Quella lotta tra olismo e individualismo che ossessiona l'occidente postmoderno

Antonio Gurrado

Il saggio di Louis Dumont, “Homo aequalis”, ripercorre due modi diversi di vedere la società. E come si è arrivati, in tempi recenti, a mettere in pericolo un principio cardine: l’eguaglianza

Ma gli italiani sono più francesi o più tedeschi? In tempi di sommarie analisi nazionaliste, che ci contrappongono a queste due identità mischiandole in un tutto indistinto, è un bene che Adelphi mandi in libreria la prima edizione italiana completa del monumentale saggio di Louis Dumont, “Homo aequalis”. La seconda parte del volume (risalente al 1991 e tradotta dalla nostra Marina Valensise) dedica circa trecento pagine alla disamina dell’ideologia francese e di quella tedesca in base alla distinzione fondamentale che l’antropologo e sociologo francese ha tracciato, talvolta orgogliosamente forzandola, fra olismo e individualismo. L’olismo è la caratteristica saliente della società castale indiana, cui Dumont aveva dedicato nel 1966 il saggio gemello, “Homo hierarchicus”: ha per valore supremo la sottomissione alla gerarchia e sancisce il primato dei rapporti fra gli uomini entro un contesto di minore libertà, in cui l’organicità e l’equilibrio della società prevalgono su identità e aspirazioni del singolo. Al contrario, l’individualismo è la caratteristica della società occidentale moderna, che è egualitarista in quanto ignora o subordina i bisogni della società alla spontaneità e alla libertà del singolo, sancendo il primato dei rapporti fra l’uomo e le cose per mezzo della proprietà privata. L’olismo plasma la società attraverso il riferimento a valori specifici mentre l’individualismo afferma dei valori indipendentemente dalla società.

 

Questi estremi, in maniera più blanda, si presentano anche all’interno della cultura europea: Dumont argomenta infatti che un francese si sente uomo per natura e francese per caso, mentre un tedesco si sente uomo perfettamente compiuto solo in quanto tedesco. Basta pensare alla Rivoluzione francese: quando i rivoluzionari dovettero dotarsi di un testo, stesero una “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. Si rifecero a un modello che superasse i confini di un progetto strettamente nazionale e accesero la miccia del cosiddetto contagio rivoluzionario: se gli uomini erano tutti uguali (come, con qualche distinguo, veniva sostenuto da razionalisti e illuministi), allora i valori da perseguire dovevano valere indipendentemente dalla società in cui il caso aveva fatto nascere i singoli individui, che andavano considerati come tali e non come ingranaggi di un ordine complessivo.

 

La storia tedesca, a cominciare dal mito del pangermanesimo, è espressione di una tensione contraria, figlia della sovranità universale di matrice medievale. L’espansionismo, tuttavia, non viene ridotto da Dumont a cascame delle ambizioni imperiali ma viene ascritto a una caratteristica culturale dei tedeschi: ritengono la propria civiltà Kultur per eccellenza, destinata a dominare le altre secondo un progetto che trova una delle proprie più sfacciate espressioni nella missione del dotto patrocinata da Fichte. Così come solo in quanto intellettuali gli intellettuali possono guidare il popolo, così solo in quanto tedesco il popolo tedesco può guidare gli stranieri.

 

E’ nel periodo che va dalla Rivoluzione francese al tramonto di Napoleone che in Germania si sviluppa il mito della Bildung; parola che sarebbe riduttivo tradurre con “istruzione” e che Dumont definisce “introspezione, coscienza culturale individualistica, senso della cura, della formazione, dell’approfondimento e della realizzazione del proprio io”. Come tale, parrebbe espressione di individualismo fino a che non si prende in considerazione quanto scrive Wilhelm von Humboldt, per il quale la Bildung si ottiene “soltanto collegando il nostro io al mondo per l’azione reciproca più generale, più viva e più libera”. In termini più poetici della medesima penna: “Ho colto tutto il mondo che potevo cogliere e l’ho mutato nella mia umanità”, per mezzo della “più alta e più proporzionata formazione delle forze dell’uomo in un tutto”.

 

Così come l’individualismo rivoluzionario è stato decisivo ai fini della costituzione della nostra identità, anche l’olismo della Bildung ha ricoperto un ruolo di pari rilevanza: Humboldt fu il creatore dell’università di Berlino, prototipo di tutte le università moderne dell’occidente, il cui fulcro era la Wissenschaft, ossia un sapere generale, organico e oggettivo che impone allo stato i contenuti dell’istruzione dei cittadini (per la cronaca, Humboldt la limitava a filosofia, matematica, filologia e storia). La Bildung coniuga dunque particolarità e totalità, risolvendo la formazione dell’individuo in un orizzonte di interesse collettivo.

 

Per abbracciare il più vasto contesto di questa distinzione, e i suoi effetti a lungo termine, conviene rifarsi alla prima parte del volume, che era già stata pubblicata (nella traduzione di Guido Viale) da Adelphi nel 1984, a ridosso dell’originale francese. In queste pagine si ritrova forse la spinta profonda dell’evoluzione della politica postmoderna, cosa che Dumont ovviamente non poteva prevedere: il tentativo dell’occidente di superare la propria radicata essenza individualista ed egualitaria introducendo una gerarchizzazione discriminatoria o imponendo alla società un ordine mistico. Non è un’invenzione dei nostri tempi, in verità. Già Hegel aveva cercato di conciliare gli opposti, fondendo l’individuo nell’olismo della società con lo stato etico (teoria volgarizzata, forse inconsapevolmente, dal populismo di destra); e Rousseau, gran nemico dell’amour propre, si proponeva a questo scopo addirittura di “cambiare la natura umana”, ambizione confusamente condivisa dall’attuale populismo progressista.

 

Né sorprende a questa luce che lo spettro agitato dai populisti di vario segno sia quello dell’economia e della sua indipendenza da etica e politica. Fu Adam Smith il primo ad affermare che lo scambio economico potesse essere vantaggioso per entrambe le parti, e Mandeville aggiunse che l’interesse particolare coincideva con l’interesse generale. Giustificabile in un Colbert, invece, la matrice delle odierne teorie sovraniste, brexitare o trumpiane rimonta a quando l’economia era ritenuta un gioco a somma zero, in cui al guadagno di tizio corrispondeva la perdita di caio, e veniva regolata sul principio che il compito di ogni stato fosse accaparrarsi la maggior porzione delle ricchezze presenti al mondo. Una concezione olistica che, come tale, può essere realizzata sacrificando non solo l’individualismo della libera iniziativa ma, nella smania di riaffermare la supremazia dell’interesse della società, anche la principale innovazione che l’individualismo ha portato con sé: l’eguaglianza.

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