Addio Flavio Bucci, attore più credibile della verità

Eugenio Murrali

Da Ligabue alle collaborazioni con Sordi e Sorrentino. Aveva un volto e una vita irregolari, un talento contro il quale sembrava che la sua stessa esistenza di uomo si ribellasse

Flavio Bucci era un attore più credibile della verità. Aveva un volto e una vita irregolari che attraversavano ogni parete e ogni schermo, un talento sommo contro il quale sembrava che la sua stessa esistenza di uomo si ribellasse. Ed era la sua una ribellione a ogni inquadramento, una precipitazione continua negli abissi dei personaggi, maschere che finivano per collimare perfettamente con la verticalità della sua anima, del suo tormento. Nel 1971 aveva preso parte al film di Elio Petri “La classe operaia va in paradiso” e solo due anni dopo era già protagonista di un altro film del regista e suo maestro: “La proprietà non è più un furto”.

 

 

 

Già a quell’altezza era un attore non bisognoso di appiglio, artificio o trucco. Le sue interpretazioni (da ricordare anche il suo don Bastiano nel “Marchese del Grillo” al fianco di Alberto Sordi e il Franco Evangelisti interpretato nel “Divo” di Paolo Sorrentino ndr) fanno venire in mente termini del lessico teologico: trasfigurazione, incarnazione. Nel 1977 arriva “Ligabue”, lo sceneggiato televisivo diretto da Salvatore Nocita. Chi lo ha visto lo ricorda ancora e alcuni giovani lo vanno a cercare nei siti Rai per conoscerlo: basterebbe questo per capire la portata di quella discesa nella follia geniale e multiforme del pittore naïf. Bucci ne aveva compreso lo sguardo interiore. “Credo che con Ligabue Flavio abbia sfiorato la perfezione. Aveva un’immedesimazione quasi totale. Quando lo vedevo muoversi nelle riprese, parlare, sentivo quest’adesione: lo amava molto”, ricorda Pamela Villoresi, oggi direttrice del Teatro Biondo di Palermo e allora sul set con Bucci. “Non era facile, perché era un personaggio molto doloroso, isolato, mentre Flavio era un uomo socievole, allegro”, continua l’attrice che paragona Bucci a un’espressionista, capace di tinte e segni forti, “ma questo non vuol dire che non avesse misura”. 

 

“Mi scusi sono sfasato, per me era un amico oltre che un collega di lavoro”, ci dice Marco Mattolini suo regista a teatro in tanti spettacoli. “Saremmo dovuti ripartire tra pochi giorni per la nostra tournée”. Bucci stava portando in scena uno spettacolo autobiografico dal titolo significativo: “E pensare che ero partito così bene”. L’attore e Mattolini raccontavano sia gli anni dei grandi successi, sia quelli più tristi, e per lui era un modo di riprendere il suo rapporto con la scena. L’attore offriva al pubblico alcuni suoi cavalli di battaglia, si lasciava intervistare da Mattolini e spiegava le ragioni per cui era uscito dal giro per un periodo, sia a causa di una malattia, sia per “le conseguenze di certe cattive abitudini di cui era schiavo”.

 

Quando Mattolini gli chiedeva perché continuasse a fumare, cosa che tra l’altro faceva impazzire i pompieri presenti in molti teatri, rispondeva che di qualcosa doveva pur morire e sul passato, su certi periodi in cui non aveva amato molto se stesso e il suo talento, stendeva un laconico: “È andata così”. In scena interpretava brani di “Diario di un pazzo” di Gogol, recitato per vent’anni di seguito nel corso della sua carriera, “Riccardo III” di Shakespeare, “Dialogo tra un passeggero e un venditore di almanacchi” di Giacomo Leopardi, che lui adorava, e una scena da “Uno, Nessuno e Centomila” di Pirandello, spettacolo andato in tournée per tre anni: un trionfo.

 

Mariangela D’Abbraccio, in scena con lui in quell’occasione, ricorda “un pubblico che lo amava moltissimo, perché era un attore differente”. E forse è parte delle contraddizioni di questo mirabile attore aver abbandonato un successo che invece non lo avrebbe lasciato. “Era un uomo affascinate —spiega la D’Abbraccio —, con un volto particolare e una bella complessione fisica. Era un artista non convenzionale, dal talento incredibile, e ho ricordi della sua personalità complessa anche al di fuori del teatro. Ora mi torna in mente un’immagine di lui. Ero a Positano, a casa della mia amica costumista Raimonda Gaetani e mi ricordo che da lì lo vedevo attraversare il mare con la sua barca e il suo senso di libertà”. Per Mattolini il pubblico lo amava e lo ama ancora, anche fuori dal palco: “Dopo lo spettacolo andavamo al ristorante e lì faceva un altro spettacolo, con gli avventori. Anche chi non è appassionato di teatro lo ricorda per i suoi grandi sceneggiati: certo ‘Ligabue’, ma anche ‘Don Luigi Sturzo’. E con il pubblico giovane ha avuto un ottimo rapporto, perché era divertente, vitale, e loro lo adoravano”. C’è meno talento nel mondo senza la sua vita piena di tragedia, di commedia, di farsa trascendentale. “È andata così”.