facce dispari

Marco Morandi: “Canto Rino Gaetano perché resta il più dispari di tutti”

Francesco Palmieri

Il figlio di Gianni ricorda l'autore di "Gianna". Non appartenne completamente al suo tempo e parzialmente era già figlio d’oggi, tant’è che nella notte della vittoria elettorale hanno intonato “A mano a mano” allo stato maggiore di Giorgia Meloni. Chiacchierata musicale

 

Fu e resta il più dispari tra i cantautori italiani, l’incollocabile, il marziano, il trasversale che appartenne a tutti e a nessuno. Non appartenne completamente al suo tempo e parzialmente era già figlio d’oggi, tant’è che nella notte della vittoria elettorale hanno intonato “A mano a mano” allo stato maggiore di Giorgia Meloni, irritando la sorella di Rino Gaetano per l’uso “politico” della canzone. (Se s’accettasse finalmente il lodo Gaber su “Destra-Sinistra”, certe polemiche su un brano pop sarebbero ritenute miopi, ma il Signor G aveva troppe diottrie).

  

Portatore artistico di Rino Gaetano e suo interprete con affettuosa tenacia, Marco Morandi ha celebrato il 29 ottobre il compleanno dell’autore di “Gianna” pubblicando il brano “Centonove” dieci anni dopo il suo ultimo singolo. Marco aveva sette anni nel 1981, l’anno in cui verso l’alba del 2 giugno la vita biologica di Rino terminò contro un platano di via Nomentana per proseguire nel ricordo di chi spera, come nella canzone “E io ci sto”, che prendendo al mattino qualche autobus 109 ti conduca prima o poi a una “Rivoluzione” (ciascuno s’illuda della sua, piccola o grande o chi lo sa).

   

Ha conosciuto Rino Gaetano?

Mi dicono di sì, una volta che venne a trovare mio padre Gianni. Purtroppo io non lo ricordo, avevo solo quattro o cinque anni, ma magari inconsciamente quell’incontro piantò un seme dentro me.

  

Perché continua a cantarlo?

Per la potenza e la forza dei suoi brani. Sono più di dieci anni che come attività parallela alle mie porto in giro le sue canzoni riscontrando sintonia anche in chi è nato vent’anni dopo la sua scomparsa. Era una voce fuori dal coro, che trattava temi per nulla leggeri con l’ironia e lo sberleffo, ma esprimeva anche una grande tenerezza.

   

   

Nella clip di “Centonove” ha radunato gli amici di Rino Gaetano e la sua fidanzata Amelia, con cui avrebbe dovuto sposarsi in quel 1981.

Ho immaginato che le dicesse ciò che la vita spezzata all’improvviso non gli consentì di dichiararle: che la “rivoluzione” cui portava il bus 109 fosse l’amore per lei. Mi sono ispirato a due brani di Rino: “E io ci sto” e “Cerco”. Quando ho fatto ascoltare il pezzo ad Amelia, che oggi è una signora in pensione, ci siamo commossi tutti e due. Gli amici dicevano che Rino fosse stato rapito dalla sua dolcezza. È vero: il tempo passa ma a questa donna non ha mai tolto grazia.

  

“Lo sai che più si invecchia più affiorano ricordi lontanissimi” dice Battiato.

Solo attraverso il ricordo siamo immortali. Il messaggio di Rino Gaetano lo è stato finora perché lo meritava, e intanto per me è terapeutico cantarlo. “Centonove” nacque dopo una sera che avevo trascorso a parlare di lui col cantautore Piji. Rimasto solo nello studio, il sonno mi stava cogliendo vicino al pianoforte e in quel dormiveglia scaturì la musica e scrissi le parole. Il mattino dopo Piji mi disse che aveva composto un testo anche lui: li confrontammo e si fondevano perfettamente. L’ho interpretato come una magia di Rino. E accadde in via Rino Gaetano.

 

Sarebbe a dire?

Ho fatto intitolare a lui la strada dove vivo, a Fonte Nuova in provincia di Roma. Quando venni ad abitarci non aveva un nome, così nella richiesta al Comune suggerii che la chiamassero via Rino Gaetano. La proposta fu accettata, quasi vent’anni fa.

 

Lei ha annunciato per i prossimi mesi un tour con “venti canzoni da portare su un’isola deserta”. Cosa proporrà?

I venti brani che considero fondamentali per la mia vita. Le canzoni sono macchine del tempo su cui viaggiano i ricordi più importanti della nostra anima. Per me ci sono Battiato, Dalla, Guccini, Fossati, ma sono convinto che le mie scelte coincideranno spesso con quelle di chi verrà a sentirmi nei teatri.

 

  

Qualche titolo?

“La sera dei miracoli” di Dalla, la “Canzone delle domande consuete” di Guccini, che è un capolavoro meno conosciuto, e “La costruzione di un amore” di Fossati.

 

Battiato?

“La voce del padrone” fu il mio disco chiave. Mio padre mi aveva indirizzato a una formazione musicale classica: da quando avevo cinque anni ai quindici ho preso lezioni di violino. Ascoltavo Beethoven, Mozart, però quando scoprii Battiato mi affacciai sugli altri generi musicali. È stato il mio primo amore della musica leggera.

 

Poi lo conobbe personalmente.

Mi fu chiaro appena lo incontrai che tra l’artista e l’uomo non c’era differenza: le sue canzoni lo rappresentavano con perfetta coerenza. Era come m’aspettavo che fosse.

 

E Dalla?

Era curioso di ogni cosa come un bambino, un entusiasta della vita. Il mio ricordo è consegnato alla sua casa romana di Trastevere, a cinquanta metri da quella di mia madre. Fu lì che scrisse “La sera dei miracoli”.

 

La stupisce che “A mano a mano” fosse cantata da Fratelli d’Italia?

Come non è possibile assegnare a Rino un’etichetta musicale, così non gliene si può dare una politica. Non mi ha sconvolto che cantassero “A mano a mano” né mi sembra che sia cosa grave, anche se le canzoni vanno tenute lontane dalla politica nel caso in cui rischino di diventare una bandiera ideologica.

 

Ma la linea 109 esiste?

Ogni tanto qualcuno mi scrive che l’ha presa. Però non so precisamente quale strada faccia.