Fotografie di una freak

Maurizio Fiorino

Diane Arbus riesce a essere in tutte le sue immagini, senza comparire mai. Il contrario di Instagram

L’altro giorno, primo pomeriggio, oziavo su Instagram. Scrollando sulla home, tra una vignetta del New Yorker e i mille e più post dedicati a Jennifer Lopez e al suo Jungle Dress di Versace diciannove anni dopo, mi sono soffermato sulla fotografia di un amico di vecchia data, che qui chiamerò Angelo, in vacanza a Mykonos. Alla soglia dei quaranta Angelo è diventato biondo e s’è fatto togliere le rughe sia dalla fronte che dagli occhi. Per accompagnare il selfie, ha scritto: “Bel tramonto, ora la notte è mia, sono bionda e pericolosa, attenzione!” seguito dagli hashtag: #temetemi, #valeriamarini e #bacistellari. Sull’isola greca, negli stessi giorni, c’erano anche una coppia di amici, Nicola e Christian, che si prendono e lasciano in continuazione. Loro si sono paparazzati, ovvero hanno poggiato il telefonino su uno scoglio e inserito la modalità autoscatto. Didascalia: “Alla faccia di chi ci vuole male, l’amore vince sempre”, e sullo sfondo un pezzetto di mare azzurro che poteva essere sì la Grecia, ma anche Isola di Capo Rizzuto. Qualche attimo dopo Nicola mi ha mandato lo screenshot di una chiacchierata che aveva appena fatto su Grindr, ovvero l’app per cercare sesso, “con uno che ti somiglia”. Io: “Ma stai su Grindr mentre sei con Christian?”. “Sì, ma non c’è problema, noi siamo così: liberi”. “E lui dov’è?”. “Nuota: libero”. Sull’isola difronte c’era invece Paolo in compagnia del suo ex, Mattia. Paolo mi ha scritto: “Tinos è stupenda, a Mykonos ci vanno tutti, che palle, si sente la musica fin qui”, lui che ha scelto, fra tutte le isole greche (che sono “6.000 unità, delle quali 227 sono abitate”, cito Wikipedia), l’isola di fronte. Io: “Come procede con l’ex?”. “Procede, è sempre su Grindr”. “E il mare?”. Risposta: “Meduse”.

 

I protagonisti dei suoi ritratti li conosciamo più o meno tutti: nani, giganti, gemelle, nudisti, travestiti, deformi

Nulla di nuovo, insomma. Allora ho messo via il telefono e dato un’occhiata alla pila di libri mai neanche aperti che giacciono sul comodino da metà giugno e che sono stati, loro malgrado, protagonisti inconsapevoli di un lungo dibattito tra gli aficionados delle mie stories su Instagram. “Ecco la mia estate: da dove inizio?”. Avevo lanciato il sondaggio qualche settimana fa, e giù una marea di messaggi ai quali ho risposto mandando diversi cuoricini rossi. Poi ho iniziato a sfogliare per l’ennesima volta, non so bene spinto da cosa, la gigantesca monografia di Diane Arbus dal titolo “Revelations”, pubblicata da Random House ormai diversi anni fa. I protagonisti delle sue fotografie li conosciamo più o meno tutti: nani, giganti, gemelle, nudisti, travestiti, deformi e via dicendo. Un curriculum di soggetti umani che nell’arco di una quindicina d’anni la Arbus ha fotografato in maniera ossessiva a più riprese, e che hanno contribuito ad cucirle addosso quel terribile appellativo, “la fotografa degli eccentrici”, che l’ha perseguitata in vita e consacrata in morte.

 

L’altro pomeriggio, tuttavia, arrivato alle ultime pagine del libro ero così turbato da riprendere in mano il telefono e tornare su Instagram. Per la prima volta ho formulato questo pensiero: ho appena visto centinaia di foto scattate da una fotografa, in cui lei non è mai davanti l’obiettivo eppure, caspita!, ho la sensazione di averla vista in ogni singola foto. Di più, in alcune foto ho intravisto me stesso e da qui l’illuminazione: e se gli eccentrici fossimo diventati noi? Troppo semplicistico, ne convengo. Però sono corso subito davanti lo specchio cercando tracce del bambino con la granata di plastica che la Arbus fotografò a Central Park; oppure di Eddie Carmel, il gigante che immortalò a casa coi genitori; o delle celebri sorelline gemelle, tanto carine quanto inquietanti da ispirare Stanley Kubrick il ruolo delle gemelle Grady in “Shining”. Poi ho disinstallato Instagram dal telefonino e ho iniziato a respirare profondamente.

 

La Arbus è stata per la fotografia il punto di rottura tra quello che c’era prima e quello che c’è stato dopo di lei. Le sue immagini non sono foto e basta ma, se si vuole, veri e propri trattati di psicologia, basti pensare a quello che dichiarò candidamente delle tre gemelle fotografate nel New Jersey, nel 1966: “Mi ricordano me stessa”. A contribuire e far crescere il mito ci hanno pensato e ci pensano tuttora le figlie, gelose custodi dello sterminato patrimonio arbusiano. La prima, Amy, è una discreta street photographer e insegna fotografia a New York mentre la seconda, Doon, dopo essere stata per anni l’assistente personale di Richard Avedon, si dedica anima e cuore al real estate di sua madre.

 

Due biografie, nel corso di questi anni, hanno provato a indagare sulla vita disordinata della fotografa. La prima, uscita negli anni Ottanta e tradotta in italiano, la si trova ancora in qualche mercatino dell’usato e l’ha scritta Patricia Bosworth. La seconda, più autorevole ma non tradotta, l’ha invece scritta Arthur Lubow. Dieci anni di lavoro in 750 pagine intitolate semplicemente “Diane Arbus – Portrait of a photographer” che in America, uscita tre anni fa, ha fatto parecchio discutere.

 

E’ stata per la fotografia un punto di rottura. Le sue immagini sono dei veri trattati di psicologia. Due biografie in libreria

Sin da piccola Diane Nemerov, questo il suo vero nome, è una bambina irrequieta. Seconda di tre figli, genitori jewish della classica middle-upper class americana – la sua famiglia era proprietaria dei grandi magazzini Russek’s, un centro commerciale dove le newyorchesi andavano a comprare pellicce e guanti in pelle – la piccola Diane ha un’infanzia come tutte le bambine ricche dell’epoca. Appartamento a Park Avenue prima e a Central Park West poi, tata, maggiordomi, lussi. A tredici anni si innamora di un giovanissimo dipendente di suo padre, a diciotto anni lo sposa. Lui è Allan Arbus, sogna di fare l’attore ma con la giovane moglie condivide la stessa passione, la fotografia. Dopo aver combattuto in Birmania, torna a New York e apre uno studio: lui dietro la macchina fotografica, lei stylist. Iniziano con la fotografia di moda ma sul finire degli anni Cinquanta qualcosa va storto, sono entrambi insoddisfatti. Allan vuole sfondare a Hollywood, Diane ha dentro un terremoto. “Detesto la fotografia di moda perché i vestiti non appartengono alla gente che li indossa. Quando i vestititi appartengono a qualcuno, di quel qualcuno prendono i loro difetti, e sono perfetti” annota sul suo diario. Fu Allan a spronarla a fotografare ciò che la rendeva felice, ovvero i freaks, gli eccentrici.

 

Lei era sempre spettinata, gli occhioni vispi e nevrotici, occhiaie pesanti, piccolissima, eppure amava trascinarsi dietro due macchine fotografiche Mamiya, due flash, qualche volta una Rollei, un tripode, ogni tipo di lente possibile, un misuratore di luce, varie confezioni di rullini: sosteneva che fotografare era un lavoro pesante. C’è una foto molto bella di lei: carica come un mulo, un fiore in bocca. La Rolleiflex fu la macchina fotografica che usò più di tutte. Era una macchina relativamente piccola e compatta da tenere all’altezza del girovita, il mirino era posizionato sulla sommità della macchina. Anche se l’immagine che Diane percepiva al momento dello scatto era rovesciata a lei andava bene ugualmente, anzi era meglio, visto che il fatto di non dover nascondere il viso le dava il vantaggio di poter dialogare col soggetto. “Non sono io a premere l’otturatore della macchina fotografica. E’ l’immagine stessa a farlo. Ed è come essere amabilmente picchiati”, ha detto.

 

Il suo approccio ai soggetti era delicato. Diane dava attenzione a persone che attenzione non ne ricevevano da nessuno, perciò molti di loro ne erano lusingati. Li vedeva per strada o in metropolitana, poi li seguiva. A volte li fotografava il giorno stesso, altre volte passavano mesi, addirittura anni, prima che quei giganti, o nani, o travestiti, diventassero parte della sua famiglia e abbassassero il tipico livello di guardia di chi non si fida di essere fotografato. Diane ascoltava le loro storie, voleva sapere tutto prima di fotografarli. “Se qualcosa non è a posto di fronte a me, non la metto a posto. Mi adatto io” ha lasciato detto, e definiva gli eccentrici come degli aristocratici perché, secondo lei, se le persone normali passavano la loro vita temendo il momento in cui avrebbero avuto un trauma, loro, col loro trauma, ci erano nati.

 

Quello che accadeva durante le sessioni fotografiche è poco chiaro e oggetto di infinite discussioni. E’ risaputo che amava sedurre i suoi soggetti. Il gigante racconta che si propose con molta sfrontatezza, e a lui sembrò strano, essendo alto il triplo di lei. Aveva amanti regolari, sia da sposata che da divorziata, tipo Gay Talese. Ha avuto una relazione sessuale addirittura con suo fratello, il poeta Howard Nemerov, durata tutta la vita. Dormirono insieme fino a qualche mese prima di morire – almeno questo è quello che la sua analista ha raccontato a Lubow (goodbye, segreto professionale). Non ha solo fotografato orge, ma ne ha fatto parte e si fantastica da anni su fotografie sadomaso scattate prima di morire. Lo scrittore della beat generation Norman Mailer, dopo aver posato per lei, fu talmente sconvolto da dire: “Darle una macchina fotografica è come dare una granata accesa a un bambino”.

 

E’ morta suicida nella sua vasca da bagno nel luglio del 1971. Al suo funerale c’erano pochi amici, fra i quali Richard Avedon

In una rara intervista del 1972, la figlia Doon ha provato a definire cosa fosse la fotografia per sua madre. “Era un segreto, e non intendo il processo o il fatto che fosse una fotografa, perché in realtà amava parlarci di quello che faceva, di dov’era andata, di chi fotografava. Ma qualcosa su ciò che accadeva quando era lì, era un segreto. Ha a che fare col modo in cui è cresciuta. Nella sua famiglia vi era un grande senso di ciò che era o non era proibito, e fotografare per lei ha avuto a che fare con l’essere disposti a infrangere quelle proibizioni”.

 

Con la sua macchina fotografica, Diane Arbus (a proposito, il suo nome si legge dì-an e non dà-ian: pare che la fotografa ci tenesse tanto affinché venisse pronunciato correttamente) è riuscita ad arrivare dove nessuno aveva mai osato neanche avvicinarsi. E apriamo una breve parentesi, giusto per capire la potenza delle sue opere in quegli anni: quando espose per la prima volta la fotografia delle due gemelle al MoMa, nel 1965, Yeu-bun Yee, un giovanissimo bibliotecario del museo, era stato incaricato di pulire tutte le mattine le superfici di vetro delle cornici di quella e delle altre due foto della Arbus esposte, quotidianamente ricoperte di sputi.

 

La Arbus è morta suicida nella sua vasca da bagno nel luglio del 1971. Al suo funerale vi erano pochi amici, fra i quali Avedon. “Vado a prendere l’influenza” pare abbia detto a qualche suo vicino del Westbeth, il complesso di artisti dove viveva, prima di chiudersi in casa e uccidersi. E così svanì, lei che aveva avuto poca e nulla celebrità da viva ma ne avrebbe avuta parecchio da morta (no, non è vero che queste-cose-succedono-solo-in-Italia. Succede a tanti geni in tutto il mondo, punto).

 

Fu suo marito Allan Arbus a spronarla a fotografare ciò che la rendeva felice, ovvero i freaks, gli eccentrici. La sua Rolleiflex

Diane Arbus è vissuta nella stessa epoca di Andy Warhol, entrambi profeti di scenari mica tanto diversi. Se il primo ci ha anticipato che in futuro avremmo avuto i nostri quindici minuti di celebrità, lei, carica di macchine fotografiche appese al collo, sembra averci anticipato il futuro del futuro: non fatevi abbagliare da quei quindici minuti di celebrità. E forse, visto come si sono messe le cose, alla soglia d’ingresso di quei quindici minuti avremmo dovuto dire no-grazie (che gran lusso, di questi tempi) e andare nella direzione opposta. Il più grande insegnamento, alla Arbus, glielo diede la sua maestra, anche lei fotografa, Lisette Model. Un giorno le disse: “Più sei specifica, più sarai universale”. E così è stato. Niente fronzoli: il soggetto, un flash sparato addosso, clic e via. Invece che starsene nella Factory, lei metteva le bimbe a letto e si avventurava nei quartieri più pericolosi della città per mostrarci quello che saremmo diventati. Perché vuoi vedere che quegli eccentrici, che per anni abbiamo osservato disgustati e prendendoli un po’ in giro, altro non sono che noi stessi – o quello che ci siamo impegnati a diventare e sì, ce l’abbiamo fatta.

 

Per anni si è fantasticato su un messaggio che avrebbe scritto a Lisette Model prima di morire, e ora è stato svelato anche quello. Si tratta di una cartolina che imbucò nella cassetta della posta e che alla sua amica arrivò dopo la morte. Vi era scritto semplicemente “sii felice”. Forse l’abbiamo fatto passare per pazza, per un’amante del cattivo gusto e del torbido, e chissà se a quest’ora lei, da lassù, ci osserva tutti e ride a crepapelle, anche di me, chiuso in bagno a guardarmi il viso allo specchio, e del mio amico Angelo, bionda-pazza e pronta a tutto, sì proprio a tutto, anche a ballare fino all’alba a Mykonos, #temetemi! E Diane, da lassù, che ci fa ciao-ciao con la mano e ci dice: “Non avevate capito proprio niente di me. Hello, freaks!”. Clic.

Di più su questi argomenti: