Baudelaire in una fotografia del 1860 (Alinari)

Il libro di Giuseppe Montesano

Dare del tu a Baudelaire per rivolgergli le nostre domande smarrite

Marco Archetti

Una raccolta di tre monologhi scritti per Toni Servillo. La letteratura come costante interrogarsi: pagina dopo pagina affiora il teatro, luogo eletto per far risuonare la nostra ricerca

"Io sono vivo! Io sono vivo! Io sono vivo! E voi? Voi siete tutti morti… Mi parli così, di notte, quando mi sveglio con un sussulto”. Dare del tu a Baudelaire. E’ quel che riesce benissimo a Giuseppe Montesano, autore di Tre modi per sopravvivere - Baudelaire, Dante, i Greci (Bompiani, pagg. 158, euro 12) ed è quello che dovremmo fare tutti: interrogare i Maestri, i poeti, i riferimenti alti, se un Alto è rimasto, da qualche parte, cui rivolgere domande smarrite e pensieri impari. Dare del tu a Baudelaire per esigere una risposta, anzi, più risposte, anzi, la Risposta, altrimenti perché tirar fuori – oggi – I fiori del male?

 

Adorno diceva: “L’Arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”, e aveva un bel dire, forse aveva perfino ragione, ma è inutile, noi ci aspettiamo sempre qualcosa, chi cerca qualcosa tra le pagine della grande letteratura poi vuole anche, grandemente, trovare, seppur si rivolga al poeta che più di tutti – primo tra tutti – ha raccontato la vacanza dell’Autorità e dunque, semmai, ha stabilito che da quel momento in poi era impossibile trovare usando i mezzi con cui avevano trovato quelli prima di lui. Uno che scriveva versi che sapevano di ardenti latrine, altro che la pasticceria poetica dei rimatori della domenica a cielo sereno. Uno che danzava coi demoni che gli infestavano il sangue e la testa, uno che l’estasi l’ha cavata fuori dalla disperazione e da Jeanne, la dea, la fornace erotica, colei che conosce “la carezza che fa rivivere i morti”, la negra che a ventun anni gli cambierà la vita e la morte. Uno a cui i versi sovvenivano perché inciampava per strada – gli venivano per contraccolpo ai sogni, diciamo. Uno che prendeva Dio per il bavero e lo portava nell’abisso, a sentire l’odore diretto di dolore e di morte.

 

E dunque, che cos’è mai questo librino che, palpitando di autenticità e prendendo la parola come un testo saggistico non farebbe, interroga Baudelaire, Dante e il mondo greco e pretende risposte per sé, qui, ora, in tutta urgenza, e che esige una casa in cui abitare per essere felici dato che, in tutta evidenza, non lo siamo? E’ una raccolta di tre monologhi (Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte? seguito da Le voci di Dante e Il fuoco sapiente) scritti anni fa per Toni Servillo, più un quarto capitolo in cui si racconta di un loro incontro per scambiarsi idee di scrittura, e ci sono Servillo che fuma, un armadio che schiocca e Montesano che dice: “L’arte che non serve a vivere vale meno di zero”. E ha ragione, perché o scrivere è toccare, o non è.

 

La letteratura va interrogata, perché solo così vive e ci fa vivi. Non si può confondere il trallallà culturalese, la morte in vita della ripetizione (di formule, ritornelli, amori simulati a favor di Premietto) con l’amore, con il vero rapporto che, per prima, la letteratura chiede. Perché serve a vivere, e gli autori vanno portati a far braccio di ferro con la realtà, che farà schifo finché vogliamo ma – questo lo dice Servillo, ed è un’intuizione vera – non è vero che è tutto finito; è quasi tutto finito, anche se le tenebre incombono e quella magia liberata dalla menzogna sembra non avere più nulla da offrire, non un faro, una lampada, nemmeno un cerino sfregato contro il muro. Eppure – dice Montesano, dice Servillo – “stanotte, Charles, questa tua vita mi arriva a folate”. E pagina dopo pagina di questo ininterrotto monologo d’amore diviso in tre parti più una, affiora un’evidenza: il teatro – invenzione di un popolo che ne costruì uno in ogni città e lo rivolse sempre al mare, in piena luce – è il luogo eletto per far risuonare questa ricerca. Perché il senso di ciò che ci unisce, di ciò che non va mollato, si trova sempre e solo insieme agli altri.

 

Montesano, sfiorato da chiarori di grazia, mette sulla pagina se stesso e lo fa con una lealtà un poco straziata, che a tratti commuove, ci riverbera dentro e ci riporta al senso, oggi, di scrivere, non solo di leggere. E anche dove la piega si fa accusatoria – feudalesimo digitale e dintorni – mai cede alla geremiade e sempre torna al Testo. Di una poesia che è un pezzo di pane: lo diceva il popolo che fondò la filosofia, ma solo nei versi trovò ciò che alla logica sfuggiva.

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