"a me piace abitar la mia contrada"

L'Ariosto antieroico, un poeta che voleva solamente essere lasciato in pace

Alfonso Berardinelli

Il suo umanesimo è la difesa dell’uomo comune, che nella quotidianità è tale anche se coincide con l’autore di un capolavoro poetico. Il solo onore a cui aspira e che gli è caro è quello dovuto all’arte di scrivere

Delle sette “Satire” di Ariosto avevo letto solo la terza, quella che contiene le strofe in cui l’autore scrive il più efficace dei suoi autoritratti. Ora il Saggiatore ha ripubblicato queste epistole in terzine dantesche a cura di Ermanno Cavazzoni, il più felicemente e fantasiosamente comico dei nostri attuali narratori. Come me, anche Cavazzoni non è uno studioso di letteratura italiana, ma credo che l’iniziativa di ripubblicare quest’opera minore di Ariosto sia stata sua. Molto più di Gianni Celati, suo presunto maestro, Cavazzoni è un assoluto stravagante. Il suo metodo e istinto è di rivelare tutto del genere umano partendo dal minimo e ingigantendone fino all’inverosimile dimensioni e significato. La sua comicità sembra umile, modesta, minuziosamente realistica: invece è paradossalmente epica.

 

Se si seguono le sue costruzioni immaginarie si può scoprire che alla follia, all’insensatezza, alla caparbia, criminosa o innocente ottusità del genere umano, o meglio dei vari esemplari di genere umano, non c’è rimedio né cura; e alla fine è meglio, è più saggio contemplarle che giudicarle. In questo però si nasconde il sublime comico: perché contemplare senza giudicare è più o meno sovrumano, sfiora la santità, o la esemplifica in uno dei suoi aspetti: non quello eroico ma quello comico. L’eroe tragico appare come un modello ideale e universale, per quanto inarrivabile. L’eroe comico invece è piccolo e maniacale, nuoce quasi solo a se stesso. Tende a perdere piuttosto che a vincere e non appare a nessuno come un esempio da seguire: impedisce l’identificazione e si può ridere di lui godendo delle sue plateali debolezze. È l’eroe realistico fino al limite estremo del grottesco e del ridicolo, che indirettamente mette un po’ in cattiva luce l’idealismo eroico.

 

Ercole furente e Orlando furioso, i più grandi eroi colpiti da mania, delirio senza contenuto nel primo, folle gelosia d’amore nel secondo, rovesciano ciò che sta in alto per farlo cadere in basso, anche al di sotto dell’esperienza umana comunemente condivisa.

 

Devo dire che l’accostamento fra il senso del comico di Cavazzoni e lo spirito satirico-autobiografico di Ariosto non appare del tutto convincente. Il grande inventore di avventure fantastiche, che è Ariosto nel più vertiginoso intreccio di vicende inventate nella letteratura europea, quando compone le sue satire è semplicemente se stesso. Scrive lettere in versi ai suoi interlocutori per lamentarsi. Si giustifica, si difende, si ritrae come un uomo che è nemico delle ambizioni illusorie, smodate e vane. La sua critica del potere e della società è assolutamente personale e sincera, benché replichi e valorizzi la tradizione dell’“aurea mediocritas” di un epicureo come Orazio, vissuto con la massima cautela all’ombra di Augusto e di Mecenate.

 

In realtà, Ariosto è meno prudente. Il suo umanesimo antieroico è una difesa della semplice umanità dell’uomo comune, che nella sua quotidianità è tale anche se coincide con l’autore di un capolavoro poetico. Il solo onore a cui aspira e che gli è caro è quello dovuto all’arte di scrivere e alla dedizione che questa richiede. Quello delle “Satire” è un Ariosto poco fantasioso; è infastidito e risentito perché la vita di cortigiano lo assilla e gli impone compiti per lui innaturali, tormentosi, estenuanti.

 

L’introduzione di Cavazzoni è intitolata “Avviamento alle Satire”. Non vuole essere un saggio di critica letteraria ma un’immersione parafrastica e narrativa nei versi di Ariosto. Vivere alle dipendenze degli estensi, prima del dissoluto e cinico cardinale Ippolito, poi del duca Alfonso suo fratello, non era facile per chi era occupato a preparare tre edizioni (1516, 1521, 1532) dell’Orlando furioso. Sono le sue pene e le sue rabbie reali, le sue idiosincrasie fisiche e caratteriali la cosa che più attira Cavazzoni. Ariosto poeta “dell’armonia” (è la famosa formula di Benedetto Croce) non visse una vita armonica. Non voleva fare carriera, non voleva diventare prete, né vescovo, né cardinale. Non aveva voglia di seguire i suoi protettori e padroni nei loro viaggi faticosi, dispendiosi e inutili.

 

Lo impegnavano le responsabilità famigliari (era il primo di dieci fratelli). Lo soffocavano gli incarichi di governo nella montuosa Garfagnana infestata di banditi. E sapeva di non essere adatto al matrimonio. Del resto e in definitiva, ognuno è come è, pensava, ognuno ha i suoi desideri e chi vuole andare in giro per il mondo, vada pure: io preferisco stare dove sono nato: “Degli uomini son vari li appetiti: / a chi piace la chierca, a chi la spada, / a chi la patria, a chi li strani liti. // Chi vuole andare a torno, a torno vada: / vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna; / a me piace abitar la mia contrada”.

 

Quella era la società del Rinascimento, variamente instabile, pericolosa, spesso efferata: il poeta non chiedeva che di essere lasciato in pace. La nostra è una società altamente bonificata, eppure fa tutto il possibile per non lasciarci in pace.

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