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L'età dell'oro

Foto di carta

Luca Fiore

Se Instagram è il “cibo spazzatura”, per mangiare bene si va in libreria. Parla Lesley Martin, direttrice creativa di Aperture
 

La chiamano “età dell’oro del photobook”. E ci siamo proprio in mezzo. Negli ultimi due decenni l’editoria di fotografia è stata protagonista di un vero e proprio boom. Quantitativo e qualitativo. In totale controtendenza rispetto al mercato della carta stampata, l’interesse degli autori e del pubblico non ha fatto che crescere. Si sono moltiplicati gli editori. Si è diffusa la pratica del “self publishing”. E l’obiettivo di molti fotografi, più che esporre il proprio lavoro in una mostra, è soprattutto quello di vedere le proprie immagini prendere la forma di un libro.

 

L’inizio di questo fenomeno, convenzionalmente, viene fatto coincidere con “Fotografía pública. Photography in Print 1919–1939”, la mostra curata da Horacio Fernández nel 1999 al Museo Reina Sofia di Madrid, un tentativo inedito di affrontare l’immagine fotografica dal punto di vista del contesto editoriale. Nel frattempo, si sono messi in moto i primi tentativi di storicizzare il fenomeno attribuendogli una centralità che non gli era mai stata riconosciuta. Ha iniziato Andrew Roth con il suo “The Book of 101 Books. Seminal Photographic Books of the Twentieth Century”, uscito nel 2001. Seguito dai tre volumi di “The Photobook: A History”, curati da Martin Parr e Gerry Bedgere pubblicati da Phaidon tra il 2004 e il 2014. Ma la rivoluzione era già cominciata all’inizio degli anni Novanta, soprattutto con i libri pensati e realizzati dallo svizzero Martin Keller che, con la casa editrice Scalo, aveva scosso l’ambiente con capolavori come “Ray’s a Laugh” di Richard Billingham, in cui forma editoriale e contenuto toccavano standard mai visti prima.

 

Alla fine degli anni Novanta, Lesley A. Martin era una stagista all’Aperture Foundation, la più prestigiosa istituzione di cultura fotografica degli Stati Uniti, fondata nel 1952 da Ansel Adams, Minor White, Dorothea Lange, Nancy e Beaumont Newhall. Oggi, che di Aperture è diventata la direttrice creativa, che ha fondato e dirige la The Photobook Review e ha inventato il Paris Photo-Aperture Foundation Photobook Award, Martin è la donna più potente del mondo dell’editoria di libri di fotografia. Una presenza femminile che si fa notare in un ambiente dominato dagli uomini anche se, a ben vedere, fu una signora a realizzare il primo libro di fotografia della storia: la botanica inglese Anna Atkins, che nel 1843 pubblicò una raccolta di immagini delle alghe oggetto dei suoi studi. Martin ha vissuto e lavorato in Giappone, ma con gli stampatori di casa nostra – il suo preferito è Trifolio di Verona, quello da cui si serve anche il Moma di New York –, può rispolverare il suo italiano, imparato a Casalpalocco, tra Roma e Ostia, dove ha vissuto con la famiglia tra i 5 e i 13 anni (il padre era dipendente della Firestone).

 

Se le si chiede che senso ha oggi, in un’epoca in cui le immagini sono il motore del mondo digitale, pubblicare un libro di carta, usa una metafora culinaria: “Amo il junkfood. Così come i social network, da cui sono dipendente come chiunque altro. Leggo libri sullo smartphone e, per certi contenuti, penso abbia senso. Ma lo slowfood è un’altra cosa. L’esperienza del libro cartaceo riesce a far convivere immagini, testo e grafica in modo tale da rendere al meglio le intenzioni del fotografo”. Ed è anche questione di qualità: “Per la musica è tornato in voga il vinile, che ha una resa del suono migliore rispetto all’ascolto in streaming. Lo stesso vale per le fotografie su carta. È vero, oggi la maggior parte delle immagini nasce su uno schermo in maniera digitale ed è un’esperienza che sta cambiando il modo in cui noi affrontiamo un racconto visuale. Qualcuno starà anche lavorando per scoprirne di nuove, ma io non ho ancora visto tecnologie che permettano di mostrare narrazioni complesse come è in grado di fare il libro tradizionale”.

 

Se parliamo di mostre di fotografia, invece, il discorso per Lesley Martin è diverso. E la metafora è di nuovo quella musicale. “Quando ancora si poteva, amavo frequentare i concerti. La musica dal vivo si ascolta in un certo luogo in un certo tempo. E lo si può fare in compagnia. Poi, però, tornata a casa, voglio poter ascoltare il disco una, due, cento volte. La registrazione è la forma ‘canonica’ dell’opera del musicista, alla quale si torna come riferimento, rispetto a tutte le varianti che ci possono essere nell’esecuzioni live”. In questo senso, spiega, le due forme di presentazione del lavoro sono complementari e necessarie. “Ci sono casi in cui, anche per libri che ho curato io, è successo che, guardando le immagini in mostra, mi accorgessi di particolari che non avevo notato durante l’editing. Poi, però, i fotografi mi dicono che per loro è il libro che conta. Ma, forse, lo dicono a me solo per farmi piacere… (ride)”.

 

Aperture è un editore con una lunga storia e ha contribuito a costruire il canone della fotografia americana. Libri come “Diane Arbus. An Aperture Monograph”, “Uncommon Places” di Steven Shore, “Cape Light” di Joel Meyerowitz fino a “The Ballad of Sexual Dependency” di Nan Goldin sono volumi imprescindibili, oltre che dei long seller. Ma la sfida oggi, spiega Martin, è quella di rivedere questo canone colmandone le lacune. “Stiamo lavorando sodo per riparare certi torti fatti nel passato. L’obiettivo principale, quindi, non è tanto trovare il nuovo artista da pubblicare, ma di guardarci indietro e introdurre i nostri lettori a figure che finora sono restate ai margini”. L’esempio più importante è quello di Kwame Brathwaite, fotografo afroamericano che ha lavorato negli anni Sessanta e Settanta. Fieramente indipendente, ha creato un’agenzia per diffondere le proprie immagini e ha lavorato soltanto con modelle di colore. “Ha realizzato ritratti davvero straordinari. Era un’espressione del movimento Black is Beautiful, che poi è il titolo del libro uscito due anni fa e curato da Tanisha C. Ford. Ne abbiamo fatto una mostra itinerante e il libro, che costava 50 dollari, lo abbiamo ristampato diverse volte”.

 

Quello della visibilità degli autori neri è un tema che, secondo Martin, vale per il passato come per il presente. “Voci come quelle di Brathwaite ci sono anche oggi. E, forse, con i social network, hanno più strumenti per emergere. Ma a me interessa molto individuare certi fenomeni e andarci incontro. Così nel 2019 è nato The New Black Vanguarde, una raccolta di 15 giovani artisti neri britannici, nigeriani, sudafricani e statunitensi”. Se le si prova a far notare che è un tema molto “americano”, la Martin risponde: “No, non è così. Tanto che al Festival di Arles, quest’estate, porteremo la mostra che è nata da questo progetto, ma abbiamo chiesto al curatore Antwaun Sargent di aggiungere autori anche europei. Ci sarà, ad esempio, l’italiana di origini togolesi Silvia Rosi”.

 

Oltre al lavoro sui libri, Martin si occupa anche del Paris Photo-Aperture Foundation Photobook Awards, che ha contribuito a fondare nel 2012 e diventato, oggi, il principale riconoscimento dell’editoria di fotografia a livello mondiale. Viene consegnato ogni anno in occasione della fiera parigina che si svolge al Grand Palais. “Per me è stato come una seconda laurea. Tutti gli anni ho l’occasione di guardare circa un migliaio di libri provenienti da tutto il mondo. Certo, non li riesco a guardare tutti con la stessa attenzione, ma col tempo inizi ad accorgerti dei modelli, dei generi, dei trend, sia dal punto di vista dei temi che delle scelte di produzione”. Non è il Prix Nadar, che premia il miglior libro pubblicato in Francia, ma ha l’ambizione di monitorare il mercato globale. Il premio assegnato a Paris Photos è declinato in tre categorie: il miglior libro, l’opera prima e il catalogo di mostra. La short list è formata, in tutto, da 35 libri che vengono esposti durante la settimana della fiera parigina frequentata da 70mila persone ogni anno (“Alla fine i libri sono completamente consumati...”. La selezione, poi, gira in diversi festival in otto città tra Stati Uniti, Giappone, Australia, Lituania e Ucraina. “Questo permette di dare grande visibilità a questi volumi che, di solito, finiscono sold out. È una grande occasione per i loro autori di fare passi importanti nella loro carriera”, spiega Martin: “Ma soprattutto il premio serve a dare l’idea del livello più alto a cui si sta giocando la partita dell’editoria di fotografia. E, siccome il regolamento vieta la partecipazione dei libri di Aperture, permette anche a me di capire a che standard di qualità devo ambire nel mio lavoro”.

 

L’altra creatura di Lesley A. Martin, nata nel 2011, è la Photobook Review, la rivista che esce due volte l’anno in allegato ad Aperture, la rivista ammiraglia della Aperture Foundation. Tirata in 15mila copie, è l’unico magazine di settore in formato cartaceo e con diffusione internazionale. “È uno spazio affascinante di dibattito sull’ecologia del nostro mondo. È interessante perché proviamo a far dialogare le varie figure coinvolte nella produzione dei photobook: fotografi, grafici, editor e stampatori”. Negli ultimi anni Martin ha scelto di proporre numeri monografici affidati a guest editor. “Sono un tuffo dentro una ossessione particolare relativa a temi chiave del nostro lavoro. E’ capitato, ad esempio, con al nodo del rapporto tra testo e immagine che abbiamo affidato all’italiana Federica Chiocchetti, fondatrice di Photocaptionist”. 

 

E come se l’è cavata il mondo dell’editoria nell’anno della pandemia? “Abbiamo imparato molte cose. Ad esempio che le persone amano ancora i libri, soprattutto se non possono andare per musei e gallerie. Io stessa, non potendo andare a Paris Photo o alla New York Book Fair ho potuto ordinare online i libri che mi interessavano. È stato bello e importante. Ma ora sappiamo anche quanto siamo diventati dipendenti dalla comunicazione via internet. Che cosa significa questo? Che eredità ci portiamo da questi mesi?”. È una domanda che in molti si stanno ponendo, per la quale nessuno, per ora, sembra in grado di dare una risposta. “Io, però, sono ottimista perché vedo molte persone interessanti e intelligenti che sono al lavoro per trovare nuove vie. Sono fiduciosa che si possa trovare il giusto equilibrio tra vita reale e vita digitale. Anche solo per il fatto che il boom dei libri di fotografia non ci sarebbe stato senza l’avvento di internet. Sarebbe impensabile senza i processi digitali, che hanno abbattuto i costi di produzione e quindi i prezzi al consumo. Le domande sono aperte”.

 

Nell’ambiente di chi si occupa di fotografia ha fatto molto discutere “But Still, It Turns”, la mostra curata da Paul Graham all’International Center of Photography di New York che prova a indicare un nuovo canone per la fotografia documentaria. Secondo il fotografo inglese, e non solo secondo lui, questo tipo di ricerca è stata penalizzata, in musei e gallerie, in favore di immagini create in studio o pesantemente modificate al computer. Ma il punto, secondo Martin, è che cosa si intenda per “fotografia documentaria”. “Io appartengo alla vecchia scuola e amo la fotografia perché cattura qualcosa che è nel mondo. Tra me e la realtà esiste questo medium, la pellicola. È qualcosa di meraviglioso e poetico. Quel tipo di ricerca, se fatta bene, è quanto di meglio si possa chiedere alla fotografia. Sì, molti fotografi, come Graham, si sentono marginalizzati dallo spazio che si dedica a forme più sperimentali. Ma credo che il mondo sia grande e ci sia spazio per tutti”. Molti artisti, spiega, stanno riflettendo su quella parte della nostra vita che avviene nel mondo digitale. “Penso che la fotografia realizzata nel mondo analogico sia importante tanto quanto quella che indaga la realtà digitale. Se non prendessimo in considerazione entrambi gli aspetti avremmo una conoscenza molto più povera del mondo”.