Libri sotto l'albero

Annalena Benini

Non sapete cosa regalare a Natale? Annalena Benini ha selezionato 20 libri che non potete non leggere

 

Bernardine Evaristo
Ragazza, donna, altro
BIG SUR, traduzione di Martina Testa, 521 pp., 20 euro

 

Basta mamma, io mollo. 

 

Eeee! eeee! che razza di discorsi fai?, urlò Bummi, ho capito bene o mi devo pulire le orecchie coi cerini? Bummi è la mamma nigeriana, che ordina alla figlia di far valere i suoi diritti di cittadina inglese. Tutte queste donne che parlano,  amano, ricordano, litigano e nascondono oppure mostrano il tormento per il sangue, la pelle, il sesso e l’ambizione, sono uno schiaffo di vita vibrante, che appassiona per profondità e senso dell’umorismo. Per rabbia, anche. Per la lotta continua delle ragazze. Dodici protagoniste, nere e di sangue misto, gay e etero, giovani e vecchie, artiste, impiegate delle pulizie, insegnanti, contadine, attiviste transgender, studentesse universitarie. Le extension, le unghie, le ex fidanzate, il dolore, l’orgoglio e soprattutto questo immenso e misterioso rapporto tra madre e figlia (“non si tratta di provare qualcosa o di pronunciare parole, si tratta solo di essere insieme”).

 

Bernardine Evaristo, nata a Londra da madre inglese e padre nigeriano nel 1959, ha vinto con questo romanzo il Man Booker Prize, e tutti hanno affermato di avere capito meglio l’Inghilterra, dopo averlo letto. Io ho capito meglio e amato loro, queste donne e il desiderio che le muove, che ci muove. “Io non sono una vittima, non trattarmi mai come una vittima, mia madre non mi ha cresciuto per farmi diventare una vittima”.

   

Anna Wiener
La valle oscura
Adelphi, traduzione di  Milena Zemira Ciccimarra, 306 pp., 19 euro

 

Cominciai a indossare la flanella. Comprai un paio di stivaletti australiani e andavo in bici al lavoro, arrivando in un bagno di sudore. Integrai la mia dieta con compresse di vitamina B, e mi sentivo più sveglia, più allegra. Mi appoggiavo alla scrivania rialzata e ballavo mentre scrivevo e-mail pestando sui tasti, facendo su e giù con la testa in segno di solidarietà col resto del gruppo”. Anna Wiener ha lavorato in varie startup nella Silicon Valley, e poi ha scritto questo memoir. Che fa ridere molto, e fa molta paura. L’anno  trascorso da Anna, appena laureata a New York, a lamentarsi in miseri pub con gli amici del mondo editoriale, è lo stesso anno in cui molti dei suoi futuri amici fidanzati e colleghi hanno fondato società, guadagnato i primi milioni, scelto un periodo sabbatico. E adesso a San Francisco ecco, il centro dell’universo, “noi eravamo l’azienda e l’azienda era noi”. Un viaggio anche interiore nel flusso incontenibile di aspirazioni alfa, illusioni, denaro, lacrime, strategie e braccialetti contapassi regalati dall’azienda per ottimizzare e potenziare la produttività. Il romanzo appassionante e tormentato della valle oscura, in cui è tutto vero, e quasi tutto dei maschi. “Ogni volta che andavamo fuori a bere il responsabile della gestione clienti, invariabilmente, alla fine della serata mi chiedeva di dargli un ceffone. Sapevo che questo probabilmente gli procurava un piacere sessuale, ma non m’importava – era troppo catartico”.     

   

Violette Leduc
Thérese e Isabelle

Neri Pozza, traduzione  di Adriano Spatola e Laura Cimenti, 125 pp., 16 euro

 

Nel 1954 Simone de Beauvoir presenta al comitato di lettura di Gallimard il romanzo di Violette Leduc, sua giovane protetta e perdutamente innamorata di lei, che Simone chiama “quella bruttona” . Il romanzo racconta la storia d’amore e di passione tra due donne, Thérèse e Isabelle (Thérèse è la stessa Violette) e il comitato degli illuminati lettori (tra cui Raymond Queneau) ne approva la pubblicazione a patto di eliminare le pagine “di un’oscenità incredibile”. Pagine di amore lesbico, e del primo amore lesbico, illuminate dai dettagli delle notti in cui le altre studentesse del collegio dormono. Pagine dell’unico amore felice di Violette  . “Entravo nella sua bocca come si entra in guerra: speravo di saccheggiare le sue viscere e le mie”. Simone de Beauvoir la considerava un genio e scommetteva su di lei, come scrive Sandra Petrignani nella prefazione a questa edizione integrale, ma Violette aveva un dolore originario e autodistruttivo (il suo libro più famoso si intitola “La bastarda”, come lei si considerava e veniva considerata: sua madre era una domestica messa incinta dal figlio dei padroni e scacciata, e lei la figlia mai riconosciuta). Non era bella, e viveva amori impossibili e umilianti. Fu lodata da Albert Camus, Jean Paul Sartre, Jean Cocteau e Jean Genet. La forza delle parole è stata  il suo riscatto, la sua vendetta, la sua grande bellezza. Ritenne il rifiuto dell’inizio di questo romanzo, che ora giudicherete voi, “un assassinio”. 

  

Laura Boella
Cuori pensanti, 5 brevi lezioni di filosofia per temi difficili
Chiarelettere, 136 pp, 15 euro

 

Etty Hillesum, Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein, Maria Zambrano. Laura Boella, docente di Filosofia  morale e studiosa del pensiero del Novecento, ha scelto cinque grandi donne e il loro pensiero. Le ha definite “cuori pensanti”, che è una citazione da Etty Hillesum. Per il coraggio, la capacità di sfidare il conformismo, per la compassione verso il dolore degli altri e per l’offerta instancabile di sé. Come campo di battaglia o come balsamo per le ferite. Etty Hillesum  non voleva diventare una filosofa, ma una scrittrice, ma ha scelto infine di essere per gli altri, ha scelto di inginocchiarsi e non di rinunciare al mondo ma di offrirsi al mondo. Ha scelto, con enorme sforzo anche intellettuale, anche di pensiero, di non odiare. “Laggiù ho sperimentato sulla mia pelle che ogni nuovo atomo d’odio rende il mondo più inospitale di quanto già non sia”, scrive dal campo di raccolta di Westebrok, in Olanda, da cui partono i treni per Auschwitz. Lei salirà sul quel treno, lasciando il suo diario e le lettere, che illuminano la Shoah e la rendono ancora più straziante, anche se non sembra possibile. Etty Hillesum e le altre non hanno mai rinunciato al pensiero, e dunque all’umanità,  non hanno mai accettato con indifferenza la sofferenza degli altri e questo piccolo libro rende merito a loro e aiuta noi a capire meglio che cos’è l’audacia, e a che cosa serve.  Non vive solo nei libri, ma nell’esperienza umana. 

 

Shirley Jackson
La luna di miele di Mrs. Smith
Adelphi, traduzione di Simona Vinci, 279 pp, 19 euro

 

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà”, ha scritto Shirley Jackson in una delle sue notti casalinghe, che hanno fornito ai figli  una certa quantità di libri da pubblicare anche postumi e il ricordo del costante rumore di sottofondo della macchina da scrivere, tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento. Shirley Jackson scriveva, cucinava, beveva, scarrozzava bambini, infornava dolci e intanto immaginava case infestate dai fantasmi e  conversazioni con le stoviglie della cucina, si appuntava consigli: “Fai cadere la nonna dalle scale”, e costruiva racconti ambientati sul preciso confine tra normalità e follia. Se non avete mai letto “La lotteria”, fatelo prima di Natale, perché i brividi durano a lungo, e poi godetevi tutte le commedie surreali, il thriller, la comicità della vita famigliare, le esplorazioni inquietanti della psiche contenuti in questa raccolta. Un marito una mattina dice: accidenti, ho di nuovo lasciato l’accendino su! E la moglie: grazie al cielo l’hai detto, ero così preoccupata! Eri preoccupata per l’accendino? “Vedi, ho sognato che non dicevi più tre o quattro delle cose che dici sempre. Sì, insomma, sai che tu dici sempre le stesse cose, e nel sogno a un certo punto non lo facevi più. Ero preoccupatissima, poi ha suonato la sveglia e quando ho aperto gli occhi pensavo di avere ancora il coltello in mano”. Grazie, cara Shirley, anche per la forza di ribellarsi alla realtà, fingendo di scrivere soltanto.   

  

Guadalupe Nettel
La figlia unica
La Nuova Frontiera, traduzione di Federica Niola, 213 pp., 16,90 euro

 

Laura e Alina sono così tanto amiche che hanno fatto un patto: nessuna di loro due avrà figli, nessuna lascerà che un bambino metta limiti alla loro libertà e alla loro ambizione. Ma Alina quando torna in Messico ha cambiato idea,  insieme all’uomo che ama: vuole un figlio. “Ti rendi conto? Per anni ho temuto di ripetere gli errori commessi da mia madre con mia sorella e con me. Ho dovuto disattivare quella paura per avere il coraggio di vedere che in realtà desidero formare una famiglia. Voglio vivere questa esperienza, Laura. Sogno di farla. Mi dispiace se ti ho deluso”. E’ l’inizio di una trasformazione e di diversi e dolorosi processi di accettazione. La bambina non può sopravvivere al parto, dicono i medici, preparatevi alla morte. La vita però è sorprendente e così anche il senso di maternità, la capacità di prendersi cura, la forza di un’amicizia. E anche la tenerezza e la compassione  verso un bambino sconosciuto che piange e tira i pugni contro il muro. Ho già consigliato questo libro, uscito in Italia alla fine di questa estate, perché è un viaggio profondo nel cambiamento e nella scrittura: il modo in cui Laura osserva e racconta la vita di Alina, e si fa carico a distanza del suo dolore,  è insuperabile. Il modo in cui a poco a poco cambia anche lei. Qui ci sono prima due e poi tre donne: ci sono i fraintendimenti e la solidarietà, il bisogno di aiutare, di capire, di esserci. C’è la scoperta di qualcosa che va oltre qualunque idea astratta di libertà.     

 

Tash Aw
Noi, i sopravvissuti
Einaudi, traduzione di Anna Nadotti, 290 pp., 20 euro

 

Il bello del melting pot londinese è che da Sulman Rushdie in poi (ma forse da Rudyard Kipling) ha prodotto una letteratura sfuggita quasi sempre all’intimismo, perlomeno nella sua declinazione più opprimente, e Tash Aw è l’ultimo esempio. Ha quarantanove anni, è malese, è nato a Taipei (Taiwan), i suoi  nonni sono di origini cinesi, e in Gran Bretagna è uno scrittore acclamato e premiato.  “Noi, i sopravvissuti” (We, the Survivors), è una storia ambientata fra la megalopoli Kuala Lumpur e il villaggio di Kuala Selangor, borgo di pescatori di vita e cultura medievali. E’ la vita di un giovane malese che cerca di salvarsi da un destino ineluttabile, sale e poi cade: una storia figlia del Commonwealth, cioè con ambizioni universali, del rapporto fra razze, delle diseguaglianze, della violenza della solitudine. Una storia di piccoli passi e di grandi speranze. A proposito dei  lavoratori immigrati: “Non capivano che non era la paga a distruggere lo spirito di quegli uomini e di quelle donne, bensì il lavoro, il modo in cui ne spezzava i corpi ancora prima che potessero porsi il problema del salario”. La mancanza di prospettiva che ferisce l’anima. Un po’ dei Malavoglia di Giovanni Verga, un po’ di C’era una volta in America di Sergio Leone, questo romanzo rimane chiuso nei suoi pochi chilometri quadrati ma non sa che cosa siano i confini. Soprattutto, Tash Aw sa che cosa è l’uomo  e che cosa cerca.

 

Alberto Schiavone, Maurizio Lacavalla
Alfabeto Simenon
Edizioni BD, 212 pp., 20 euro

 

Ventisei  capitoli, in disegni e parole, per ringraziare George Simenon della sua immensità. Il catalogo disegnato e raccontato dei suoi temi, dei suoi nomi, delle fissazioni di un genio capace di scrivere un romanzo in sei giorni, in stato di trance. E non un romanzo qualunque, ma un romanzo di Simenon. Nota lo scrittore Alberto Schiavone, appassionato dell’opera e dell’umanità di Simenon,  nell’introduzione: “Un creatore muscolare, capace del ricamo più elegante, un ritrattista con la capacità di incursioni negli abissi. Il fisico di un pugile con l’animo di una étoile. Non è un errore il femminile, e nemmeno una provocazione. Se esiste il pianeta Simenon infatti, è donna. E una donna non è semplice da spiegare con una sola linea dritta”. E allora godetevi questo libro-oggetto che complica le cose con voluttà, e in ordine alfabetico. André Gide, Immaginazione, Josephine Baker, Quai des Ofevres, Sesso. “E’ passato un tram, un uomo è sceso  con un balzo. Nell’attimo in cui è atterrato sul marciapiede, la mano della ragazza si è chiusa sul suo braccio. Con un unico movimento i due si sono avviati verso la strada buia, si sono abbracciati davanti al primo portone con i loro abiti bagnati e la pelle bagnata. E io, che li guardavo da lontano, mi sentivo in bocca un sapore di saliva altrui”. Ma la mia parola preferita, di questo almanacco Simenon, è Pedigree-Memorie intime.

 

Giacomo Papi
Happydemia
Feltrinelli, 165 pp., 15 euro

 

Fratello, io domani balzo la lezione. Hai sentito della quarantena? Stanno assumendo per fare consegne. Io ci provo. In casa mi ammazzo. Mi prendo la bici e sto fuori tutto il giorno, poi si becca tantissimo, me l’ha detto un mio amico. Tu che fai? Ti tumuli? Alle sette e mezzo mi trovi davanti alla sede di Happydemia”. Happydemia è la più importante multinazionale al mondo per la distribuzione di psicofarmaci. L’idea geniale è questa: sei depresso per il lockdown, hai paura di ammalarti, hai perso il lavoro, soffri in quarantena? Ti portiamo gli psicofarmaci a domicilio, con gli psicorider. Intanto l’ultimo Dpcm vieta lo sbavare nel sonno e da svegli, le dita nel naso, uscire di casa, fare la spesa per meno di cento euro a botta, scrivere al computer senza disinfettarsi i polpastrelli dopo aver toccato ogni tasto, e baciarsi.
 Giacomo Papi, dopo Il censimento del radical chic, torna in un presente possibile e rovesciato, fa sorridere di questa assurdità in cui ci troviamo, amplificandola ma non solo: precisandola, con umorismo. I complottisti, i negazionisti, i narcisisti, i catastrofisti, i pensatori che possono permettersi di lavorare da casa. Ci sono tutti, ci siamo tutti, anche un presidente del Consiglio Re Sole in vestaglia di seta. Congiungersi e disgiungersi,  e restare congiunti non essendo congiunti: il senso, in fondo,  è ancora tutto qui.  

   

J. D. Vance
Elegia americana
Garzanti, traduzione di Roberto Merlini, 264 pp., 14 euro  

 

Vedete, sono nato in una famiglia povera della Rust Belt, in una cittadina dell’Ohio cresciuta intorno a un’acciaieria e che non ha fatto altro che perdere posti di lavoro e speranze. Ho un rapporto che definirei eufemisticamente complesso con i miei genitori, uno dei quali a mia memoria ha sempre avuto problemi di droga. Mi hanno allevato i nonni, che non hanno frequentato alcun liceo.  Le statistiche dicono che quelli come me avranno un futuro difficile, e nella migliore delle ipotesi riusciranno a cavarsela senza ricorrere ai sussidi statali; nella peggiore moriranno per un’overdose di eroina”. La storia vera di J. D Vance ha scosso l’America ed è diventata un film di Ron Howard con Glenn Close nei panni della nonna, formidabile signora in T-shirt extralarge,  sigaretta e imprecazioni, che ha salvato la vita al nipote prendendolo a vivere con sé per tre anni e insegnandogli la necessità e l’importanza di “muovere il culo”. Nonostante la vita avara e dolorosa, nonostante le difficoltà, le violenze e le enormi delusioni, la nonna, che ha fatto la fame ed è rimasta incinta a 16 anni e ha rischiato di essere uccisa di botte,  nutriva una fede quasi religiosa nel duro lavoro e nel sogno americano. Alla sua morte, i nipoti erano distrutti dal dolore. “La mamma ha accusato Lindsay e me di essere troppo tristi, di aver amato troppo la nonna. Doveva disperarsi solo lei: ‘Era la mia mamma, non la vostra!’”. Lui le ha risposto: “No, mamma. Era anche la nostra mamma”.       

 

Zerocalcare
Scheletri
Bao publishing, 288 pp., 21 euro

 

Zero tutte le mattine dice alla madre, fiera e speranzosa, che va all’università, invece sale sulla metro e non scende più, si fa tutto il viaggio da capolinea a capolinea, con i pensieri di terrore e con lo spirito di Noam Chomsky, quando non era imbarazzante, che lo accompagna, a forma di genio della lampada, “il copilota della vita mia”. Calcare, la fermata è questa, non scendiamo?, chiede e richiede Chomsky sempre più disperato.  No, aridaje, te lo dico: sei un mezzo accollo. Era il 2002 e nessuno ti giudicava o chiamava la polizia se facevi capolinea-capolinea. Zerocalcare poteva diventare “L’avversario” di Carrère, invece è diventato la voce di tutti, anche di quelli che proprio non immaginerebbe mai. Ha mescolato tutti i generi, si è preso tutta la libertà, non smette di entusiasmare e di trovare la parola giusta, la faccia giusta, la storia assurda: il dito mozzato trovato davanti alla porta di casa, con Zerocalcare che racconta che gli è successo veramente ma non era la porta di casa, era il vetro della macchina, ma probabilmente era un dito che si trovava lì per caso, dentro un cartoccetto. 
In questa ultima graphic novel c’è il thriller efferato, ma sempre alleggerito dalla voce di Calcare, che è più forte di tutto. 
“(Tipo che continuo a pensà che un pestaggio sia più onesto di una gogna pubblica in tanti casi). (Poi dipende) (Se ti rompono i denti, no). (Soggettivo però)”.

 

Donatella Di Pietrantonio
Borgo sud
Einaudi, 160 pp., 18 euro

  

Il seguito dell’Arminuta, appena inserito da Elena Ferrante nei quaranta libri di scrittrici disponibili in lingua inglese, ma anche un romanzo tutto intero e solitario, da cui cominciare: due sorelle, diventate grandi, che continuano a scappare e a ritornare nel borgo d’Abruzzo che le ha fatte crescere esposte alla fatica e alla violenza di una madre che preferisce i morti ai vivi, perché con loro forse sa trovare le parole, o perché con loro non servono parole e carezze che nessuno le ha insegnato a dare.
 Adriana è imprevedibile, istintiva, vitalissima mentre sua sorella si aggrappa disperatamente alla possibilità di una quiete. “Mia sorella è spericolata, non conosce le misure, è tutt’uno con il mondo”.  Hanno bisogno l’una dell’altra, e sanno tutto l’una dell’altra, condividono persino il ricordo di una maledizione, ma soprattutto la fuga e l’attrazione viscerale per le origini, per la casa con la madre muta e rabbiosa che pulisce i peperoni. Partono per non partire davvero. Hanno due amori, che assomigliano alle loro ferite e che sono infinitamente meno importanti del loro legame di sorelle. 
La scrittura di Donatella Di Pietrantonio è limpida, libera, audace. Non nasconde niente, non addolcisce niente. La dolcezza la prova però chi legge e sente la verità di quel groviglio che non si può sciogliere. Ci si può perdonare, a mezza bocca come i saluti del padre, si può accettare di avere Borgo Sud nelle vene.

   

Edna O’Brien
Ragazza
Einaudi Stile Libero, traduzione di Giovanna Granato, 190 pp., 17 euro

 

Quanto è coraggiosa Edna O’Brien, impetuosa nel vivere per raccontare. Coraggiosa non perché è stata a lungo in Nigeria per questo romanzo a cui ha lavorato per tre anni, ma perché ha voluto affrontare il male nella letteratura attraverso il male fatto da Boko Haram alle ragazze rapite a scuola, in Nigeria.  E non soltanto da Boko Haram. Ha  scelto una vita di ragazza, e le ha tolto ogni alleato, ogni cosa bella. “Si erano presi il meglio”.  Sul camion che le porta chissà dove nella foresta, una bambina sogna sua madre, si risveglia  e urla il suo nome e piange. Queste ragazze, che prima erano ragazze e ora non lo sono più, che vengono fatte stendere su un tavolo per essere sverginate, una dopo l’altra, e che sono costrette a guardare quel che i miliziani, sempre più infervorati e esultanti, fanno alle altre, hanno ricevuto indietro la  dignità e il coraggio e anche l’innocenza, grazie a questo splendido romanzo che rivela ogni atroce ingiustizia, ogni feroce superstizione e che trasforma l’orrore in letteratura senza dimenticarsi mai della compassione.  Maryam fugge dalla foresta con la sua bambina in braccio, Babby, dopo mesi o dopo anni di prigionia: è stata una schiava, è stata brutalizzata, ha visto solo il buio che divora le stelle. Non è morta. Ma ora la sua famiglia, sua madre,  è un altro rapimento, è una minaccia. Perché Maryam non è più  pura e  ha lo stigma. Sua figlia ha “il sangue cattivo”. E’ questo il male, e allora leggere Edna O’Brien è una salvezza. 

 

Emanuele Trevi
Due vite
Neri Pozza, 144 pp., 12 euro

   

Due vite è il racconto di due scrittori scomparsi troppo giovani: Rocco Carbone e Pia Pera. Due grandi amici di Trevi, che li racconta e riflette sul tempo passato con loro, su quello passato poi senza di loro, sui caratteri difficili, il senso di sconfitta e l’euforia di certe notti romane. Sul dolore per  averli persi, per le volte in cui ci si era distratti quando ancora c’erano, e sul tentativo di tenerli vicini anche se il tempo  cerca di allontanarli.
Un libro che finge di essere un’opera minore, come una divagazione necessaria; e che invece è uno dei più limpidi di Emanuele Trevi nel cercare di raccontarsi e raccontare cos’è la letteratura: la messa in scena davanti agli altri di qualcosa di molto personale, di cui agli altri in realtà non dovrebbe importare; e che invece coinvolge in un senso dell’esistenza che non riguarda più nessuno in particolare, e fa dimenticare da quale miccia è stata accesa, di quali persone reali si racconta. “Quanto ad esser felici, questo è / il terribilmente difficile, estenuante”, dice Cristina Campo citata in esergo. Due vite forse si disinteressa della felicità, ma dà semplicemente la sensazione, leggendolo, di stare in mezzo al mondo, di farne parte. Altrimenti perché, chi non ha conosciuto Rocco Carbone e Pia Pera, dovrebbe leggerlo? Perché dall’intimità e dal dolore possono nascere dei personaggi bellissimi, che insieme all’autore sembrano realmente esistiti, anche se sono realmente esistiti.

 

Patrizia Cavalli
Vita meravigliosa
Einaudi, collezione di poesia, 128 pp., 11 euro

 

Patrizia Cavalli è tornata, in versi, carnale e ironica, intatta, ostinata, pigra, acuta, con la noncuranza soltanto apparente di chi ama troppo la vita e i giorni, ma non vuol dar loro eccessiva soddisfazione. 
“Ma basta insomma vieni cosa aspetti,
menti pure se vuoi, che me ne importa?
Mi basta che tu appaia alla mia porta
e con la voce scura sillabata
mi dica ancora quell’unica parola
che esiste solo quando è pronunciata”.
Questa raccolta contiene tutto quello che di Patrizia Cavalli più si ama, la libertà di raccontare di sé e degli altri, di prendere in giro tutti, di vendicarsi, di innalzarsi fino al cielo e poi scendere a precipizio sopra una tovaglia o un bicchierino, o una sciarpa rosa ardente. C’è la  poesia per Elsa Morante, e il desiderio sempre confessato di trovarsi ogni volta nel paradiso delle più amate, e c’è la celebrazione della vita e degli oggetti. Vita meravigliosa con l’ironia di chi la guarda, l’abbraccia, la schifa, si annoia, ritorna, si strugge, festeggia. Non perde mai il ritmo, non perde mai il sogno, la paura della morte, la voglia di andare fuori a cena.

  

Nadia Terranova
Non sono mai stata via. Vita in esilio di Maria Zambrano
rueBallu edizioni, illustrazioni di Pia Valentinis, 80 pp.,18 euro 

  

Una grande filosofa del Novecento, e una mistica. Convinta che il mondo non avrebbe potuto fare altro che “vivere pensando”. E pensando con l’anima. Nadia Terranova  offre la storia e il pensiero di Maria Zambrano ai ragazzi e a chiunque voglia immergersi nella storia di questa bambina spagnola, figlia di due maestri, che non potrà tornare in Spagna per cinquant’anni, e che cominciò presto a “disnascere”, come scriveva lei stessa: cioè a disfarsi dell’origine, della nascita, a esercitare la memoria, il ricordo e il sogno. Maria Zambrano mangia poco e pensa troppo, si nutre di pensieri febbrili e, scrive Nadia Terranova, “vuole indossare la vita”. Attraversa il franchismo, l’esilio, la guerra, il nazismo. E la fragilità del corpo, la malattia e la morte delle persone più amate. Maria Zambrano rifugge la mondanità degli intellettuali parigini e gira il mondo in esilio, non isolata  ma solitaria. Ama Roma e i suoi gatti (arriverà ad averne venticinque tutti insieme), in ogni luogo incontra un albero. E in  ogni luogo è la Spagna l’elemento centrale della sua vita, il mondo da salvare da cui non si è mai davvero allontanata. Grazie anche alle magnifiche illustrazioni, questo libro entra in contatto con grande delicatezza con il misticismo e con la misericordia che nascono dall’immensità del dolore. Con la libertà anticonformista e ostinata, ma con dolcezza, di una donna che ha coltivato la sua esistenza a partire dall’interiorità e dall’invisibilità.

 

  

Naoise Dolan
Tempi eccitanti
Blu Atlantide, traduzione di Claudia Durastanti, 295 pp., 16,50 euro 

  

Avolte Edith mi veniva incontro dopo il lavoro alla stazione lì vicino. A quel punto mi era permesso toccarla. Potevamo stare in piedi su una scala mobile e potevo tenderle la mano e sfiorarla con le dita. Volevo che le persone sapessero che stavamo insieme, ma solo quelle che non ci avrebbero fatto male per questo. Volevo spiegarlo a Edith: che tenere Julian per mano era come reggere il pass per un museo, e tenere per mano lei era come reggere una bomba a mano”. Anche questo libro, romanzo di esordio di Naoise Dolan, nata a Dublino ventotto anni fa, è una bomba a mano sulle ipocrisie delle relazioni. Su quel che non si dice, che non si riesce a dire, sull’ambizione e sulla paura. Naoise Dolan diverte, colpisce, scappa via, consola e poi colpisce di nuovo. Da leggere mentre si è arrabbiati e incompresi, da regalare a chi si arrabbia e si sente incompreso,  per riderne e per ammirare il talento nel raccontare la paura di rivelarsi  alle persone amate. Anche per provare l’ebbrezza della verità, una volta nella vita. “Miles mi ha chiesto cosa stessi combinando e non ho saputo rispondere perché negli ultimi tempi ero stata sempre con Edith. Non mi importava che Miles lo sapesse, ma se gli avessi raccontato di Edith, poi Julian avrebbe potuto scoprirlo. Se avesse scoperto di Edith, magari Edith avrebbe scoperto di lui. E poi avrebbe voluto sapere perché avevo mentito. ‘Mento a tutti su tutto’ probabilmente non l’avrebbe soddisfatta, come risposta”. 

  

Margaret Atwood
Esercizi di potere
Poeti Nottetempo, traduzione di Silvia Bre, 150 pp., 12 euro

 

Al ristorante discutiamo
su chi di noi pagherà il tuo funerale

sebbene la reale questione sia
se io ti renderò sì o no immortale
Al momento solo io 
lo posso fare e così
alzo la forchetta magica 
sul piatto di riso fritto al manzo 
e l’affondo nel tuo cuore.


Power Politics, è il titolo originale di questa raccolta, uscita in Canada per la prima volta nel 1971. Il potere che si esercita dentro l’amore, o il sesso, o l’odio, o l’incontro, fra un uomo e una donna. Il potere del mistero dell’intelligenza tra due corpi. Il potere dell’ironia di Margaret Atwood, che immagina di lasciarsi prendere per mano e di ritrovarsi in un film brutto che va per le lunghe, “e come mai sono affascinata”. Poesie indispensabili per chiunque sia affascinato dalle relazioni, anche per la preziosissima dichiarazione d’amore: “Ti amo a scomparti e quando funzioni”. 

 

Virginia Woolf
Momenti di essere, scritti autobiografici
Ponte alle Grazie, a cura di Liliana Rampello, traduz. di Adriana Bottini, 290 pp, 18 euro 

 

Scrive Liliana Rampello nell’introduzione a queste pagine fondamentali che Virginia Woolf, in una lettera all’amica Ethel Smyth del 1940, le racconta che “non c’è mai stata l’autobiografia di una donna”. C’è bisogno di più introspezione, di più intimità, più vita sessuale ma sa che quando a scrivere è una donna ci sono due ostacoli concreti: castità e modestia. Le tremende ali dell’“Angelo del focolare”, il fantasma che ogni donna deve uccidere per poter scrivere. 
   Questa non è un’autobiografia, ma una memoria intima scritta nell’arco di  più di vent’anni, che insegue il passato  ma  è affascinata dal futuro e mostra la vitalità e l’intelligenza profondissima e brillante  di una scrittrice che vedeva il suo cervello come una serie di “stanze illuminate”. Virginia Woolf riflette sulla capacità di ricevere scosse emotive, che fanno di lei una scrittrice, e ogni persona che scrive dovrebbe leggere quelle pagine. Ma poiché è anche una persona molto divertente, ecco la più bella confessione sullo snobismo e sulla fascinazione per le vecchie dame che potrete mai trovare. “La conclusione sembra dunque che io sono non soltanto una snob da blasoni; ma anche una snob da salotti pieni di luci; una snob da festini del bel mondo. Basta un gruppo qualunque di persone, purché ben vestite e socialmente sfavillanti e a me sconosciute, e il trucco è fatto; si leva quello zampillo di polvere d’oro che obnubila la verità dei fatti”.  

 

Nicola Lagioia
La città dei vivi
Einaudi, 460 pp., 22 euro

 

In un giorno qualsiasi al Colosseo, sulla mano della cassiera che sta facendo i biglietti d’ingresso ai turisti cadono gocce di sangue. Non è l’inizio di un horror, ma è l’arrivo del Male nella città di Roma, sfiancata dalla decadenza. E annuncia uno dei delitti terribili di questi anni, quello di Luca Varani, devastato da due coetanei in preda a un gorgo di follia. Ma Nicola Lagioia non va alla ricerca dei colpevoli (quelli ci sono), ma di qualcosa di inafferrabile e grandioso: i motivi del Male, come compare dentro di noi, e quanto lo sfioriamo. Con una precisione e una passione narrativa ammirevoli e inquietanti per la capacità di fronteggiare le verità più efferate e inafferrabili, con una scrittura che dà a chi legge la forza di affrontare l’assenza di speranza, Lagioia racconta e si racconta mentre è ossessionato da questa storia. La potenza del libro sta nella colonna vertebrale del romanzo documentario: cercare di capire, rassegnarsi a non capire tutto, e uscirne con la consapevolezza che non si arriva fino in fondo a tutto, perché è impossibile. I romanzi spesso sono belli perché, al contrario della cronaca, hanno la capacità di rassegnarsi, di trarre insegnamento e senso dell’umanità anche dall’incomprensione. Il Male, alla fine di queste pagine che tirano dentro senza lasciare spazio al respiro,  non può essere sconfitto come nelle serie tv, ma rimane per le strade, nelle case, nelle follie improvvise. Rimane a disposizione, ancora, per essere raccontato anche dopo.

 

 

 

 

 

 

Di più su questi argomenti:
  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.