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Riflessioni "quasi politiche"
Sulla fine della cultura europea ha già detto tutto Paul Valéry. Cent'anni fa
Il poeta e saggista francese non aveva dubbi sul fatto che la paideia greca fosse ormai perduta e che fosse in atto una crisi dell'intelligenza: “La macchina governa. La vita umana è da essa rigorosamente incatenata, assoggettata alle volontà terribilmente esatte dei meccanismi"
Negli anni più drammaticamente cruciali nella storia europea del Novecento, cioè dal 1919 al 1945 (anno della sua morte), Paul Valéry pubblicò in varie sedi una serie di articoli, saggi e discorsi sulla cultura e sull’intelligenza, sulla scienza e sulla “politica della mente” e del pensiero. Comunemente conosciuto come poeta raffinatissimo, autoriflessivo e sommamente consapevole, con la cui concentratissima opera in versi si concluse la storia del Simbolismo di fine Ottocento, da Baudelaire a Mallarmé, si ignora o si dimentica il Valéry grande saggista. Le sue riflessioni da lui stesso definite “quasi politiche”, sono una delle più lucide testimonianze della crisi dell’Europa precipitata nelle due catastrofiche guerre mondiali. Come e perché questo è avvenuto? Poeta e analista dell’intelligenza, della sua natura e dei rischi che corre in un Novecento fanatico di modernità, Valéry colloca al centro della sua analisi, poco meno che ossessiva, la vita mentale, quindi l’intelligenza, il pensiero e la cultura che più o meno direttamente precedono e ispirano le idee politiche.
Un’utile introduzione al saggismo di Valéry è il volume di scritti scelti In morte di una civiltà, uscito qualche anno fa da Nino Aragno Editore a cura di Massimo Carloni. La crisi di quello che i francesi chiamano “esprit” e noi intelletto o pensiero, apre la serie di testi esemplari selezionati da Carloni. In apertura compare subito l’idea che “le civiltà possono morire” e quella europea si trova alle soglie del suo naufragio, e Valéry nomina subito il Lusitania che affondò nel 1915, tre anni dopo il naufragio del Titanic.
Nel 1919, a guerra appena finita, John Middleton Murry, studioso di Shakespeare e direttore della rivista londinese Athenaeum, chiese a Valéry di scrivere mensilmente delle corrispondenze sulla vita letteraria e artistica a Parigi. Ecco la prima constatazione di Valéry: “Alla nostra generazione non è bastato apprendere, per esperienza propria, come le più belle e antiche cose, le più formidabili e le meglio composte sono deperibili per caso: essa ha visto prodursi, nell’ordine del pensiero, del senso comune, e del sentimento, fenomeni straordinari, brusche presenze di paradossi, brutali delusioni dell’evidenza (…) Tanti orrori non sarebbero stati possibili senza tante virtù. C’è voluta, probabilmente, molta scienza per uccidere tanti uomini, dissipare tanti beni, annientare numerose città in così poco tempo; ma sono occorse non meno qualità morali. Sapere e dovere, siete dunque sospetti?”.
I peggiori mali possono cioè nascere da quelle che in precedenza erano sembrate qualità positive e acquisizioni del progresso. Il paradosso notato da Valéry è il dato più preoccupante: è grazie all’accrescimento del sapere e delle conoscenze scientifiche, è a causa di un malinteso senso del dovere, che immani distruzioni sono state compiute in anni di guerra: “Dogmi, filosofie, ideali eterogenei; i trecento modi di spiegare il mondo, le mille e una sfumatura del cristianesimo, le due dozzine di positivismi: tutto lo spettro della luce intellettuale ha irradiato i suoi incompatibili colori, rischiarando con uno strano, lacerante bagliore l’agonia dell’anima europea”.
Il crollo della cultura e dello spirito europeo è avvenuto con l’invenzione di sottomarini e di aerei, di “bizzarre profezie” e di “imprese disordinate di una mente che corre dalla realtà all’incubo e torna dall’incubo alla realtà, come un topo caduto in trappola”. Nel 1919, dice ancora Valéry: “La crisi militare è forse finita. La crisi economica è visibile in tutta la sua forza; ma la crisi intellettuale, più sottile, e che, per sua natura, assume le apparenze più ingannevoli, lascia difficilmente diagnosticare la sua vera condizione”.
Ancora una volta, già con i primi decenni del Novecento, si sono annunciate le cosiddette “rivoluzioni” del Duemila. Che ne era, che ne è dello spirito europeo, del genio europeo? Il sapere, la scienza europea sparisce quando si espande: “Una volta nata, una volta messa alla prova e ricompensata delle sue applicazioni materiali, divenuta strumento di potenza, mezzo di dominio concreto che stimola alla ricchezza, dispositivo di sfruttamento del capitale planetario – la nostra scienza cessa di essere un fine in sé e un’attività artistica. Il sapere, che era un valore d’uso, diventa un valore di scambio (…) oggetto commerciale, cosa che si esporta (…) Risultato: la disparità fra le regioni del mondo dal punto di vista delle arti meccaniche, delle scienze applicate, degli apparati scientifici di guerra e di pace – una disparità su cui si fondava il primato europeo – tende gradualmente a sparire”. Questa diffusione ha espropriato l’Europa del suo secolare predominio e ha prodotto una degradazione intellettuale: “Confessiamo che la dolcezza del vivere è alle nostre spalle, che l’abbondanza è dietro di noi, ma lo smarrimento e il dubbio sono in noi e con noi (…) Noi siamo una generazione assai sventurata a cui è toccato di veder coincidere il nostro passaggio nella vita con l’accadere di quei grandi e spaventosi avvenimenti la cui risonanza riempirà tutta la nostra esistenza (…) Ma fra le tante cose ferite c’è lo Spirito. In verità lo Spirito è crudelmente colpito; si lamenta nel cuore degli uomini di pensiero e arriva a dubitare profondamente di sé stesso”.
L’eredità greca della paideia è perduta. Su questo Valéry non ha dubbi e a chiunque si chiederà, si arriverà presto alla sensazione che è in atto una crisi dell’intelligenza e che il mondo sia diventato più stupido. Se ci si chiede che cos’è l’intelligenza si vede che c’è “l’alterazione di una certa facoltà in tutti” che coincide con la sopraffazione dell’essere umano operata dal numero e dalla grandezza dei suoi mezzi: “La macchina governa. La vita umana è da essa rigorosamente incatenata, assoggettata alle volontà terribilmente esatte dei meccanismi. Queste creazioni umane sono esigenti. Reagiscono oggi sui loro creatori e li plasmano secondo il loro apparato (…) Le macchine più temibili non sono, probabilmente, quelle che girano, corrono, trasportano o trasformano la materia e l’energia. Ci sono altri dispositivi, non fatti di rame o d’acciaio, ma di individui altamente specializzati: organizzazioni, macchine amministrative, costruite imitando una mente in ciò che questa ha di impersonale”. Valéry scriveva queste righe nel 1925. Ora, nel 2025, alle sue parole non c’è niente da aggiungere.
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