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Artemisia Gentileschi e Agostino Tassi. Ovvero la scrofa e il cinghiale

Lei, che si disonora per mezza Roma. Lui, canaglia lussuriosa, buona solo a maneggiare donne e pennelli. Storia di una violenza 

8 Luglio 2020 alle 15:27

Artemisia Gentileschi e Agostino Tassi. Ovvero la scrofa e il cinghiale

Artemisia Gentileschi

E’ una scrofa, Artemisia. Se la fa con detto “Geronimo”, ovvero Girolamo Modenese. Se lo chiama in casa quando Orazio Gentileschi, il padre, l’artista conosciuto in tutta Roma, non c’è. Tutti gli sguardi, tutti i sorrisi, tutte le finte giocate per strada tra lei e Geronimo si sciolgono, infine, al riparo delle mura domestiche.

 

Tuzia Candela, inquilina di casa Gentileschi, scelta apposta da Orazio e fatta accomodare al piano di sopra – col proprio marito e i propri figli – nella speranza di controllarle Artemisia, a questa, invece, fa i favoretti. Ne asseconda i pruriti dei diciotto anni. Tuzia, insomma, non potendo mangiare la carne del vizio – negatagli ormai dall’età matura, madre di figli qual è – sugge il brodino del danno agevolando i commerci dei due giovani. Quando c’è via libera, dà il segnale.

 

Tutto questo Agostino Tassi, il pittore, lo sa. Lo viene a sapere. Cosimo Quorli, compare di appalti e di taverna, ne parla con la sufficienza che merita una puttanella. Dice di lei che si dà a tutti. E racconta, infatti, della ragazza dalle poppe ardite, dai fianchi alti e dalla lingua abile, di cui ogni angiporto, a Ripetta, fa leggenda. E lo stesso Orazio, nelle sue confidenze agli intimi, ne dà conferma con la sua stessa disperazione: “Quella ragazza disonora il nome dei Gentileschi in tutta Roma”.

 

Agostino, Orazio e Cosimo sono amici. Quest’ultimo assegna le chiese e i palazzi dove lavorare e i due artisti vi prestano la propria opera. I tre appartengono alla comunità dei toscani trapiantati a Roma. E’ un terzetto, il loro, generato dal caso, e non dal campanile. Più che la nascita, infatti, è la comunanza di utilità ad accomunarli. E se le preoccupazioni di uno diventano crucci degli altri, dei dolori privati di Orazio, invece – inguaiato con una figlia come quella – Agostino e Cosimo ne fanno burletta. Come due goliardi – uno, proprio un lenone, l’altro, uno smargiasso – agli affanni di un anziano padre rivolgono solo doglianze di facciata, pretesti d’allegria, doppiezze obbligate a beneficio della malizia, dunque. E Cosimo, infatti, lascia intendere ad Agostino l’inaudito: di essere il padre di Artemisia.

  


Giuditta che decapita Oloferne, di Artemisia Gentileschi (1620 circa)


 

Quorli, il potente furiere del Papa Clemente VIII, scandalizza un poco Agostino. Scruta Artemisia, ne fa il nome con un tono di allusione e confessa di volersene prendere, adesso – visto l’uso che fa di sé, l’essere lei così di tutti – tutto il divertimento nell’incesto. Facendola cosa propria per una doppia ragione. Come genitore naturale e come amante.

 

Agostino che s’indigna poco, ma proprio poco, fa cenno con la mano come a cacciare lontano da sé un moscone molesto per poi accogliere con una grassa risata il ragionamento con cui Cosimo disinnesca il minimo accenno di riprovazione: “E come credi che abbia procreato Lot?”.

 

Ed ecco Agostino Buonamici detto il Tassi.

  

E’ un cinghiale, Agostino. La lussuria lo rende sfrontato. Non è proprio roseo per essere un maiale ed è, infatti, scuro, barbuto, vigoroso. Non è bello, ma accende le femmine. Ha dita di farfalla nella sua meticolosità pittorica. E così nelle manovre sui capezzoli delle donne, tante, che soggioga a sé strapazzandole – tutte – o è altrettanto: puntiglioso.

 

Ed è ispido, Agostino. Tagliente se non di zanne al muso, lo è certo di pugnale. E’ il 13 marzo del 1599 – notte fonda – quando lo sbirrame pontificio se lo beve e lo trascina nelle segrete di Corte Savella. E’ colto in flagrante sulle sponde del Tevere. Ha appena sfondato di pugni il setto nasale, la mandibola e l’arcata dentaria di Lurbizia, una puttana dell’Ortaccio di Ripetta. Poco male però: non l’ha ancora affettata. La pesta di calci e le urla addosso: “Bugiaronaccia poltrona puttana de Dio te voglio tirare una pignatta di merda sul mostaccio. Fatti fottere dal boia. E ho in culo te con quanti n’hai!”. Così si legge nel rapporto di polizia allegato agli atti del processo ad Agostino Tassi, pittore.

 

Il giovanotto – nato a Roma, al Borgo, cresciuto in Toscana, tornato da poco nella Città Santa – viene prelevato e trascinato davanti alla giustizia per avere contravvenuto a un preciso divieto: l’uso delle armi. Non ha la carta d’autorizzazione col sigillo del Papa, non è un gentiluomo cui è concesso circolare con la spada al fianco. E’ nei guai. Può averne da non uscirne più da Corte Savella.

 

Come tutti gli artisti e i dannati presenti nella città che si qualifica come Dono della Provvidenza e della Carità, Agostino si fa largo al modo dei criminali. E lo è, nei fatti. Roma è la città piena di bestie e mostri intabarrati e lui ha lasciato la Toscana inseguito da condanne e da storiacce sul suo conto che lo qualificano per com’è riconosciuto nel quartiere romano delle botteghe d’arte: lo Smargiasso.

  

Papa Innocenzo X, che lo avrà in gran considerazione in tema d’arte, dirà di lui: “Giammai mi ha deluso. L’ho sempre considerato una canaglia. E sempre me ne ha dato conferma”.

 

Non è nuovo alle carceri, Agostino, e così il libro personale dei guai suoi con la giustizia – un brogliaccio di tanti fogli – aggiunge una nuova pagina. Al reato di porto d’armi va a sommarsi tutto il resto, perfino risibile, di quella notte: ridurre in fin di vita la cortigiana che, nello scoccare l’ora dell’Ave Maria – nel segnale del coprifuoco imposto al meretricio – si era rifiutata a lui.

 

Pietrangelo Buttafuoco è autore del libro "La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi, pittore", Skira Editore

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

Nato a Catania – originario di Leonforte e di Nissoria – è di Agira. Scrive per Il Foglio.

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