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tra la fiaba e la cronaca

Le figlie della mezzanotte. La storia delle bambine scambiate in culla

Annalena Benini

Come nei romanzi e negli incubi. Il racconto dell'evento accaduto in Puglia, le altre storie della banda dei Celestini e il richiamo del sangue laddove ci sono degli scambi di identità

Per ragioni ovvie di indispensabile presenza ho assistito alla nascita dei miei figli e li ho guardati in faccia abbastanza a lungo da essere in grado di riconoscerli anche dentro una piccola folla di neonati senza braccialetto identificativo. I bambini appena nati non sono tutti uguali, non sono moscerini o formiche, hanno lineamenti, colori, dimensioni, capelli, occhi e nasi del tutto differenti. Sono persone, solo un po’ più piccole e incapaci di dire: ehi, sei ubriaco? Dove mi stai portando, chi è quella tipa, dov’è il mio braccialetto? Ma tra le abissali paure di una madre c’è anche quella, che arriva dalle favole e in effetti dalla cronaca, dello scambio in culla.

 

Forse a questo soltanto servono i padri o chiunque assista al parto senza far niente: a controllare, seguire, pedinare, monitorare. Stare addosso all’infermiera finché non ha infilato il braccialetto, scattare foto con il telefono, chiamare a raccolta i testimoni, memorizzare le somiglianze, trovare dentro la commozione e lo sfinimento anche la razionalità di dire con ragionevole certezza al di là del vetro: è lui, è lei, vedete come mi assomiglia? Anche quando non gli assomiglia per niente e lì si aprono, forse, altre questioni. 
L’accudimento comincia lì, come il destino. E invece. 

 

Invece a volte qualcuno si è distratto, oppure nelle favole è arrivata una fata dispettosa che ha deciso di dare a quella bella bambina rosa una mamma regina, e a quella brutta bambina antipatica una mamma insopportabile, oppure il contrario. Nel romanzo di Salman Rushdie, I figli della mezzanotte (uscito nel 1981 e ripubblicato da Mondadori qualche anno fa) nel momento esatto in cui l’India dichiara l’indipendenza dall’Impero britannico, 15 agosto 1947, nascono bambini pieni di doti straordinarie, e l’infermiera che vuole compiere un atto di giustizia sociale scambia di proposito due neonati. Uno ai benestanti, uno al mendicante. “Fa’ che il ricco sia povero e il povero sia ricco”. 

 

Ricchezza, povertà, amore, odio, bei vestiti e vestiti di stracci, piramidi di panini imburrati oppure un tozzo di pane secco. Palazzi pieni di stanze o catapecchie al limitare del bosco con orride matrigne. Gentilezze estreme o estreme prove di coraggio. Qui si gioca la fortuna, il futuro e il desiderio di rivalsa. Qui si giocano i mostri, le magie, la vendetta, i prìncipi e i poveri. Nella Compagnia dei Celestini di Stefano Benni anche i bambini scambiati facevano parte degli orfani, protetti solo dal Grande Bastardo, il re del terribile regno dei fanciulli randagi, l’uomo misterioso che ogni bambino ramingo sogna di incontrare per diventare un bambino genitorato e benestante. Genitorato, cioè provvisto di genitore adatto, non importa che sia quello vero.

 

Non si fa cenno, nelle favole, alle ripercussioni psicologiche: la tristezza lascia velocemente il posto alla gioia, l’ingiustizia alla giustizia, il perdono alla vendetta. Il risarcimento per i dispetti delle fate è un sacco pieno di monete d’oro e un futuro luminoso: e vissero per sempre felici e contenti. Tanto basta, poche lagne. Ma anche il racconto della realtà è pieno di semplificazioni e infatti lo scambio in culla viene sempre mostrato come l’incubo di ogni genitore, che mentre fa il bagnetto al suo bambino lo guarda con smarrimento e pensa: questo non è mio. Questo brutto carattere non può averlo preso da me. Questi capelli rossi da dove spuntano, e poi mi guarda con odio, e poi ho un presentimento, e poi la cartomante mi ha detto che c’è un grosso mistero in casa mia. 

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Adesso che è stato stabilito dal tribunale di Trani, dopo dieci anni dalla scoperta, che la regione Puglia dovrà risarcire la famiglia di Antonella, nata nel 1989 all’ospedale di Canosa di Puglia e scambiata subito con Lorena, nata quella stessa mattina del 22 giugno a venti minuti di distanza con il parto cesareo (niente braccialetti e nessun padre che stava addosso alle infermiere), adesso che il sacco di monete d’oro verrà distribuito (molto meno di quel che avevano chiesto, quasi un milione di euro da ripartire fra i danneggiati; per Lorena, ancora non si sa), adesso che abbiamo la certezza che nonostante dobbiamo accettare i cookie qualunque cosa facciamo e dichiarare continuamente che non siamo un robot, questi incubi continuano a materializzarsi, è il caso di interrogarci, al di là delle favole, sulle conseguenze degli scambi di identità, sul richiamo del sangue, su che cosa davvero significhi crescere altrove senza saperlo e poi un giorno vedere una foto su Facebook o ascoltare uno strano pettegolezzo o entrare in un negozio e andare a sbattere contro la propria sconosciuta vera madre. 

 

Antonella, come nelle favole, è stata così sfortunata da rubare il posto a Lorena in una famiglia indigente e problematica. Antonella ha avuto un’infanzia difficile e affamata di cibo e di amore. La madre se ne è andata con un altro uomo, il padre l’ha picchiata ritenendola responsabile di quell’abbandono e poi ha lasciato lei e gli altri due figli che sono finiti prima dai nonni e poi in un istituto, diventando così un membro onorario della Compagnia dei Celestini di Stefano Benni, ma con meno divertimento. Antonella è stata adottata nel 2008, ma ormai era una ragazza, non c’era più un’infanzia da recuperare e il sacco di monete d’oro non cambia il passato. Antonella adesso ha trentatré anni, è sposata ed è madre, sa chi sono i suoi veri genitori e chi è suo fratello (anche lui verrà risarcito, per non aver potuto godere della relazione con la sorella), ma se è vero quello che dice la letteratura piscoanalitica, e in particolare Galit Atlas ne L’eredità emotiva (pubblicato in Italia da Raffaello Cortina), questo trauma non finisce qui, con la sentenza di un tribunale e con il disconoscimento di paternità verso Lorena (che già da anni aveva interrotto ogni rapporto con la famiglia, ancora prima di scoprire che non era la sua vera famiglia).

 

Galit Atlas scrive: “Le persone che amiamo e quelle che ci hanno cresciuto vivono dentro di noi; proviamo il loro dolore emotivo, sogniamo i loro ricordi, conosciamo anche ciò che non ci è stato esplicitamente comunicato e tutto questo plasma la nostra vita in modi che non sempre comprendiamo. Ereditiamo i traumi familiari, anche quelli di cui nessuno ci ha parlato”. Lorena ha ereditato traumi riconducibili alla famiglia che ha cresciuto, anche se per poco e malamente, Antonella, e Antonella invece li ha vissuti senza che fossero suoi, senza che le appartenessero per nascita, senza che ci fosse nemmeno quella consolazione che offre a tutti i figli che si percepiscono sfortunati lo psicoanalista e filosofo James Hillman nel suo famoso Codice dell’anima (Adelphi) in cui assicura che ci scegliamo i genitori prima di nascere, perché il nostro carattere e la nostra vocazione di vita sono qualità innate e la missione della nostra vita è realizzare quelle spinte.

 

La chiama “la teoria della ghianda”: il destino della quercia è contenuto nella piccola ghianda, così come il nostro è contenuto nella nostra anima. Il nostro daimon, come diceva Platone, ci guiderà nel cammino sulla terra, ma il nostro daimon ci ha anche guidati nella scelta primaria, cioè in quale luogo, in quale pancia, in quale culla precipitare dalle nuvole. “Noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato”.

 

È una visione al tempo stesso colpevolizzante e consolatoria, che però certo non può arrivare a dare un senso alla sciatteria di un infermiere o alla mala organizzazione del reparto di Ostetricia in provincia di Bari o di Brescia o ovunque. In un ospedale indiano due famiglie provenienti da due diverse etnie, una di religione induista e una di religione musulmana, si sono incrociate per il parto di due maschietti a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro. “Quando ho riportato mia moglie Salma a casa dall’ospedale”, ha raccontato il marito alla Bbc, “dopo una sola settimana mi ha detto e ripetuto che quel neonato non era nostro figlio”. Lui era indignato, incredulo, pensava al capriccio di una donna stanca.

 

“Lei mi ha detto che in sala parto c’era una signora originaria del gruppo etnico Bodo e che i due bambini dovevano essere stati scambiati. Io non le credevo ma lei continuava a insistere”. La madre era sicura: quel bambino con gli occhi stretti non le somigliava, nessuno della sua famiglia aveva gli occhi stretti. L’ospedale ha detto che la signora aveva problemi mentali, ma dopo le richieste dell’avvocato ha fornito le schede delle donne che avevano partorito alla stesso orario, tra cui la madre Bodo, che invece non aveva nessun sospetto e cresceva serenamente il suo bambino.

 

Ma quando ha visto suo figlio, quando ha visto l’altra coppia, ha capito. Ma i sentimenti, la cura, il tempo trascorso insieme sono arrivati a costruire il rifiuto di scambiare di nuovo (come un oggetto, come una prova) il proprio bambino con quello partorito, somigliante, che eserciterà per sempre il richiamo del sangue ma che ora abbraccia piangendo un’altra madre e non vuole lasciarla, e non gli importa nulla di etnie e di occhi stretti. 

 

La Compagnia dei Celestini è grande e contiene molte storie diverse, molte reazioni diverse: Antonella e Lorena, le due bambine che nel 1989 sono venute al mondo nello stesso piccolo bastardo posto non si sono incontrate per anni, non sono diventate amiche, non hanno giocato insieme e non hanno elaborato il trauma insieme. Mentre Caterina e Melissa, nate in provincia di Trapani in una più recente notte di Capodanno e scambiate con la stessa distrazione e leggerezza, sono diventate sorelle a poco a poco e anche in età adulta, da quando nella stessa scuola materna che frequentavano la nuova maestra ha consegnato Caterina alla madre di Melissa, per via della somiglianza molto forte.

 

“È stato un lutto”, hanno detto le madri. “Dopo tre anni dovevo dare mia figlia a un’altra famiglia”. Ma le figlie della mezzanotte hanno avuto anch’esse in dono un potere magico, come nel romanzo di Salman Rushdie: il potere di tenere tutti insieme. Di restare uniti. Hanno insegnato ai genitori, naturali e non, come ci si comporta davanti agli scherzi delle fate.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.