FACCE DISPARI
Giuseppe Quattrocchi, l'America di Gatsby in libreria a Catania
Un bookstore indipendente nel centro storico della città siciliana. È l'iniziativa di un ingegnere con la passione dei libri e la voglia di restare al sud. Intervista
Non voleva lasciare la sua città perché non ama la distanza. Voleva che la sua passione diventasse un lavoro. Gli piacevano gli studi scientifici ma sognava un’attività umanistica. Giuseppe Quattrocchi, trentacinquenne catanese, laurea in Ingegneria, è riuscito in queste cose e ha persino esagerato: il bookstore indipendente che ha inaugurato il 13 dicembre è nel centro storico della città al numero 68 di via Grotte Bianche, esattamente sotto casa sua, in una traversa parallela alla famosa via Etnea dove ha sede una grande libreria di catena. Se per la sua abbiamo scritto bookstore è perché lui l’ha battezzata Gatsby Books in omaggio al personaggio di Francis Scott Fitzgerald, con l’arredamento in stile anni Venti come se fosse un set del romanzo americano.
Perché?
Confesso che prima vidi il film di Baz Luhrmann sul grande Gatsby e poi lessi il libro. Mi piacque tanto che gli intitolai la pagina Instagram dove dal 2017 fornisco consigli di lettura senza la pretesa di considerarmi un book influencer. Suggerisco per immagini, non con le parole. E mi tengo fuori campo perché non ho la smania di apparire.
Da Instagram all’apertura di una libreria il passo non è così breve.
Covavo l’idea da quando ero un ragazzino che aveva scoperto l’immenso gusto di leggere.
Con quale autore cominciò?
“Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie fu la miccia. Lessi tutto di lei ma poi diventai onnivoro.
Però ha studiato Ingegneria, mica Lettere.
Ho preso una laurea magistrale ibrida, Ingegneria edile e architettura, perché mi piaceva moltissimo quella branca di studi e se tornassi indietro non cambierei. Sono iscritto all’albo degli ingegneri.
Le è servito con i libri?
Sicuramente, perché senza che me lo fossi posto come obiettivo mi sono ritrovato a disegnare copertine per diversi editori. Fu coraggiosamente Neri Pozza a darmi fiducia: “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” di Stuart Turton è stato il mio primo lavoro. Poi ho collaborato con Sonzogno, Mondadori, Bollati Boringhieri. Gli studi mi hanno aiutato a dare alla grafica una particolare impronta architettonica, quasi teatrale.
Sa che ora anche qualche grande marchio usa l’Intelligenza artificiale per le cover?
E fa il contrario di quel che dovrebbe una casa editrice. La copertina è parte integrante del libro, esprime una collaborazione intellettuale, quasi affettiva tra il grafico e l’autore. Perciò non credo che la scelta dell’Intelligenza artificiale abbia un grande futuro: i lettori non si lasciano ingannare e premieranno l’oggetto libro arricchito dal pensiero, dove si percepisce tutto il lavoro umano che c’è dietro.
Come è nata la libreria?
Nei locali inizio ’900 del vecchio panificio dove compravo la colazione andando a scuola. Quando ha chiuso li ho rilevati con l’aiuto di mia sorella e di mia madre, li abbiamo ristrutturati e arredati in stile Gatsby per ricreare il fascino di un’atmosfera soffusa e intima grazie all’illuminazione e all’uso del legno, mentre sul grammofono girano i vinili jazz ereditati da mia nonna. Più che una libreria sembra un salotto. Qualcuno vedendo le fotografie su Instagram ha pensato che non fosse a Catania. E perché no? Certo mi inorgoglisce chi mi dice che gli ricorda la Shakespeare and Company, e sono felice che i turisti passando per caso s’affaccino incuriositi. Credo che la bellezza sia un punto essenziale per una libreria indipendente. Un locale dall’aspetto anonimo non avrebbe attrattiva.
Prima di aprire ha ponderato le statistiche locali di lettura?
Non sempre i numeri raccontano tutta la realtà e se ne perde pezzi importanti chi asseconda solo quelli. L’attività sui social mi è servita a generare una base di partenza, però da quando abbiamo aperto meno di un mese fa, nel giorno di santa Lucia, sono rimasto sorpreso dalla quantità di lettori che ci hanno incoraggiato. Non sono i tipici clienti delle librerie di catena, che dopo l’acquisto scappano via. Hanno piuttosto voglia di socializzare, scambiarsi opinioni, fare passaparola. Gente di tutte le età. Si sono presentati anche piccoli editori locali con cataloghi ricchi di proposte interessanti. Il 10 gennaio ospiteremo la prima presentazione: il romanzo “Adelheid” di Marilena Piu, scrittrice e attrice siciliana, poi chiameremo anche autori di grandi case editrici, promuoveremo eventi, corsi, un Book Club. Mi affascina il potere duale dei libri: per me rappresentavano il rifugio in cui mi isolavo, poi sono diventati pure la mia connessione con il mondo.
Senza allontanarsi da casa.
Mi intristì, finito il liceo, veder partire quasi tutti i miei compagni di scuola. Io volevo restare a Catania perché è la mia città e c’è la mia famiglia. Le distanze non mi sono mai piaciute e neanche quando ho lavorato con gli editori del nord mi sono mosso. È questa la mia più grande vittoria e sarebbe stato uguale se avessi fatto l’ingegnere. Nel “piano A” o nel “piano B”, sempre Catania c’era.
La correzione straordinaria