La materia del tempo

Simonetta Sciandivasci

Il Noli me tangere, l'odio senza odiatori, le sardine, la festa dei cinquanta, le parole dopo il Novecento, l'ambiguo e la paura che ci fa l'irresolutezza. Conversazione con Giorgio Vasta

Non siamo mai stati tanto tristi come il 12 marzo. Lo ha calcolato l’Università del Vermont, servendosi dell’Hedonometer, un calcolatore che si serve dell’intelligenza artificiale per desumere quanto felici o infelici sono gli esseri umani dai Tweet che scrivono (non tutti: soltanto il dieci per cento). Me lo racconta Giorgio Vasta quando gli chiedo cosa lo rende felice, e ci metto un po’ a capire se sia una premessa o una risposta, perché mi dice soltanto dopo che il 12 marzo di quest’anno ha compiuto cinquant’anni, e aveva organizzato una festa, per la prima volta da chissà quanto, una festa grande, per il tempo, la tappa, la casa nuova con un tavolo in affitto per festeggiare meglio, posare le birre, le torte, i bicchieri.

Naturalmente è andato tutto all’aria. Il tavolo lo ha restituito poche settimane fa, il compleanno non ha più senso: passata la festa gabbato lo santo, come si dice. Giorgio Vasta è lo scrittore al quale ho pensato più spesso durante la quarantena, per via di un suo libro su un viaggio nei deserti americani, “Absolutely Nothing – Storie e sparizioni nei deserti americani” (Quodlibet) dove scrive: “A far risaltare il deserto sono i tentativi di contraddirlo”; “Il tempo si rompe, la linearità si perde, il ricordo si mescola all’oblio, la ricostruzione all’invenzione, il prima e il dopo si fanno relativi e davanti agli occhi c’è solo la vitalità selvatica di ciò che si sparpaglia”; “la realtà dei fatti corrisponde allo sfacelo”. Ciascuna di queste frasi dice qualcosa che intuivamo tutti, quando guardavamo la vita dalle nostre finestre e vedevamo il pianeta prendere il sopravvento sul mondo, le bestie sulle cose, la natura sull’artificio, e ci sembrava tutto post umano. Il mondo era diventato un deserto, e sopravanzava, e noi non potevamo salvarlo dalla sabbia.

  

Tutto quel dirci che stavamo pagando il conto della nostra tracotanza non è servito a niente. Niente sembra essere servito a niente, né all’atto pratico (ieri Macron ha detto che non esclude un secondo lockdown), né a darci una nuova coscienza, una nuova misura.

Forse perché abbiamo usato così tanto la parola cambiamento, mentre sempre, e anche stavolta, la gran parte delle azioni che le comunità compiono sono conservative e cercano di fare in modo che il cambiamento sia soltanto retorica del cambiamento e quindi sia evocato, descritto, auspicato, e resti, però, fittizio. Avevamo appena iniziato a intuire di trovarci davanti a una occasione irripetibile di confronto con le cose ultime, con un fatto davvero escatologico, quando abbiamo messo da parte questa intuizione e siamo passati a rinchiudere il fenomeno dentro griglie ingiuste, persino offensive verso ciò che è successo, dimenticandolo, quasi irridendolo. Anche qualora si risolvesse tutto, come è giusto augurarsi, e se si riuscisse a mantenere un livello sanitario che garantisca la salute di tutti, resterà qualcosa che ha a che fare con l’umano ed è lì che dobbiamo tornare a guardare, non più per lasciarci dire che l’uomo è prevaricatore e aggredisce il pianeta e lo sfigura, ma per scoprire e ritrovare la coscienza improvvisa del fatto che c’è dappertutto la morte biologica e, prima ancora della morte biologica, c’è il suo pensiero. Che è un pensiero per l’altro.

  

Una preoccupazione per l’altro?

Così come è stato individuato il paziente zero, la prima vittima, prima o poi si arriverà all’ultima vittima del covid, non l’ultima in assoluto ma l’ultima del conteggio iniziato al principio della pandemia. Quest’ultima vittima non abbiamo idea di chi sia, potrebbe essere ognuno di noi, qualcuno che ora non è positivo e del quale sin da ora dobbiamo prenderci cura senza sapere chi sia, prendendo tutte le precauzioni che avevamo cominciato a lasciar perdere, per stanchezza o spavalderia o troppo ottimismo. È come quando all’incrocio, di notte, il semaforo diventa rosso e potresti attraversare perché non c’è nessuno, ma è proprio per questo che non devi farlo: devi avere rispetto per qualcuno che non conosci e potrebbe arrivare, e devi augurarti che qualcun altro abbia questo scrupolo nei tuoi confronti. Per me il fatto centrale e cruciale di quello che è accaduto e sta accadendo è questa relazione tra ignoti, la prova pratica che il prossimo è qualcuno di cui non sai nulla e non ti è affine: questo mi sarebbe piaciuto che venisse più raccontato, indagato, meditato.

  

Il prossimo mi pare sia diventato (tornato a essere) molto presto il soggetto da riprendere, incolpare, odiare. Il soggetto agente di cui più parliamo è sempre l’hater, l’odiatore.

Quando su Youtube leggo nella colonna dei commenti gli scontri titanici sotto un video di Christian, un cantante calciatore, e vedo che una figura come questa crea conflitti violenti più di risse, capisco che succede qualcosa nel momento in cui ti siedi e digiti sul tuo telefono. Non appena lo fai, semplifichi ogni cosa. È come se non sopportassi di stare dentro l’ambiguità e l’irrisolvibile: temendo che conoscerlo ti faccia recepire come irresoluto, allora sei drastico, determinato e concedi la tua dose di insulti al primo che ti capita, scordandotene immediatamente dopo. Perché questo fatto è per me, a modo suo, meraviglioso dell’odio in rete: esiste l’odio senza l’odiatore, o un odiatore rapidissimo che non sa un attimo dopo di aver odiato e che dimentica l’oggetto della sua ira dopo pochissimo.

 

Ha notato che sono sempre personaggi innocui a scatenare le indignazioni più feroci? Nessuno furoreggia contro Lukashenko, che è già un meme, mentre un comico può pagare una battuta con ore e ore di insulti, talvolta fino a rischiare di perdere il lavoro.

Coloro che sono dichiaratamente orribili penso che non vadano odiati ma radicalmente analizzati, e che vadano assunte ed esplorate le retoriche espressive attraverso le quali generano immaginari. Le porto due esempi. Una battuta che sta in “Morte di un matematico napoletano”, quando il personaggio protagonista Renato Cacioppoli si rivolge ai suoi studenti e dice anche i nazisti coltivavano gerani sui loro balconi: è l’oggetto delle narrazioni, ovvero non il ribadire l’insofferenza o l’odio nei confronti del nazista ed eventualmente la tenerezza nei confronti dei fiori, ma collegare due elementi all’apparenza inconciliabili. E due, un film intervista che avevo visto anni fa dove parlava l’ultima segretaria di Hitler e raccontava come era stata assunta e come aveva trascorso mesi nel bunker, a 18 anni, e prendeva le distanze da quanto accaduto e sosteneva di non aver capito nulla di quanto capitava fino alla fine della guerra. Ecco, quando questa donna ormai anziana raccontava la morte di Hitler, il veleno dato al pastore tedesco e i suicidi dei gerarchi, scoppiava a piangere: lì tu spettatore andavi in crisi, eri in imbarazzo, in difficoltà perché ti trovavi davanti a una contraddizione, davanti al chiaroscuro strutturale dell’umano.

  

Nell’addomesticamento degli animali non vede la stessa incapacità di accettare quel chiaroscuro?

L’animale in sé è traumatico, scioccante, misterioso: è impossibile finire di scandagliarlo ma anche iniziare. Lo sguardo di Balthazar filmato da Bresson nel suo film (ndr Balthazar è l’asino posseduto dal protagonista di “Au Hasard Balthazar”, film del 1966 di Robert Bresson) è ogni volta chiarificatore: non c’è modo di avvicinarsi alla convessità nera e lucida dello sguardo dell’asino. Gli animali confezionati a misura di social vengono depotenziati, viene sottratto loro un elemento perturbante e vengono umiliati, ridotti a uno stato decorativo. Ci inteneriscono, impietosiscono, ci illudono che in quel fenomeno non ci sia qualcosa di impressionante, irrisolvibile o che, se c’è, noi possiamo dominarlo fino a confinarlo e, infine, espellerlo.

  

Gli animali che si riprendevano la città che effetto le hanno fatto?

Trovavo quelle immagini spesso stucchevoli, la confezione del racconto mi sembrava ingenua e allo stesso tempo afflitta da una specie di senso di colpa meccanico per il quale l’antropizzazione è una cosa brutta, e noi da esseri umani siamo soprattutto sottrattori di spazio. Come se esistesse uno stato di natura perfetto e incorrotto del quale ci siamo ricordati e che andrebbe in tutti i modi ripristinato. È stata una delle molte forme di racconto di questo periodo che mi hanno lasciato e mi lasciano perplesso, se pure sono consapevole del fatto che sono state inevitabili, ma mi sono sembrate una specie di ininterrotto spot, tanto che qualcuno a un certo punto ha selezionato e antologizzato le pubblicità, specie quelle delle multinazionali, analizzandole da un punto di vista retorico e accorgendosi che di fatto usavano tutte la stessa chiave, lo stesso formulario. Il pronome noi era diventato centrale e il verbo più pronunciato è stato ripartire.

  

Anche a resistere non è andata male.

Già. La fissazione della resistenza. Non penso di essere stato l’unico, in questi mesi, a essere stato visitato da un impulso altrettanto umano e per nulla nichilista al desistere, tutte le volte, e sono state tante, che mi sono reso conto che ciò attraverso cui ho organizzato gli ultimi anni, fissandone la centralità, era procrastinabile. Desistere non è una forma di pessimismo o codardia: può diventare sguardo sul mondo. Capisco l’impulso a ritornare, ripartire, ma dovremmo mantenere un minimo di attenzione e cura verso il turbamento vissuto, senza liquidarlo come fosse stato un errore nel sistema.

  

E la mancanza del corpo l’ha sentita, la sente?

Ad aprile mi son messo a guardare i quadri che, nel corso dei secoli, hanno rappresentato il Noli Me Tangere, il momento in cui Cristo, nel Vangelo di Giovanni, dopo la resurrezione, dice a Maria Maddalena di non toccarlo. Il ritrarsi del Messia è stato messo in scena con qualità differenti dai diversi artisti, ed è interessantissimo andare a guardare quelle immagini in cui si ritrae e sembra essere infastidito, o quelle altre in cui è più concessivo o incuriosito. Lo spazio tra i corpi nel Noli me tangere ha una centralità che emergeva dagli sguardi al di sopra delle mascherine, era un bisogno umano sistematicamente frustrato perché considerato inaccettabile. I due fatti significativi del periodo che ha preceduto la pandemia sono stati le sardine, che fondano sé stesse proprio a partire dalla riduzione al minimo dello spazio tra i corpi e anzi l’annullamento dello spazio tra i corpi, e la movida. I locali sui Navigli definiscono il proprio successo a partire dal fatto che non c’è spazio tra i clienti. Eppure da tempo i corpi desideravano ritrarsi, e quelle due esperienze sono per ora impensabili, non proponibili. 

  

Cosa sono le parole?

Un’approssimazione raffinatissima, la tecnologia espressiva più raffinata che abbiamo escogitato nel tempo.

  

Sono sufficienti a descrivere la realtà?

Fino alla seconda metà dell’Ottocento ci sono sguardi potenti sul mondo, penso a Balzac e Hugo, ai quali corrisponde un pensiero e una esperienza della lingua in un certo senso altrettanto tetragoni, potenti. Il Novecento invece comincia coi modernisti, con Kafka, Woolf, coloro per i quali raccontare non è un fatto immediato ma mediato da una coscienza continua delle parole e del fatto che sono convenzioni, quindi approssimano. I modernisti conoscono già una specie di imbarazzo nei confronti del linguaggio stesso che poi trova alcune sue sintesi in quel testo bellissimo del 1902 che è davvero come se facesse cominciare il Novecento: la lettera di Lord Chandos di Hugo Von Hofmannsthal che in quindici pagine immagina uno scrittore venticinquenne che scrive una lettera a Francesco Bacone, il suo mentore, e gli racconta le ragioni per cui si dimette dalla scrittura: lo fa perché per lui le parole sono diventate una per una dei vortici all’interno dei quali sprofonda. Quando si approfondisce il rapporto con il linguaggio si comincia a guardare sotto la superficie di vetro sulla quale camminiamo, attraverso le trasparenze, e il passaggio successivo è quello in cui il vetro non è più tale, si liquefa, e così è nel linguaggio che fai naufragio, sprofondi, e lì hai un senso di eccitazione, sgomento, disperazione perché le parole non tornano, non collimano, ed è sempre più grande lo spazio che c’è tra le forme che pensi e la lingua che hai a disposizione per dirle. È strano come un’esperienza letteraria estrema sia quella in cui il linguaggio ti sembra di perderlo irreparabilmente invece che quella in cui ti sembra di domarlo e tenerlo sotto controllo.

  

Cosa la rende felice?

Eh.

  

Può anche dirmi niente, ma ci pensi bene. Sospiri quanto vuole. Non ho fretta.

Non so se sia una risposta esatta a una domanda sulla felicità, forse lo è a una domanda su uno stato di eccitazione ed euforia che magari contiene anche la felicità, ma comunque: quei momenti in cui ho l’impressione di scorgere dei nessi, dei collegamenti. Ecco, questo dovrebbe indurre a pensare che uno tragga euforia e felicità dall’intelligenza, dal legare le cose, se non fosse però che a dare compiutezza e compimento a questa esperienza è l’oblio che immediatamente subentra: intuisci qualcosa che però un attimo dopo scompare, è uno sfavillio, produce un bagliore ma non dura. Deve strutturalmente e immediatamente consumarsi e quindi a quel punto a te sembra di aver intravisto qualcosa, ma non è patrimonio, non è qualcosa che dura e puoi conservare. È fisiologico che nel momento in cui affiora, sia dissipato. E lì io provo una specie di strana, forse autolesionista contentezza: anziché esser dispiaciuto per il fatto di non riuscire a trattenere, avverto un senso di liberazione. Liberarsi di quello che comprendi, non in modo aggressivo, non gettandolo via: è come se fosse quello che proprio dà compimento e forma all’intuizione, a quell’istante di felicità.

  

Non è il movimento proprio della vita, del tempo della vita? Appena l’afferri, si consuma.

È la constatazione che non è possibile altro e non è detto con amarezza ma con la sensazione di avere appena capito che il tempo, nella sua manifestazione più autentica e profonda, coincide con il suo sperpero. Prendere e perdere sono due parole che condividono un bel po’ di lettere. Nel gioco del fazzoletto, la tragedia non si dà nel momento in cui il tuo avversario ti afferra, ma in quello in cui non ci riesce. La tragedia dello stare al mondo non si dà quando l’altro ti prende o ti cattura, ma quando non lo fa, perché non essere presi è la cosa più terribile che possa succedere. Nel gioco del nascondino il problema non è essere trovati, ma la possibilità che nessuno venga a cercarti.

Di più su questi argomenti: