L'intervista

Stefano Sollima: “Roma è esasperata ma non è che all'estero se la passino meglio di noi"

Giuseppe Fantasia

Parla il regista di Romanzo Criminale e Suburra oggi in concorso al Festival del Cinema di Venezia con il suo film "Adagio", racconto crepuscolare sulla città eterna

Venezia - Nei suoi lavori, il regista romano Stefano Sollima ha sempre dato un grande spazio alla sua città, rendendola protagonista di una celebre serie tv come Romanzo Criminale o di film come A.C.A.B e Suburra, ritratti autentici e impietosi della Capitale, stretta in una morsa di cattiva politica e violenza. C’è Roma anche in Adagio, il suo nuovo lungometraggio con cui concorre al Leone d’Oro qui al Lido dove è in corso l’80esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. «Dopo le esperienze all’estero – ci spiega quando lo incontriamo - volevo girare nuovamente un film nella mia città e ho immaginato questo racconto crepuscolare, un noir ma con forte componente emotiva. Quando abbiamo finito di girare, però, mi sono accorto di aver chiuso così il cerchio della trilogia. Non è certo la chiusura della mia carriera, ma la chiusura di un’idea su Roma vista e traslata in chiave criminale». «Roma è cambiata – aggiunge – e sono cambiato anche io che mi sono ritrovato ad osservarla con occhi diversi tornando sulla scena del crimine con un altro passo, con un ‘adagio’, come dico già nel titolo, un termine perfetto, perché quella è una parola universale e pronunciabile allo stesso modo in tutto il mondo. Roma è esasperata come nel film, questo è vero – aggiunge, dando così ragione a Pierfrancesco Favino, protagonista di Adagio insieme a Toni Servillo, Valerio Mastandrea e Adriano Giannini - ma non è che all’estero se la passino meglio di noi».

Nel film – prodotto da The Apartment Pictures, società del gruppo Fremantle, in uscita il 4 dicembre per Vision Distribution - la sua Roma è governata dal caos, dalla corruzione e dal cinismo. È una città che brucia, devastata da incendi e da continui blackout che la rendono ancora più buia e pericolosa, ma uno spiraglio di luce, seppur lontano, è ancora possibile. La direzione di Paolo Carnera – storico collaboratore di Sollima insieme a Paki Meduri (Scenografo), Maricetta Lombardo (Suono), Alessandro Borgese (Stunt coordinator) e Luca Ricci (effetti speciali) – aggiunge quel qualcosa in più che fa la differenza.

«Quei blackout – precisa – rappresentano un importante snodo narrativo, una sorta di punteggiatura visiva all’interno del racconto». Li hanno realizzati dal “vero”, circoscrivendo ampie porzioni della città e consentendo all’interno di quelle aree solo la circolazione dei mezzi di scena. «In quelle zone vietate al traffico e pattugliate dai vigili urbani, l’illuminazione stradale è stata spenta per pochi minuti, giusto il tempo delle riprese e la città, al buio, veniva illuminata soltanto dalle nostre auto che simulavano il traffico cittadino con un effetto finale piuttosto suggestivo».

 

Nel tratteggiare il declino inesorabile e struggente di tre vecchie leggende della Roma criminale, Sollima evidenzia così anche la loro continua ricerca di redenzione che in questo film che descrive il tramonto della banda della Magliana, «è impossibile, perché quegli uomini vivono in un mondo più cinico, caotico e feroce di quello in cui avevano governato negli anni d’oro, un mondo che schiaccia relazioni familiari, amichevoli e fraterne senza lasciare altri legami tra gli uomini al di fuori del denaro».

 

Vecchie e nuove generazioni qui lottano tra loro nel nome dei padri e dei figli. «Sono padre anche io . dice Sollima - e nel film ho provato a declinare il rapporto padre/figlio in tutti i modi possibili. C’è Cammello, il personaggio interpretato da Favino che è un padre che vuole disperatamente avere un figlio come lui; c’è Daytona, interpretato da Servillo, che invece non lo voleva proprio e invece ha un figlio che si prende cura di lui come se fosse suo padre e c’è Polniuman/Giannini, che è un padre/made/chioccia che farebbe di tutto per accontentare il figlio». «Del resto, aggiunge, il cinema è autobiografia per definizione e anche se uno pensa che non parlerà mai di sé; in realtà finisce col farlo in qualche modo, e alla fine ci metti sempre qualcosa di tuo». Daytona soffre di un’apparente demenza, Polnìuman è diventato cieco e Cammello è stato scarcerato perché gli resta molto poco da vivere. Tutti e tre sono solo fantasmi di quello che erano, ma quando la guerra arriva, nessuno si tra indietro. Sono come dei cani nella polvere - volendo citando le parole di Favino - abbandonati in un angolo a morire. La speranza è data dai giovani (bravissimo l’esordiente Gianmarco Franchini nel ruolo di Manuel). «Raccontiamo un mondo di vecchi, di avidi, che si muovono solo per l'avidità, senza alcuna morale, contrapponendoli ad una generazione che con la sua fluidità, purezza e innocenza deve tenere viva la speranza per un mondo nuovo». Una speranza che c’è sempre nel cinema di Sollima, ma non c’è mai un'idea preconcetta di bene o male né moralismo. È invece il male, la maggior parte delle volte, ad avere la meglio, «Il male attrae – conclude Sollima - perché è più interessante del bene. Osservare il male ci aiuta ad esorcizzarlo, a provare un brivido in qualche modo, a vivere in un modo diverso. Si pensi alle favole dedicate ai bambini che quasi sempre descrivono un mondo terrorizzante. Fanno paura, ma li aiutano comunque a crescere. Con il male ci ho costruito la mia intera carriera, non c’è un mio film o serie in cui non ci sia. Amo raccontarlo al cinema, questo sì, di meno viverlo».

Giuseppe Fantasia