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Deliri filosofici

L'incubo di Donatella Di Cesare: un vago e generico tecno-fascio-liberismo

Tommaso Tuppini

Per la professoressa i liberali illiberali si accaniscono sul “resto del popolo” che, “a seconda dei casi, può subire trattamenti più o meno tolleranti, più o meno violenti”. Poi però chiudiamo il libro e, purtroppo o per fortuna, si torna coi piedi per terra

Il guaio dei filosofi è che spesso vanno a pesca con reti dalle maglie così larghe che, quando le tirano su, i pesci sono già scappati. Succede con l’ultimo libro di Donatella Di Cesare, Tecnofascismo, che vorrebbe dimostrare un assunto epocale: in novant’anni siamo passati dal “sangue e suolo” nazista al “sangue e tecnica” contemporaneo. Dalla padella alla brace. Il messaggio è chiaro: il fascismo è tornato, e anche chi si dichiara liberale sotto il doppiopetto nasconde un cuore nero. Il liberalismo, infatti, è la radice dell’individualismo agonistico, quindi è incline al dominio; dunque, è la premessa del fascismo. E siccome la sospensione della democrazia prende volentieri la forma di un governo dei tecnici, il gioco è fatto: dal sonno dogmatico della filosofia nasce l’incubo del tecnofascioliberismo.

I liberali illiberali si accaniscono sul “resto del popolo” che, “a seconda dei casi, può subire trattamenti più o meno tolleranti, più o meno violenti”. Con affermazioni così generiche è difficile capire chi sia la suocera che deve intendere: Orbán? Macron? Von der Leyen? Meloni? Oppure tutti, perché tanto sono la stessa robaccia? Di certo non i cortei torinesi dell’Anpi e dei no-Tav con gli striscioni “Fascio morto concime per l’orto”. Tra le varie sciagure (tipo: “la televisione ha preso il posto del focolare”) c’è che “nell’intento di vigilare le proprie frontiere, gli Stati discriminano, segnano la barriera fra i cittadini e gli stranieri”.

Esiste un’alternativa al sadismo della discriminazione tra “noi” e “loro”? “Basta semplicemente invocare i confini aperti? No”. E allora, che fare? Di Cesare tira in ballo Kant e il diritto d’ospitalità, ma più che una risposta si sente un rumore di unghie sugli specchi. Resta che “il rifiuto dell’altro, espulso a priori, avviene attraverso una pericolosa naturalizzazione delle differenze di cultura, religione, civiltà”. Sarà anche espulso a priori, ma a posteriori l’altro entra eccome: ogni anno arrivano in Italia decine di migliaia di persone, molte delle quali si stabiliscono senza troppi drammi. Eppure la filosofa vede tutto nero: “In questa gestione neototalitaria dei popoli il rifiuto di coabitare con l’altro può portare non solo e non tanto all’epurazione quanto alla pulizia etnica”.

Dove in Europa? Quando? Forse nella russificazione a colpi di bombe dell’Ucraina orientale? No, il libro non ne parla. In compenso, c’è un intero capitolo dedicato all’“odio antimusulmano”, in cui si spiega che collegare qualsiasi problema sociale all’immigrazione islamica è un tic da nazi-trogloditi. Va invece rivalutata “l’azione destabilizzante dell’immigrato” contro l’ordine nazional-identitario nel quale ci siamo impantanati. Insomma, senza i tecnocrati fascioliberisti saremmo un popolo multi-culti meraviglioso, il mondo un grande palpito d’amore, i nostri abbracci arcobaleni che scavalcano gli oceani, toccheremmo il cielo con un dito. Poi però chiudiamo il libro e, purtroppo o per fortuna, torniamo coi piedi per terra.

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