Ci voleva Ian McEwan per una rivelazione spettacolare del declino

Giuliano Ferrara

La fantasia del romanziere ha prodotto qualcosa di più intenso e credibile di quanto possano fare le agenzie dell’Onu e le intemerate di Extinction Rebellion. Ma la morale di “Quello che possiamo sapere” smentisce il suo stesso assunto culturale, il manifesto ecotragico

Il presente non si può trascendere. Il futuro non esiste. La distopia, l’utopia negativa, la rappresentazione nel domani della tragedia previsionale dell’oggi, dei nostri incubi, tutto questo si rivela impossibile. Nel nuovo romanzo di Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere” (Einaudi), campeggia una morale della favola che smentisce l’assunto culturale dell’intera opera, il manifesto ecotragico.

McEwan è uno scrittore non solo abile, ma potente, lento, riflessivo, e ha tutto per il romanzesco, la sensualità nella delineazione dei caratteri, la complessità del racconto di fatti e risvolti, un andamento saggistico che a tratti, direi molto spesso, incanta, edifica e diverte, intrattiene con il beneficio inestimabile dell’intelligenza esposto in uno stile piano, pacatamente modernista, privo di eccessi e birignao.

La favola è questa. Dai nostri tempi sono passati cent’anni, siamo all’inizio del quarto millennio, nei primi anni del XXII secolo. Il mondo è stato sconvolto da guerre e disastri naturali, la casa è distrutta. La grande rovina della terra è consumata. Al posto dell’Inghilterra come la conosciamo c’è un arcipelago, nato dalla Grande Inondazione. Conflitti nucleari (la terza guerra sino-americana e altre) hanno provocato, insieme con il riscaldamento globale, la salita dei mari (onde di settanta metri hanno risalito i fiumi e le terre emerse come balene impazzite). Le tecnologie hanno largamente fallito, cincischiano e invecchiano. Tutto l’assetto geopolitico e demografico è sconvolto. L’America è preda di conflitti paratribali. La grande città paradigmatica del mondo distrutto è nigeriana, si chiama New Lagos. L’insicurezza regna sovrana. Da otto miliardi si è passati a quattro miliardi di viventi. Università e biblioteche sono state trasferite sulle alture per salvarle dalle acque. (Oxford, con i suoi studiosi di scienze umanistiche in disarmo, è il centro psicologico di questo che è un magnifico libro anche sulla poesia, sulla vanità, sul delitto e sulla critica letteraria, tutto mischiato insieme a una buona dose di desiderio, di vita ordinaria e matrimoniale, di tradimenti e di sesso). Una coppia di ricercatori vuole recuperare una poesia di un grande poeta, Francis Blundy, perduta non si sa come, scritta su una pergamena e presentata come un dono d’amore alla moglie Vivien. Il passato si rivela irrecuperabile dopo una ricerca stevensoniana del Tesoro e dell’Isola, e il presente, appunto, si ripropone come l’ultimo orizzonte. 

  
Impressionante. Dopo i modelli climatologici predittivi, ai quali non sono più molti a credere, forse a nostro danno e per nostra sfortuna, ma è così, e dopo gli appelli, le mode, le religioni dell’Apocalisse, una rivelazione spettacolare del declino è arrivata, ma con la fantasia e il racconto di un romanziere, qualcosa di più intenso e credibile di quanto mai possano produrre le agenzie dell’Onu e le intemerate delle bambine stregate e dell’Extinction Rebellion. Vediamo nella lettura e sperimentiamo nello stile della narrazione quel che temiamo o diciamo di temere, compreso un certo grado di ricongelamento prodotto dal riscaldamento. Ma alla fine, appunto la morale della favola, perché il mondo è una favola, ci accorgiamo, non so se se ne sia accorto fino in fondo anche McEwan, che gli uomini e le donne, i bambini e i vecchi, i poeti e i dandy, i sentimenti e i paesaggi, bellissimi, sono sempre gli stessi, quale che sia il grado di rovinoso declino che li affligge. A cent’anni da ora tutto sarà cambiato, e la catastrofe sarà compiuta, ma individualità e società, sentimenti e cura, ossessioni e vanità, rocce e uccelli che volano sulle baie e pesci che nuotano e marcite ai lati del sentiero, adulteri e malattie, spirito di ricerca e conoscenza, niente davvero sarà cambiato nella civiltà sepolta dove riemerge la realtà dell’umanità come possibilità esclusiva, unica, e mito inattaccabile.
 

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.