Umorismo divino

Nicola Baroni

Il riso è radicato nella condizione umana e Gesù è un uomo. Problemi teologici e filosofici. Un libro

"A cosa giocano Gesù Bambino e Giovanni Battista? A testa o croce”. Lascia stare i santi, direbbe qualcuno. Ma che dire se a scherzarci è un uomo di chiesa come padre Luciano Larivera. Frati barzellettieri, scherzi da prete? “No, l’umorismo è un dono dello spirito”, rivendica il direttore del centro culturale Veritas di Trieste. I più risentiti nell’alto dei cieli non dovrebbero essere Cristo e il Battista (che avranno un occhio di riguardo per un gesuita), ma quei santi e teologi che nei secoli, estremizzando il discredito aristotelico per la commedia, hanno considerato il riso un tratto negativo della personalità, come sant’Agostino, o addirittura diabolico, come san Giovanni Crisostomo (“Il demonio dirige dappertutto questo triste concerto”). Troppo disarmonico il suo manifestarsi, spaventosa la deformazione che imprime al volto. Rabelais coniò per gli avversari del riso il termine di “agelasti”. Dall’altra parte ci sono gli “apoftegmi” pieni di facezie dei Padri del deserto del IV secolo, i santi dal senso dell’umorismo persino macabro, come san Lorenzo, che a chi lo mise sulla graticola urlò: “Da questa parte sono già cotto, giratemi”; i santi gioiosi come san Francesco di Sales, per cui “un santo triste è un triste santo”. O le tradizioni carnevalesche del Medioevo, in cui scolari e religiosi celebravano vere feste dei folli, anche all’interno delle chiese, parodiando l’ufficio religioso.

 

David Le Breton nel suo ultimo libro Ridere (Raffaello Cortina) traccia l’antropologia dell’homo ridens, non trascurando il riso nelle religioni. “Al contrario del sorriso, considerato emanazione dell’anima, con il riso irrompe il corpo”, spiega Le Breton. “Il cristianesimo ha sempre vissuto un’ambivalenza rispetto al corpo e ai suoi desideri incontrollabili; e il riso appunto sgorga come sorgente incontrollata, sorprendendo la persona che ride. A ciò si aggiunga l’ambiguità linguistica del latino, che fonde in un’unica parola il riso gioioso e di scherno”.

 

Nel XIII secolo teologi e studenti dell’Università di Parigi discutevano senza fine sul riso di Cristo. Gli agelasti avevano dalla loro un argomento forte: Gesù non ride mai. “Non lo vediamo ridere nei Vangeli, ma è impossibile non l’abbia mai fatto”, dice Le Breton. “Il riso è radicato nella condizione umana e Gesù è un uomo. Le sue parole sono cariche di senso dell’umorismo e ironia”. E’ su questa argomentazione che hanno insistito i teologi meno corrucciati. Dal rimprovero contro chi guarda la pagliuzza nell’occhio altrui avendo una trave nel proprio, all’avvertimento che gli ultimi saranno i primi e agli umili sono rivelate più cose che ai sapienti, il messaggio di Gesù sembra intriso di senso dell’umorismo.

 

Stupisce che il cristianesimo, pur disponendo di un Dio incarnato, abbia potuto sospettare della sua capacità di ridere; mentre l’ebraismo non teme di farsi beffe di Dio stesso. “Il popolo d’Israele ha sviluppato un forte senso dell’umorismo anche a causa di tutto ciò che ha subito: come meccanismo di difesa psicologica intelligente quindi, ma anche come forma di espressività e vitalità”, dice padre Larivera. “E’ fondamentale distinguere tra umorismo, ironia e sarcasmo. Il primo credo sia per un cristiano connaturato a Dio a livello filosofico: l’umorismo in senso pieno fa riferimento all’uso dell’intelligenza e alla capacità verbale, e Dio si è fatto parola, carne, ed è intelligenza suprema. Ironia e sarcasmo invece aggrediscono l’oggetto preso in giro, non sempre lo amano. Non per questo sono negativi, anzi: Dio e Gesù li usano spesso. Ma sono strumenti, che si possono usare positivamente come correzione, o negativamente come arma”.

 

Rispetto allo humor il fedele corre due rischi: il primo è quello di perderlo e diventare fanatico. “Il fanatismo è una forma di chiusura al mondo, opposta all’apertura che anche fisicamente è il riso”, spiega Le Breton. “Un fanatico può ridere sarcasticamente o sadicamente, ma non ha senso dell’umorismo, che implica la capacità di non prendersi troppo sul serio. Crede di poter difendere Dio meglio di quanto sappia fare Egli stesso. E’ dissolto nella propria fede e non è mai in grado di riderne. Fai ridere un fanatico e smetterà di esserlo”. Il secondo rischio è quello di prendere lo humor troppo sul serio. “Vista la capacità di sintesi e l’importanza della categoria dell’umorismo oggi, la tentazione per molti è quella di volervi ricondurre tutta l’esperienza umana, ma questa riguarda anche chi non ha senso umorismo”, afferma Larivera. “Una persona non può essere giudicata sulla base di esso, che è un dono connesso all’intelligenza. Anche i bambini del resto ridono, non per senso dell’umorismo”.

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