Matzneff e il peccato estinto

Giuliano Ferrara

Gabriel, Vanessa e l’altra prescrizione. Chi voglia mettere sotto processo le idee di sesso, infanzia, individuo, “sofferenza per principio” prima e dopo la rivoluzione chiami gli storici. Bibliografia ragionata delle idee

Non devo difendere in giudizio Gabriel Matzneff, ma saprei come farlo assolvere dall’accusa di pedocriminalità, aggressione sessuale ai danni di minori. Secondo la dizione corrente, è questo che si rimprovera allo scrittore, 84 anni, sia nel processo mediatico-culturale e morale sia nel processo di polizia ai primi passi. L’indagine parte non già dall’accertamento del crimine, inutile perché per intero squadernato in quarant’anni e più di diari, confessioni, saggi e racconti firmati da Matzneff e pubblicati, ma dalla ricerca delle vittime e dalla loro denuncia sollecitata dalle autorità. Mi appellerei per l’assoluzione alla formula “perché il fatto non costituisce reato” e, in via secondaria ma non per importanza, chiederei l’estinzione del reato per avvenuta prescrizione secolare, scattata a partire dal 1789. Non chiamerei a testimoniare intellettuali e scrittori molto noti e influenti che hanno praticato e fiancheggiato nei decenni inclinazioni pedofile in nome del libero amore o dell’amore libertino, plaudendo serenamente alla statura di scrittore dell’imputato e ammirandone il profilo personale trasgressivo, ché sono anime troppo belle per battaglie di tipo volterriano in cui la ragione deve sporcarsi con il rischio dell’onorabilità sociale perduta, di un potere culturale insidiato. Si rifiuterebbero di parlare, salvo rare eccezioni, o mentirebbero sull’imputato e su loro stessi, salvo rari esempi di lealtà verso il vero. Chiamerei piuttosto quegli storici e giuristi e esperti dalla reputazione scientifica solida che hanno studiato con spassionata oggettività storica la legge, i costumi, il corpo, la virilità, le emozioni, la pedofilia, lo stupro, la mentalità sociale, le relazioni di giustizia dell’intimo, e li farei accompagnare da Ariane Chemin, la straordinaria giornalista del Monde che ha raccolto le loro opinioni adattandole perfettamente al caso Matzneff (Le Monde datato 1 febbraio 2020, due articoli intitolati “Pedofilia. Nascita di un intollerabile contemporaneo” e “Prima della Rivoluzione lo stupro apparteneva all’universo della lussuria”).

 

Seduttivo, fascinoso, trasgressivo, lussurioso, edonistico, virile e pedagogico, Matzneff ha chiamato i suoi “amori decomposti”

Andiamo con ordine. Il fatto non costituisce reato di pedocriminalità perché Matzneff non ha mai aggredito un minore. Sedotto da corpi giovanissimi, anche prepubescenti, si è fatto seduttore per guadagnarsi attraverso il peccato, nel piacere reciproco non violento e anzi dolcemente intimo, qualche volta travolgente, il paradiso. E per condividerlo nell’amore innocente con le sue vittime “prima della caduta”, facendosi papà, mamma, tutore, maestro, badante e ispiratore estetico e filosofico delle sue amanti e dei suoi amanti di età minore, rappresentandoli come protagonisti di una vita come letteratura e di una letteratura come vita, raccontando tutto, ma proprio tutto, dell’esperienza intima: con eleganza, lirismo, sapienza classica, con compiacimento a volte ridondante, ripetitività, talvolta noia. 

 

Quelli di Matzneff sono, come reca il titolo di un volume dei suoi diari, “amori decomposti” (“Mes amours décomposés”), nel significato ambiguo di amori analizzati nei loro elementi primi, ma anche alterati, spezzettati, putrefatti, corrotti nella rottura di un ordine codificato. Oggi giornalisti-pornografi li leggono e citano come teatro di una sessualità oscena e fuorilegge. In realtà e in finzione si mischiano, con qualche attrito, rimorso, pentimento e nuovo tuffo nella condizione peccatrice, a una vita ordinaria, elegante, brillante, solitaria ma anche mondana, privata e pubblica, disperatamente credente, nel suo e nel loro mondo, il mondo delle vittime e delle loro famiglie. Che è il mondo familiare urbano com’è: aborti, divorzi, anticoncezionali, adulteri, paternità che si dissolvono, maternità comprensibilmente occupate dalle fatiche dell’emancipazione più che dai doverismi dell’educazione e della morale eccetera. In tutto questo Matzneff è il lato seduttivo, fascinoso, trasgressivo, lussurioso, edonistico, allegro e serio, emozionale e cocente, virile e pedagogico, dell’amore carnale e di tutte le risorse di coscienza e di cultura che accompagnano relazioni autentiche e rivendicate tra un adulto e minori, per quanto queste siano estranee alla nostra comune corrente mentalità.

 

Voi direte che l’avvocato immaginario sbaglia, perché non parte, secondo quanto prescrive il diritto contemporaneo, dall’integrità della persona violata, per principio e indipendentemente dal consenso nel caso di un minore, e dalla sua sofferenza. La grande avvocata e militante femminista e gauchista Gisèle Halimi, che conobbi e ammirai nella mia prima giovinezza, condusse un processo che fece epoca per un caso di stupro del 1974. Due ragazze erano state violate a Marsiglia, poi processate a partire nel 1978 in modo indecente, nell’indifferenza per il criterio della loro sofferenza e della violazione dell’intimità libera della persona, era stato chiesto conto alle vittime perfino della loro sessualità lesbica, argomento estraneo ovviamente al processo per stupro, e la polizia invece che di stupro aveva puntato sulla sola circostanza di “colpi e ferite”, un caso di violenza generica. Gisèle Halimi condusse il processo a una sentenza del 1980 che portò alla ridefinizione più precisa, nel senso oggi unanimemente accettato, dello stupro come reato contro la persona, e la sofferenza delle vittime fu testimoniata e compresa infine, sulla base dell’atroce testimonianza di una madre, come “morte psichica”.

 

Ariane Chemin sul Monde ha raccolto opinioni adattandole al caso Matzneff: pedefilia, lussuria e un “intollerabile contemporaneo”

Il libro che ha incastrato Matzneff e rischia di imporgli la morte sociale e psichica si chiama “Consentement”, è stato scritto da Vanessa Springora, ex amante quattordicenne dello scrittore e dandy, finora l’unica testimonianza d’accusa a suo carico, a parte il come sempre dettagliato e intenso resoconto diaristico dello scrittore su questo grande amore, che ancora oggi non rinnega, e sulla disperazione per la sua fine per decisione di lei. Lasciamo da parte per un momento il testo del libro. Nella sostanza parla di una “emprise” da Vanessa subita in quella relazione di un paio d’anni. “Emprise” vuol dire dominazione intellettuale o morale o anche ascendente di qualcuno su qualcun altro. Anche rispettando e dando per buona l’odierna ribellione verso il suo lontano passato, si può notare in Vanessa Springora, che in Matzneff amava lo scrittore e la letteratura regina dei suoi sogni adolescenziali e poi maturi, che ha fatto una brillante carriera nell’editoria parigina, che è sposata con figli, si può notare per le sue stesse dichiarazioni pubbliche, che hanno accompagnato l’uscita del bestseller, una inclinazione: ferire a morte un uomo che si è intensamente amato e che forse obliquamente si ama ancora, un amante che da idolo cui si dedicano lettere d’amore febbrili e assolute si trasforma nel tempo in orco, dal quale ci si considera delusi e come catalogati e dimenticati nella sua pratica diaristica di seduttore seriale e libertino, Narciso tra i Narcisi con le molte altre come era stato Narciso con lei. E si può pensare alla malattia sociale forse più diffusa in Francia e a Parigi, altro che pedofilia, la competitività letteraria. Dice la Springora che ha voluto “intrappolare in un libro” colui che la intrappolò in un amore letterario destinato ai suoi, di libri, ai suoi diari, e che lo spunto per mettersi a scrivere le è venuto dalla rabbia per il conferimento al suo ex amante del premio Renaudot nel 2013. Divenuta capo di una casa editrice, è uscita ai primi di gennaio con un libro che denuncia il suo amante d’un tempo come un seduttore che esercitava un ascendente improprio o una dominazione intellettuale e morale abusiva su lei che era una minore. Ma questo contesto esula dal dibattimento, cari lettori, cari giudici, e dalla materia di una vera giustizia. Qui l’unica cosa che conta è: Matzneff ha aggredito sessualmente Vanessa o no, le ha usato una qualche forma di violenza, ha violato la sua integrità personale imponendole sofferenza e, Dio ne guardi, morte psichica, l’ha ricattata promuovendo o ostacolando la sua carriera letteraria e editoriale? E la risposta è: no.

 

Springora che ha voluto “intrappolare in un libro” colui che la intrappolò in un amore letterario. Lo spunto le è venuto dalla rabbia

La sofferenza fisica e psichica “per principio”, a norma di legge, come dettato del nostro uso contemporaneo e del nostro sentire in relazione a amori proibiti tra adulti e adolescenti, è un fatto codificato nel reato di pedocriminalità, come conseguenza del reato stesso, ed è la base del caso Matzneff-Springora. Ma può esistere nella vita e nella logica una “sofferenza per principio”, come quella fissata nel diritto eguale e universale e separata dal caso particolare? Non credo che esprimerei un giudizio offensivo su una vittima di pedocriminalità se affermassi che Vanessa Springora si è emancipata senza traumi dal suo amato orco, è maturata psicologicamente e culturalmente in una famiglia che non le dava quanto aveva cercato per sua stessa volontà – all’epoca chiara – nell’amore con Gabriel, padre sostitutivo, ha messo su una comunità di vita con figli e partner, ha percorso i gradi di una magnifica carriera letteraria fino a dirigere una maison editoriale parigina e, colmo dei colmi, è diventata scrittrice di successo rivangando il passato con il suo amante precoce, rileggendolo, e esponendo l’amore d’antan alla condanna sociale ai tempi del #MeToo. La sofferenza psichica a norma di legge, per principio, è il presupposto per la configurazione di un reato penale a danno di un minore, il cui consenso all’amore non è psichiatricamente giustificabile, ma non dà conto della realtà e non spiega l’incerto profilo di un uomo che risulta l’ibrido impossibile tra un violentatore psichico e un amante ricambiato che educa e inizia alla vita una liceale. Ora, quando si tratti di celebrare un testimone d’accusa, con la sua versione letteraria che “intrappola in un libro” l’accusato, e dannare per sempre un essere umano alla luce della requisitoria, penso che la realtà laicamente e lealmente ricostruita in un dibattimento, presa nei suoi particolari concreti e nel suo significato generale, debba prevalere sull’astrattezza giuridica di una “sofferenza per principio”, di una vittimizzazione a norma di legge.

 

Se non si decida che “il fatto non costituisce reato”, anche in relazione al nostro comune sentimento di che cosa sia una vita buona e ordinaria, fondata sulle inibizioni del desiderio e di molto altro, scatta la prescrizione storica secolare di cui dicevo all’inizio. Non invoco qui la prescrizione giuridica, la circostanza che l’accusato ha 84 anni e che i presunti reati di cui si discute sono stati compiuti decenni or sono, parlo di storia. Anche la storia ha un suo peso nella valutazione di ciò che è umano. Qui la faccenda è in fondo semplice. Le due pagine del Monde curate da Ariane Chemin, menzionate prima, raccolgono osservazioni puntuali e illuminanti di numerosi conoscitori della materia storica di cui è fatta la strada che porta alla definizione contemporanea di pedofilia e pedocriminalità.

 

Matzneff appartiene per intero a un mondo scomparso, estinto, prescritto. Vive nel mondo prerivoluzionario, pre-1789

Antoine Garapon è magistrato, segretario dell’Istituto di alti studi sulla giustizia, e brillante saggista che ha scritto cose decisive sull’evoluzione del diritto in epoca moderna (con Denis Salas nel 2006 ha pubblicato “Le nuove streghe di Salem”, e sono suoi tra gli altri i volumi “La République pénalisée” e “La justice des mineurs: évolution d’un modèle”). Anne-Claude Ambroise-Rendu è una storica che ha licenziato sei anni fa una completa “Storia della pedofilia”. Jean-Noël Luc è uno storico che ha scritto de “L’Invention du jeune enfant au XIX siècle”. La femminista Laurie Boussaguet, ricercatrice a Sciences Po, e la storica Sylvie Chaperon hanno trattato della dominazione maschile e del patriarcato in relazione all’età minore. Lo storico Georges Vigarello è autore di “Storia dello stupro. XVI-XX secolo”, un libro del 1998. L’insieme delle osservazioni di queste autorità intellettuali e scientifiche, persone serie prive di tendenziosità, porta la Chemin a dire in conclusione che “la condanna contemporanea della pedofilia nasce da molteplici rivoluzioni dello sguardo, del potere e della sensibilità”. Queste rivoluzioni sono. Primo: la nascita della giustizia dell’intimo. Piano piano, a partire dalla formula usata dall’abate Sieyès nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (“Ciascuno è il solo proprietario della propria persona e questa proprietà è inalienabile”), si fa strada l’idea, codificata nel codice penale del 1791, poi parzialmente rinnegata, poi ripresa, poi perfezionata in alcuni casi solo di recente, che la violenza di stupro appartenga ai “reati e attentati contro le persone”, mentre nell’Ancien Régime si trattava di lussuria, attentato alla morale pubblica e al pudore. Secondo. La democrazia inventa la compassione e la pietà per esseri in cui l’individuo democratico vede il proprio simile, e sono sentimenti sostanzialmente estranei alla società gerarchizzata di prima della Rivoluzione. Terzo. Il minore cambia di statuto, l’infanzia è un’età a parte, bisognosa di protezione della legge e dello stato, concetto estraneo a epoche in cui, come scriveva il grande storico Philippe Ariès, i bambini sono confusi con gli adulti, entrano “nella grande comunità degli uomini” appena svezzati, a sette anni. Si cita un famoso e a suo modo famigerato brano di Montaigne, XVI secolo, in cui l’autore non ricorda bene se ha perso “due o tre” bebè, “con rimpianto ma senza farne una tragedia”. Quarto. L’eguaglianza uomo-donna consacra per la donna e per l’infanzia un perimetro della vulnerabilità potenzialmente offesa dalla dominazione maschile o adulta, alla stessa stregua (e il #MeToo della pedofilia va in questa direzione). Quinto. Si fa largo la comprensione del traumatismo, perché c’è stata un’epoca in cui “nessuno credeva che un reato sessuale potesse durevolmente turbare l’equilibrio di un minore”, e solo nella seconda metà dell’Ottocento un medico parigino, Auguste-Ambroise Tardieu, scrive: “Lo stupro, che offende i sentimenti più intimi almeno quanto ferisce il corpo, determina spesso un turbamento morale”.

 

E’ chiaro da questo quadro che nella vasta e complicata materia della pedofilia come comportamento psichiatricamente malato e della pedocriminalità, cose alle quali – ripeto – l’imputato Matzneff è completamente estraneo, esistono due mondi, due epoche, due dimensioni della realtà storica in opposizione. Matzneff, con le sue due effe e il titolo di conte, con la sua origine russa bianca, con la sua religione ortodossa praticata intensamente e liturgicamente da una vita (e la chiesa ortodossa lo considera un suo figlio peccatore), con le sue abitudini e i suoi capricci, con il suo casanovismo settecentesco impenitente e penitente, con la sua vita e la sua letteratura, con le sue idee politiche e le sue bizze ideologiche a volte disordinate ma tenaci (spirito antimoderno, disprezzo dell’egualitarismo massificato, antiamericanismo, antioccidentalismo, anticolonialismo, estraneità alla democrazia, visione tragica e superindividualistica della vita), con il suo trasversalismo senza principi fissi da Mélenchon a Mitterrand a Jean-Marie Le Pen, con la sua infantile innocenza della confessione perpetua, ecco, Matzneff appartiene per intero a un mondo scomparso, estinto, prescritto. Questo che propongo non è l’assurdo ragionamento per cui, siccome il pèdophile, come lui preferisce definirsi, vive nel mondo prerivoluzionario, pre-1789, e non sa che farsene dei diritti dell’uomo, può violarli impunemente. No, certo. Riaffermato che i suoi amori proibiti non li hanno violati, se non nel letteralismo del diritto per come è evoluto nel contemporaneo, questa che invoco è una prescrizione storica secolare, come ho detto prima, che deriva da un’attenuante che pure del diritto ordinario, anche di oggi, è parte: Matzneff è “incapace di intendere e di volere” questo nostro mondo. Ed è tutto, per ora.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.