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la storia

Le memorie del leggendario Roman Jakobson

Marco Archetti

"Il compito di chi promuove la cultura, non è versare balsami ma rivelare i conflitti che stanno maturando", diceva il linguista. Quelle serate ardenti che segnarono l’atto di nascita del futurismo

Jakobson nasce a Mosca alla fine dell’Ottocento da una famiglia di religione ebraica – padre chimico di origini austroungariche, madre di Riga – e nel 1915, all’età di diciannove anni, è uno dei fondatori e primo presidente del Circolo linguistico di Mosca. Due anni dopo contribuirà alla nascita di Opojaz (la Società per lo studio della lingua poetica) insieme a Viktor Sklovskij e Osip Brik. Intimo amico di Vladimir Majakovskij, Velimir Chlebnikov e Boris Pasternak, si trasferisce a Praga nel 1920 e anche lì non se ne sta con le mani in mano: contribuisce alla nascita del Circolo linguistico di Praga e pone le basi per la fonologia. Quindi scappa in Scandinavia in quanto non ariano – in Cecoslovacchia sono arrivati i tedeschi – e insegna nelle prestigiose università di Oslo, Copenaghen e Uppsala. Poi nel 1939 scappa anche da lì – persecuzioni antisemite, non una novità – e due anni dopo sbarca negli Stati Uniti, dove si stabilirà, insegnando contemporaneamente in due università, ad Harvard e al Mit, il Massachusetts Institute of Technology. Prodigioso anche nella memoria: racconta Bengt Jangfeldt, curatore di “Io, futurista” (Feltrinelli Gramma, 233 pp., 17 euro), che il secondo marito di Lili Brik si dichiarò più volte stupefatto dalla facilità con cui Jakobson fosse in grado non solo di maneggiare la propria memoria, ma di tradurla in una prosa orale vivacissima. Detterà i suoi ricordi a Jangfeldt – il progetto iniziale doveva fermarsi al contributo per la sua tesi di laurea – semisdraiato su un fianco e bevendo caffè da una tazzina posata sul pavimento nella sua casa in Massachusetts. “La memoria di Jakobson era eccezionale”, annota Jangfeldt, “ed era come una radio alla quale, girando la manopola, si andava a cogliere una qualche stazione remota con una ricezione estremamente chiara”.

 

Queste memorie vengono da lì, da un uomo semisdraiato che resuscita un’epoca scomparsa. Jakobson ci racconta l’emozione che colse tutti quando, nel 1912, divampò l’incendio prodotto da “Schiaffo al gusto del pubblico” di Majakovskij. “Il corno del tempo risuona / nella nostra arte verbale”. Incendio che non restò isolato: fu proprio grazie alla poesia che cominciò a delinearsi “un unico fronte della scienza, dell’arte, della letteratura, della vita, ricco dei nuovi valori del futurismo ancora inesplorato”. Nel 1912 si riteneva “che la cosa principale fosse la poesia e che alla poesia fosse affidato il compito di proferire davvero la parola nuova”. La salvezza e la condanna di Majakovskij – il quale, dice Jakobson, “non fu mai felice” e restò “un eterno adolescente”.

Leggere questo mémoir produce la sensazione di essere speleologi che si calano in una crepa temporale, epoca di grandi serate pubbliche e di riunioni vivacissime, annaffiate e ardenti. Di fatto, l’atto di nascita di un mondo: circoli di pittori che prendevano per il bavero “i problemi del colore e del volume”, feste improvvisate di poeti che declamavano “con la tecnica dei saltimbanchi”, la lotta estetica come grande ebbrezza collettiva. Su tutto, il fascino sovrastante della poesia e della pittura francese. Immerso in un bagliore teatrale anche il funerale del pittore Serov: alla sua cerimonia funebre prese la parola un giovane con la voce tonante, “uno dei suoi migliori allievi”, Majakovskij appunto, che accalorato promise – inaugurando i tempi nuovi – che tutto ciò che Serov non aveva avuto tempo di fare l’avrebbero realizzato “le giovani generazioni”. Per i quali fu molto importante anche la poesia di Pasternak, “un fascio di nervi, grande poeta che si considerava un filosofo”, lo fotografa Jakobson. All’orizzonte, la rivoluzione si avvicina. “Mangia ananassi e sgranocchia, borghese, un francolino / il tuo ultimo giorno è vicino” cantavano alcuni diventati molti. Da scolpire, certe parole di Jakobson. “Il compito di chi promuove la cultura”, scriveva, “non è versare balsami ma rivelare i conflitti che stanno maturando. E’ acuire la lotta delle correnti artistiche, perché è in questa lotta che sono contenute la vita e lo sviluppo dell’arte”.

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