Una scena del film “Lord of the Flies”, del 1990, uno degli adattamenti cinematografici del romanzo di William Golding del 1954

L'isola dei naufraghi felici

Mattia Ferraresi

Le lezioni di un naufragio realmente accaduto con una trama opposta all’orrore del “Signore delle mosche”

Rutger Bregman è uno storico e commentatore olandese poco più che trentenne, di sensibilità neosocialista, conosciuto soprattutto per le sue vibranti battaglie per il reddito universale di base, per le tesi sulla settimana lavorativa da quindici ore e per un intervento a gamba tesa durante un panel al World Economic Forum di Davos che gli ha dato un certo status presso la schiera di chi dice di voler cambiare il clima neoliberista. Scrive libri multidisciplinari con una certa ambizione scientifica, nel tentativo non dichiarato, ma chiaramente perseguito, di diventare una specie di Yuval Noah Harari o di Malcolm Gladwell dei mulini a vento. Il desiderio di trarre lezioni universali, validate con rigore scientifico, da vicende particolari è il centro di gravità attorno a cui ruota il genere che Bregman pratica con profitto, ma è anche la sua debolezza e il locus della sua tentazione peggiore, quella di voler a tutti i costi trovare la legge immutabile nell’episodio limitato. O di infilarcela a forza, se questa non vien fuori da sé. Al netto di queste opportune cautele, Bregman racconta storie meravigliose. Da ultimo, ha scritto Humankind, che è Il signore delle mosche al rovescio. E’ cioè un libro che ribalta la tremenda visione della natura umana che emerge dal capolavoro scritto da William Golding nel 1954. Come tanti, Bregman ha letto Il signore delle mosche negli anni dell’adolescenza, e qualunque cosa possa averne pensato in termini letterari, quel che importa è che non ha mai dubitato che gli eventi immaginati dall’autore rappresentassero in modo sostanzialmente veritiero certe direttrici fondamentali della natura umana abbandonata a sé stessa.


Rutger Bregman ha scovato la storia di sei ragazzini che per 15 mesi hanno vissuto pacificamente su un’isola deserta vicino a Tonga


 

Dei ragazzini si trovano su un’isola deserta, lontano dalla civiltà degli adulti che li aveva plasmati ed educati fornendo loro argini morali e cultura. Con il venire meno del contesto scompaiono anche le inibizioni, il primordiale e il demoniaco hanno massima libertà di manovra. Le poche regole che i bambini si danno per tentare di sopravvivere saltano, il fuoco che doveva essere tenuto vivo viene lasciato morire, i volti si dipingono, gli istinti belluini travolgono tutto, spuntano teste di maiale, liti, violenze, omicidi e tutto il resto. Quando vengono ritrovati, i rampolli di buona famiglia sono un branco di selvaggi sopraffatti da istinti primordiali. E sono tre di meno. Il romanzo di Golding è diventato così il manifesto adolescente dell’orrore dell’umano nel suo stato originario, e intere generazioni di lettori si sono dette, affrontando il testo, che tutti, loro stessi compresi, in quella situazione sarebbero regrediti fino a fare emergere quel grumo nero di istinti che in condizioni normali vengono controllati dal super-io, dalla società, dalle convenzioni e così via. I reality del genere survivor, capostipite di tutte le isole dei più o meno famosi, hanno il loro fondamento nell’epopea della bestialità primordiale romanzata da Golding.

 

Bregman è stato pacificamente persuaso che di questa versione della bestialità umana finché qualche anno fa non ha letto della vita di Golding, e ha scoperto che era un uomo profondamente infelice, collerico, incline alla depressione, uno che diceva di avere sempre capito i nazisti perché “sono per natura di quella stessa tipologia”. Ha spiegato che Il signore delle mosche è “in parte il frutto di questa triste autocoscienza”. Il giovane esploratore di idee olandese si è dunque domandato: e se quella descrizione dell’orrore senza freni non fosse stata altro che la proiezione dell’esperienza personale di Golding, l’estensione del suo tragico pessimismo? Se non si trattasse di una condizione universale? Forse il signore delle mosche non è la descrizione dell’uomo, ma semplicemente di un uomo. Bregman ha tentato di trovare risposte dapprima applicando alcuni tratti del metodo scientifico. Con gli strumenti della psicologia e delle scienze sociali ha cercato di capire se un gruppo di ragazzini che venisse a trovarsi in quelle condizioni di isolamento, lontano dalla civiltà, si comporterebbe davvero secondo direttrici simili a quelle descritte dal romanziere inglese. La risposta è stata negativa: le conoscenze sperimentali di psicologia sociale e l’enorme letteratura scientifica sulle interazioni fra essere umani in circostanze di estrema necessità o pericolo suggeriscono tutt’altra trama. Dei veri ragazzini su una vera isola deserta non avrebbero ricreato il giardino dell’Eden, ma nemmeno avrebbero prodotto l’inferno che Golding aveva nel cuore, ha concluso il giovane ricercatore in uno studio preliminare. Mancava però la prova sperimentale. Così Bregman si è messo a dragare gli archivi dei giornali di mezzo mondo per scoprire se un naufragio, una deriva o un’altra circostanza sfortunata avesse messo delle persone in condizioni simili a quelle raccontate dallo scrittore. In un blog australiano ha trovato una traccia: “Un giorno, nel 1977, sei ragazzi sono partiti da Tonga in barca per andare a pescare. Sorpresi da una grande tempesta, sono finiti su un’isola deserta. Che cos’hanno fatto? Hanno promesso di non litigare mai”. La pista era promettente, ma la data era sbagliata, quindi dopo una serie di tentativi a vuoto e un felice errore di battitura nell’ennesimo archivio online, l’anti-Golding olandese si è finalmente imbattuto nella storia di Sione Filipe Totau, detto Mano, e degli altri cinque compagni di scuola che un brutto giorno di giugno del 1965 hanno organizzato una spedizione in barca, seguendo il sogno di esplorare, vedere, andarsene. Avevano fra i 16 e i 13 anni e frequentavano una scuola cattolica di Nuku‘alofa, la capitale di Tonga. Hanno “preso in prestito” la barchetta di un pescatore che non stava simpatico a nessuno, ormeggiata nel molo locale, e hanno fatto vela verso chissà dove. Forse le Fiji erano l’obiettivo, ma i due caschi di banane e la manciata di noci di cocco che hanno caricato sulla barca non sarebbero stati minimamente sufficienti per un viaggio di almeno 500 miglia nautiche. Inoltre, non avevano mappe né bussola.


Si potrebbe fare della vicenda il simbolo dell’umanità che si redime tornando alla natura. Ma emergono anche altri temi: la fede e la libertà


 

Il primo, fatale errore i ragazzini lo hanno commesso la notte della partenza, quando si sono tutti addormentati: li ha svegliati una tempesta, che ha strappato la vela e riempito d’acqua lo scafo. Per otto giorni sono stati trascinati dalla corrente, spartendosi quel poco di acqua piovana che sono riusciti a raccogliere nei gusci delle noci di cocco, finché non sono arrivati in prossimità dell’isola di ‘Ata, che non è un paradiso incontaminato con sabbia bianca e abbondanti frutti tropicali che crescono a portata di mano, ma un inospitale agglomerato di scogli tuttora disabitato. Quando lo hanno visto, i ragazzi hanno detto insieme una preghiera, e Mano si è gettato in acqua per raggiungere a nuoto la riva. Una volta arrivato era troppo esausto perfino per reggersi in piedi, ma gli altri sono infine riusciti a raggiungerlo. La prima cosa che hanno fatto quando si sono ritrovati sulla terraferma, di nuovo insieme, è stata dire ancora una preghiera “per ringraziare Dio di quello che ci aveva dato”, ha detto Mano ai giornalisti che ora, con l’uscita del libro di Bregman in inglese, lo hanno preso d’assalto.

 

Da lì è iniziato un periodo di isolamento di 15 mesi che per molti versi è l’opposto di quello del signore delle mosche. Dalla ricostruzione meticolosa dello studioso si scopre che i ragazzi non solo non hanno mai lasciato spegnere il fuoco per oltre un anno – l’evento che nel romanzo segna l’inizio della fine – ma hanno condiviso in modo pacifico il cibo, si sono spartiti i compiti, lavorando in coppia, hanno litigato, come capita in tutte le società umane, e si sono perdonati, hanno costruito un minuscolo villaggio con un orto, contenitori per l’acqua piovana, un campo da badminton, un ambiente per gli esercizi fisici; hanno pescato pesci e ucciso uccelli con strumenti di fortuna, bevendo anche il sangue degli animali per superare i periodi di siccità. Hanno scoperto che nell’isola c’era una colonia di galline che da secoli si riproduce indisturbata. Sono riusciti anche a fabbricarsi degli strumenti musicali di fortuna. Un giorno uno di loro, Stephen, è caduto da una scogliera e si è rotto una gamba: i compagni lo hanno soccorso e hanno steccato l’arto fratturato, e hanno fatto il lavoro per lui durante la convalescenza.


I sei studenti fra i 13 e i 16 anni si sono aiutati, si sono perdonati, hanno condiviso il cibo e tenuto vivo il fuoco. Hanno anche fatto palestra


 

Non è stata una lunga vacanza in un resort tropicale, certo, ma nemmeno un anticipo dell’inferno sulla terra. Quando il pescatore ed esploratore australiano Peter Warner si è avvicinato alla costa con la sua barca, notando il fumo provenire da un isolotto senza vita, i ragazzi, nudi e con i capelli lunghi, si sono gettati in acqua e hanno raccontato da lì per sommi capi quello che gli era capitato, ché il capitano era inizialmente diffidente. Una volta tirati a bordo ha avvertito via radio le autorità locali. “E’ un miracolo”, ha detto la voce dall’altro capo della radio, spiegando che le famiglie mesi prima avevano celebrato i funerali dei sei ragazzi scomparsi. Werner li ha riportati nel porto più vicino, e il medico che li ha vistati è rimasto stupido dallo stato di salute e dalla tonicità muscolare dei giovani che avevano passato quindici mesi in un ambiente selvaggio e inospitale. La gamba fratturata di Stephen si era saldata perfettamente.

 

Werner li ha riportati dalle loro famiglie, e il ritorno ha portato nuove vicissitudini che hanno reso ancora più avvincente il racconto. I sei sono stati arrestati poco dopo lo sbarco. Avevano buone ragioni per non avere in simpatia il proprietario della barca che gli avevano sottratto: la prima cosa che ha fatto al ritorno è stato denunciarli per il furto, e i ragazzini sono stati trattenuti al commissariato. A pagare la cauzione è stato lo stesso Werner, che nel frattempo ha offerto i diritti cinematografici per questa storia incredibile a una televisione australiana, incassando un anticipo con cui ha pagato una nuova barca alla vittima del furto. Il re di Tonga ha chiamato Wener, ringraziandolo per avere tratto in salvo sei suoi sudditi: “Cosa posso fare per te”, gli ha domandato. Warner ha chiesto il permesso di pescare aragoste nelle acque in cui aveva trovato i giovani sopravvissuti, e d poter iniziare un piccolo business della pesca. Permesso accordato, naturalmente. A chi si è rivolto il capitano in cerca di membri per il nascente equipaggio? Naturalmente ai ragazzi che ormai lo consideravano come un secondo padre, e ai quali non era passato il desiderio di esplorare e vedere il mondo. Bregman ha voluto raccontare questa “storia di speranza” per rovesciare l’immagine della necessaria lotta bestiale che domina lo stato di natura, e il racconto è un po’ precipitoso nel voler trarre conclusioni universalmente valide trascurando i tratti particolari della vicenda. Il ruolo della fede, ad esempio, molto spesso evocato dai protagonisti come dimensione importante nella loro esperienza di naufraghi, non è che una nota di colore.


L’autore, noto per le sue posizioni radicali, vorrebbe diventare una specie di Yuval Noah Harari, ma il genere va preso con cautela


Forse è anche un tipo di storia che la gente oggi ha voglia di sentire, specialmente chi crede che il mondo si possa davvero cambiare e che questo cambiamento passi in qualche modo da un ritorno a una qualche modifica radicale del patto fra uomo e natura. In questo schema il selvaggio è buono, la civiltà cattiva. Ma in un altro senso, si tratta anche di un inno alla libertà e alla responsabilità delle persone, che non sono esseri determinati dagli istinti, ma soggetti deboli e limitati che tuttavia possono sempre decidere di collaborare, perdonare, aiutarsi, sostenersi e fare il bene. La vicenda scovata e raccontata da Bregman non invalida quella del signore delle mosche, non prova alcunché circa lo stato di natura e i comportamenti degli esseri umani in circostanze così estreme, ma testimonia che la storia di Golding non è l’unica possibile. E’ una delle versioni della vicenda umana, che è abitata dalla libertà e dalla responsabilità, non soltanto dalla necessità.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.