i romani, ha mobilitato autorità municipali, associazioni, scolaresche, ha ispirato omaggi floreali, periodici pezzi di cronaca, pièce teatrali e persino un monumento commemorativo. Che adesso, anche con l’abbattimento dei due imponenti cipressi da cui era affiancato, è stato sottratto alle cerimonie e agli sguardi. Ora c’è una statua bronzea di san Francesco a braccia aperte che campeggia davanti al Ponte dell’Industria, popolarmente conosciuto nella Capitale come il “ponte di ferro”: centotrentuno metri di epoca papalina che passando sul Tevere uniscono l’Ostiense al Portuense. Lassù, solo in virtù del labile racconto di un giornalista romano pubblicato nel 1994, fu localizzato l’eccidio a sangue freddo di dieci donne perpetrato il 7 aprile di cinquant’anni prima dai nazisti che occupavano Roma, i quali avrebbero mitragliato quel gruppetto di massaie colpevoli di aver rubato un po’ di pane e farina per le proprie famiglie da un forno nei paraggi.

 

Non sono sempre così corte le gambe delle false notizie, sicché l’invenzione dell’eccidio ha retto per circa un trentennio e probabilmente reggerà ancora nella vulgata, malgrado le verifiche storiche – tardivamente condotte – abbiano prima messo in dubbio l’episodio e poi lo abbiano cassato come mai avvenuto, tanto che è stato espunto dall’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia. Non si è rinvenuto un documento ufficiale né una carta ufficiosa, non un cenno sulla stampa coeva, neppure quella clandestina, non una testimonianza diretta della carneficina né la rivendicazione di un parente delle vittime neppure dopo la liberazione di Roma. Nessuna traccia di quei corpi, nessun referto che avvalorasse, desse notizia o restituisse voce all’eccidio fin quando ne scrisse Cesare De Simone, inviato di cronaca del Corriere della Sera e storico per passione, in un saggio di mezzo secolo dopo: Roma Città Prigioniera. I 271 giorni dell’occupazione nazista: 8 settembre 1943 - 4 giugno 1944. Sulla vicenda tornò nel 1998, arricchendola di dettagli, col primo e unico romanzo della sua vita: Donne senza nome, ristampato da Mursia nel 2022, in cui immaginava la storia, evidentemente autobiografica, di un cronista che riesumava quella strage e cercava di restituire identità alle vittime rimaste incomprensibilmente ignote.

 

Forse fu in buona fede De Simone o forse imbastì una consapevole impostura per nobili fini, nessuno potrà dirlo con certezza, perché l’acribico autore di quella che si è rivelata la più dolente bufala del giornalismo italiano, o la più possente fabbricazione letteraria di una realtà mai esistita, morì a sessantasette anni nel 1999. Fece comunque in tempo a constatare i risultati della propria penna perché già nel 1997, sotto la giunta capitolina Rutelli, sul Ponte dell’Industria venne eretto il cippo celebrativo delle vittime con i loro dieci presunti nomi, che De Simone raccontava di aver scovato in un mattinale della questura (di cui non fornì alcun riferimento archivistico e difatti non è stato mai trovato). Soltanto nel 2023 un alacre residente della Garbatella, Giorgio Guidoni, ricercatore dilettante come il giornalista del Corriere, ha operato un riscontro meticoloso ripescando quei nomi dal Fondo Ricompart, dove sono raccolte le pratiche delle Commissioni che furono istituite a più riprese per valutare i riconoscimenti ai partigiani. Ebbene, risultò che quelle donne perirono in luoghi e date diverse dal fatidico 7 aprile 1944 o sopravvissero lungamente alla guerra: alcune erano ancora vive quando De Simone pubblicò e pure dopo, tutte ignare di essere commemorate dal Comune, dall’Anpi, dall’ambasciata tedesca con la deposizione annuale di corone e i discorsi d’occasione, mentre gruppi di lettura organizzavano reading alla Garbatella declamando gli stralci più toccanti dell’opera desimoniana (preferibilmente brani del romanzo, più suggestivi rispetto al volume di saggistica, anche se poi s’è capito come in fondo fossero la stessa cosa).

 

Quando sul Foglio del febbraio scorso riferimmo nei dettagli la vicenda per la prima volta, il Ponte dell’Industria era ancora chiuso per i lavori di restauro e rimodernamento, sicché il monumentino dell’eccidio fantasma era stato spostato provvisoriamente nella caserma dei vigili del fuoco sommozzatori, che dimorano sulla sponda Ostiense della struttura. Ci chiedevamo se al termine delle opere il cippo sarebbe stato nuovamente installato e a quale titolo, dopo la cancellazione della strage dall’Atlante ufficiale; dopo l’incontrovertibile indagine di Guidoni pubblicata nel libro "La verità sull’eccidio del Ponte di Ferro" per le edizioni Cara Garbatella; dopo l’esame cui già aveva sottoposto il caso l’accademico Gabriele Ranzato nel volume "La liberazione di Roma. Alleati e Resistenza uscito" per Laterza nel 2019. Il professore demolì la narrazione desimoniana, osservando tra l’altro che “indipendentemente dai famigliari, perché le forze antifasciste, tra le quali quella comunista fu subito una delle più attive nell’incitare le lotte per il pane, sono restate in silenzio di fronte a un atto di repressione che, se per spietatezza era secondo solo alla strage delle Fosse Ardeatine, per la sua feroce esecuzione in pubblico, accompagnata – si dice – da una terrificante esposizione dei cadaveri, e per il genere esclusivamente femminile delle sue vittime, era un unicum nella capitale?”. “Com’è possibile allora che, di dieci donne uccise, delle quali almeno una buona parte doveva avere una famiglia, non ci sia stato nessun parente, che quanto meno dopo la liberazione della città, ne abbia reclamato i corpi, abbia denunciato con forza l’atto barbaro di cui erano rimaste vittime, sapendo di trovare un gran numero di forze politiche e organi di stampa disposti a farsi portavoce di quella denuncia?”. “Eppure,” constatava Ranzato “né la stampa clandestina durante l’occupazione né quella ormai libera dopo hanno dato alcuna notizia dell’eccidio, se non altro per suscitare il meritato odio contro l’occupante e i suoi complici, per indurre gli indifferenti e gli esitanti a combattere contro di loro. Nessun cenno peraltro se ne è trovato in alcuna delle fonti relative ad ambiti cattolici, solitamente attenti alle sofferenze degli umili ‘innocenti’, nemmeno voci raccolte in modo imprecisato”.

 

Eppure, mentre ci domandavamo se la stele sarebbe tornata al suo posto, con i relativi omaggi, alcune voci sul web confermavano una lezione aurea di questi tempi e forse valida sempre: la suggestione di un racconto può prevalere sulla scabra verità. Così, su qualche blog si arrivava ad accusare i ricercatori storici di “negazionismo che rischia di deflagrare in occasione della ristrutturazione del Ponte fino, si teme, alla rimozione del cippo”, reputando un’offesa alla “memoria collettiva” più l’indagine obiettiva che l’invenzione dell’eccidio. Come se vi fosse bisogno di quella ulteriore efferatezza per qualificare i crimini commessi dalle truppe tedesche, come se non bastassero le Fosse Ardeatine, la deportazione degli ebrei, l’assassinio di Teresa Gullace incinta di sette mesi che ispirò il personaggio interpretato da Anna Magnani in “Roma città aperta” di Roberto Rossellini.

 

Finalmente il 12 dicembre scorso, con la riapertura del Ponte e la sua intitolazione a san Francesco, è avvenuto ciò che i cultori di una memoria ancorché fasulla paventavano: la stele è scomparsa e nessuno ne ha parlato più.

 

“Aut tace aut loquere meliora silentio”: stai zitto oppure di’ qualcosa migliore del silenzio, pose a motto di un autoritratto il pittore secentesco Salvator Rosa. E qualcosa che fosse meglio di un (imbarazzato) silenzio nessuno l’ha trovata per spiegare l’eliminazione del cippo. Per sapere dove sia finito bisogna cercarlo e infine eccolo là: nel cortile dei vigili del fuoco sommozzatori, dove è stato piantato nella terra a quel che pare in via definitiva. Nessuno si è sentito di ricollocarlo, ma neppure di occultarlo completamente, e se la sorte segue qualche arcana simbologia non sarà casuale che l’emersione della verità abbia affidato a dei sommozzatori il monumento, finito in quel limbo in cui galleggiano tante incertezze umane, dove fluttuano i “si dice”, le narrazioni metropolitane, le presunte reliquie dei protomartiri, le spade dei paladini di Francia, i sogni diurni, i “c’è e non c’è” o le imposture che nessuno vuol credere tali anche a dispetto delle evidenze.

 

Resteranno tuttavia alcuni interrogativi senza risposta. Perché per esempio il Comune capitolino, prima di ratificare le celebrazioni, non indagò in modo più approfondito sulla fondatezza dell’episodio. Perché De Simone, cronista navigato, partorì quella storia e avvertì l’esigenza di riproporla tempo dopo esordendo in un’opera di finzione. Perché è stato così agevole intrecciare fatti e fantasia, fede istituzionale e popolare in un intrico borgesiano, in una narrazione che avrebbe appassionato il Carrère di Ucronia. Forse anche i critici letterari, sulla scia degli storici, dovrebbero occuparsi di questo inusitato autore la cui persona è oggi a malapena ricordata da qualche veterano della sua redazione, il quale architettò lucidamente o per equivoco un terribile evento che in tre decenni s’è fatto pietra, bronzo, colonne di giornale, memoria condivisa ma anche installazione audiovisiva e spettacolo (“Le ragazze del ponte” di Emanuela Giordano).

 

Una traccia così longeva non si cancellerà presto, anche a causa del noto meccanismo che oggi gli esperti del web hanno rinominato CIE, Continued Influence Effect: “Quando le fake news vengono assimilate e codificate in memoria, e in una fase successiva sono acquisite nuove informazioni che le screditano, quelle iniziali non vengono semplicemente cancellate o sostituite. Al contrario, le informazioni false e vere coesistono in memoria e si fronteggiano per loro susseguente attivazione”, spiega Antonio Teti nel saggio Cyber Influence (IlSole24Ore, 2023). “La verità illusoria può persistere nel tempo indipendentemente dalle capacità cognitive delle persone, anche se contrastata da pareri contraddittori finemente e incontrovertibilmente documentati”.

 

Tanto più arduo è districare il nodo se il verosimile si mischia al vero. Resta celeberrimo lo scandalo delle tre false teste di Amedeo Modigliani, che i maggiori studiosi (tranne l’inespugnabile Federico Zeri) attribuirono all’artista senza se e senza ma. Il desiderio di ritrovare le sue opere aveva ottenebrato il loro giudizio, sicché non esitarono a decretarne l’autenticità quando un malizioso scultore per hobby e tre studenti burloni, che intagliarono la pietra con un Black & Decker, li accontentarono gettando i propri manufatti nel Fosso Reale di Livorno. Il caso rese indimenticabile l’estate del 1984: prima con la notizia del reperimento che fece il giro del mondo; poi con la crudele rivelazione della beffa. Fu una pacchia per Il Vernacoliere, lo storico foglio satirico locale; fu un incruento diversivo, finalmente un “giallo” stagionale senza sangue, per tutti gli italiani; rappresentò la graticola del martirio per i numi tutelari della storia dell’arte che si dimostrarono fallibilissimi, cominciando da Cesare Brandi il quale aveva emesso un categorico responso sulle teste: “Sono di Modigliani, hanno una luce interiore, in quelle due scabre pietre c’è l’annuncio, c’è la presenza”. Giulio Carlo Argan non retrocesse persino dopo la dichiarazione della burla: le teste, ribadì, “sono autografe, e su questo punto credo che non possa esservi dubbio. Vi sono finezze di segno e di modellato che rivelano la mano di un artista esperto e certamente non possono essere imitate da tre o quattro buontemponi che vogliono divertirsi alle spalle del prossimo”. Chi si giocò per sempre la reputazione fu Vera Durbè, direttrice del Museo progressivo d’arte moderna di Livorno, che aveva sancito la genuinità delle sculture “senza ombra di dubbio. Basta vederle!”. La malcapitata s’oppose invano, con la tipica ostinazione che soccorre i disperati, alla confessione degli studenti i quali avevano esibito come attestazione autoriale anche una fotografia che li ritraeva con l’opera: “Non è sufficiente a dimostrare che quella scultura non è originale”, ribatté la Durbè. “Ci diano una prova, la rifacciano…”. I ragazzi nuovamente l’accontentarono: confezionarono con il sorriso sulle labbra un ulteriore “Modigliani” dinanzi alle telecamere della Rai con il notaio presente, mettendo quella pietra sulla carriera della studiosa e sulla bizzarra sfida a parti inverse che aveva rovesciato l’onere della prova.

 

Il paradosso dovette deliziare il diabolico campione dei falsari di disegni antichi, l’inglese Eric Hebborn, poi morto in circostanze misteriose a Roma nel 1996, il quale lasciava che l’attribuzione delle sue creazioni (a Mantegna, Bruegel, Pontormo, Piranesi) la facessero i dottissimi studiosi cui le mostrava e così riempì di contraffazioni – molte non saranno mai scoperte – i più prestigiosi musei, le gallerie e le case d’asta internazionali. “Il fascino che i falsi esercitano sul profano è senza dubbio in buona parte dovuto al piacere di vedere gli esperti in imbarazzo”, dichiarò nella divertente autobiografia Troppo bello per essere vero, tradotta in italiano per Neri Pozza nel 1994, l’anno in cui usciva il saggio di Cesare De Simone.

 

Potrà sembrare curioso accomunare un falso letterario, o giornalistico, ai falsi d’arte o ai falsi antropologici, come il famoso Uomo di Piltdown “scoperto” nel Sussex dallo scienziato Charles Dawson nel 1912 e smascherato soltanto nel 1953 (aveva assemblato una mandibola di orango a un cranio umano). Potrà apparire improprio accomunare una fake news di guerra alla goliardata degli studenti labronici, i quali nel loro candore erano peraltro convinti che la contraffazione sarebbe stata scoperta a prima vista da cotanti professori e si meravigliarono di doverla denunciare loro. Eppure, il filo rosso che collega vicende così diverse è sempre la deliberata o involontaria menzogna. Nella “Iconologia”, immortale classico cinquecentesco, Cesare Ripa rappresentò la Bugia come una donna “artifitiosamente vestita di color cangiante”, con un abito “dipinto tutto di mascare di più sorti, et di molte lingue” a dimostrazione della sua “incostanza”, con una gamba di legno e un fascetto di paglia accesa tra le mani, perché come il fuoco “presto s’appiccia et presto s’ammorza, così la bugia presto nasce, et presto muore”. Che quel “presto” possa significare decenni, ossia parecchio rispetto alla durata di un’esistenza umana, non rende la menzogna meno effimera se rapportata ai tempi della Storia.

 

C’è tuttavia anche una specie peculiare di mistificazione che punta all’immediato, che non mira alla fabbricazione degli eventi o di un’opera d’arte ma a un ritocco più o meno consistente della propria biografia, fino a farla lievitare in leggenda maggiore o minore. Qualcuno ricorderà le frottole di Manuel Fantoni, il personaggio verdoniano che in “Borotalco” favoleggiava del suo imbarco su un cargo battente bandiera liberiana. Molti si saranno imbattuti nel corso della vita in qualche personaggio che gli assomigliava: un contaballe di quartiere, un Capitan Fracassa, un baroncino di Münchhausen, un autoproclamato seduttore di dive e di miss, un qualche “eroe ar Caffè” di Trilussa che combattette al fronte sì, “ma cor penziero, / però te dà le spiegazzioni esatte/ de le battaje che nun ha mai fatte,/ come ce fusse stato pe davero”. Se non desta sorpresa che certi tipi umani esistano, stupisce invece come trovino sempre qualcuno disposto ciecamente a credere in loro. La platea si estende, nei casi più fortunati, a centinaia di migliaia o a milioni di ammiratori tra cui non s’annoverano solo anime candide, ma plurilaureati e smagatissimi ingegni che hanno tacitamente rinunciato all’uso del buon senso per qualche occulta motivazione.

 

Senza peccare di pregiudiziale scetticismo, come si può credere senza uno straccio di testimonianza alle avventure soprannaturali dell’antropologo Carlos Castaneda con lo sciamano Don Juan? Eppure i suoi libri hanno influenzato più di una generazione, seducendo (o storpiando) un incalcolabile numero di destini. Come questi, così i tanti che prestarono e prestano fede a un tecnico di articoli ortopedici del Devonshire, tale Cyril Henry Hoskin, che con lo pseudonimo T. Lobsang Rampa raccontò le proprie strabilianti vicissitudini da lama tibetano ne Il terzo occhio, pubblicato nel 1956 e tradotto in decine di lingue, che ha venduto milioni di copie e si continua a vendere (reperibile anche negli Oscar Mondadori). Neanche quando i massimi tibetologi britannici Hugh Richardson, Marco Pallis e David Snellgrove attestarono l’assoluta falsità di quelle storie l’autore venne scalfito, né i suoi lettori lo cercarono per fargli una faccia di schiaffi. Anzi seguitarono a comprarne i libri successivi, tutt’al più derubricati a testi “ispirazionali” piuttosto che resoconti autobiografici. In ogni caso, svolgendosi sul piano astrale, di ben ardua smentita.

 

Non sbaglia chi rinviene in questi esempi un’assonanza con Educazione siberiana di Nicolai Lilin, best seller einaudiano (poi film di Gabriele Salvatores) zeppo di vicende personali di cui l’autore fu costretto a fare ampia rettifica ma che non gli hanno impedito di proseguire la carriera di scrittore: la verità, anche quando finisce per essere acclarata, non abolisce la suggestione narrativa e concede numerose scappatoie a qualunque cantastorie. Al peggio, c’è chi ammette di avere riferito come proprie vicende vere che gli hanno solamente raccontato, chi le spiega con i viaggi della mente e chi è volato assieme al suo maestro nelle lande messicane per effetto del peyote. Vale per tutti l’inversione della prova: il “dimostrami che è falso” sostituisce il più spinoso “dimostrami che è vero”. Emblematico il caso di Frank Dux, canadese naturalizzato statunitense il quale diventò famoso nel 1988 per il film campione d’incassi “Bloodsport” (“Senza esclusione di colpi”) con Jean-Claude Van Damme, ispirato alla sua storia di invitto combattente nel Kumite, un torneo segreto di arti marziali cui avrebbe partecipato. Eppure, non contento del mito di se stesso, per quell’impulso bulimico che muove spesso i mitomani Dux finì per esagerare. Nel libro autobiografico The Secret Man del 1996 asserì di essere stato decorato per alcune missioni sotto copertura compiute in Asia per conto della Cia e dei Marines, costringendo addirittura il direttore pro tempore dell’agenzia di intelligence Robert Gates e il generale Norman Schwarzkopf a sbugiardarlo. Sull’analoga linea delle asserzioni indimostrabili, ma abbastanza suggestive da affabulare i tetragoni seguaci, l’insegnante genovese di kung fu Paolo Cangelosi è assurto a mito nostrano riferendo di avere disputato trentanove combattimenti clandestini in Cina di cui beneficiavano le triadi mafiose gestendo un giro di scommesse. Come per Dux, anche per lui non manca un misterioso maestro di cui c’è traccia solo nei racconti, un iniziatore alle segrete tecniche svanito chissà dove, come accade di frequente alle creature di fantasia.

 

E’ che tuttora, a inizio 2026, le teste di Modigliani sarebbero reputate opere autentiche se gli autori della burla fossero rimasti zitti, e le dieci donne mai fucilate sul Ponte dell’Industria sarebbero ancora compiante se qualche storico pignolo non si fosse preso prima o poi la briga di mettersi a cercare. Eppure i Castaneda e i Lobsang Rampa continueranno a conquistare lettori e i Dux di tutto il mondo ad affiliare discepoli vantando vittorie strabilianti in match a cui nessuno poté assistere.
La Verità, nella “Iconologia” di Ripa, è raffigurata come una bellissima donna ignuda “per dinotare che la semplicità le è naturale”; in un’altra immagine è appena rivestita di “veli bianchi d’intorno” così sottili che “non si levi l’apparenza del corpo suo bello, et delicato”. Purtroppo l’abbigliamento artificioso della Bugia, con tutte quelle maschere multicolori, talvolta affascina molto di più.

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