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La Sardegna si mette in mostra al Man

Il museo d’Arte di Nuoro ospita mostre temporanee internazionali e permanenti di opere degli artisti sardi del XX secolo

11 Giugno 2019 alle 13:37

Nuoro. Dall’aeroporto di Olbia, già preso d’assalto dagli habitué della Costa Smeralda, ci mettiamo poco più di un’ora per spostarci nella Sardegna Centro-Orientale, tra il verde del paesaggio e il colore grigio e marrone delle rocce su cui spicca un cielo che ha lo stesso colore del mare, ma lì - a quella distanza e altura - diventa subito un ricordo. Arriviamo a Nuoro, a Nùgoro (il suo nome originario che leggiamo su un cartello di benvenuto), “l’Atene sarda”, come è chiamata dai più, una città animata da un vivace fermento culturale sin dall’Ottocento in cui artisti e letterati come Salvatore e Sebastiano Satta, Francesco Ciusa e Grazia Deledda le diedero notorietà in tutta Europa. Passeggiare nel suo centro storico è un’esperienza gradevole e rilassante: il caos non le appartiene e nonostante la bellezza architettonica non sia proprio il suo forte, in quel mix di vicoli stretti ricoperti di ciottoli compaiono - quasi inaspettati - case in pietra, cortili, portici e piazzette, un vero e proprio tuffo nel tempo che a tratti disorienta. Fra i quartieri storici c’è Séuna, dimora di contadini e artigiani, e Santu Pedru, che ospitava pastori e proprietari terrieri. Il museo deleddiano, che è poi la casa natale della scrittrice premio Nobel, le cui spoglie sono nella Chiesa della Solitudine ai piedi dell’Ortobene, il monte dei nuoresi - “l’anima nostra” come lo definì l’autrice di Canne al vento - un patrimonio naturalistico da non perdere dove a circa mille metri d’altitudine si erge la statua del Cristo Redentore. Corso Garibaldi, la vecchia via Majore, è da sempre fulcro della vita sociale nuorese con attività commerciali e caffè storici dove fare sosta può essere una maniera per socializzare, facendosi magari consigliare i ristoranti e le trattorie più caratteristici nascosti tra i vicoli.

 

In uno di questi vicoli, dedicato proprio a Sebastiano Satta, vi comparirà a  sorpresa il Man, il Museo d’Arte di Nuoro che ospita mostre temporanee internazionali e permanenti di opere degli artisti sardi del XX secolo. Aperto nel 1999 all’interno di un edificio degli anni Venti, già sede dell’Istituzione provinciale, ha autonomia gestionale dal 2004 (quando entrò a fare parte di Amaci, l’Associazione nazionale dei musei d’arte contemporanea) e dal 2013 ha avuto il riconoscimento regionale come museo d’eccellenza. Per il ventennale dall’apertura, è inoltre prevista l’apertura di un nuovo complesso espositivo, nato dal recupero di due edifici storici, e la destinazione della sede attuale a dimora della collezione permanente. Quella del MAN – che comprende anche una significativa raccolta di disegni e ceramiche di Salvatore Fancello e l’opera grafica di Giovanni Pintori - è il risultato di un’accurata selezione di opere di artisti sardi dalla fine dell’Ottocento ai nostri giorni. Sono circa seicento le opere presenti, molte delle quali realizzate da autori della storia dell’arte sarda, come Antonio Ballero, Giuseppe Biasi, Francesco Ciusa, Mario Delitala, Carmelo Floris, Maria Lai, Mauro Manca, Costantino Nivola e molti altri.

 

“In due intensi decenni di mostre e progetti artistici, il punto di forza del MAN è stato quello di aver saputo proporre al proprio pubblico un programma espositivo variegato, imprevedibile e sempre mutevole”, spiega al Foglio il direttore artistico Luigi Fassi. Classe 1977, torinese doc, dopo le esperienze di curatore della sezione Present Future di Artissima, di direttore artistico all’ar/ge kunst di Bolzano e al festival steirischer herbst di Graz, è subentrato a Lorenzo Giusti nella direzione dell’istituzione sarda, che a sua volta arrivava dopo gli indimenticabili quattordici anni della direzione di Cristiana Collu, attualmente alla Galleria Nazionale di Roma. “Se l'attenzione alla ricerca artistica contemporanea rimane uno snodo centrale dell'attività dell'istituzione – continua il direttore che per un periodo ha vissuto anche a New York e in Finlandia  - il MAN negli anni ha indagato con attenzione e originalità i percorsi e gli sviluppi dell'arte moderna occidentale”. L'intenzione del museo è infatti accompagnare i visitatori in quella che lui definisce “un viaggio di conoscenza”, volto a far godere al meglio al visitatore quelle continuità che legano tra loro le diverse esperienze artistiche succedutesi nei secoli che hanno scritto la storia dell'arte moderna e contemporanea.

 

A Fassi si deve Allori senza fronde, l’inedita retrospettiva dedicata a Pierre Puvis de Chavannes (Lione 1824 - Parigi 1898), curata assieme allo storico e critico d’arte Alberto Salvadori che si è chiusa lo scorso 9 giugno. Un analisi affascinante, lasciatecelo dire, del laboratorio artistico dell’artista protagonista dell'arte francese tra Otto e Novecento la cui attività ha influenzato con forza lo sviluppo artistico delle generazioni successive, come testimonia la continua ammirazione tributatagli da Paul Cézanne, Paul Gauguin, Vincent Van Gogh, George Seurat ed Henry Matisse. Composta da prestiti provenienti da collezioni private e pubbliche, la mostra presenta, in due piani del museo, una selezione di opere su carta e dipinti di un artista colto che fu costretto ad abbandonare gli studi in ingegneria dopo la morte della madre e una sua personale malattia la cui convalescenza lo portò in Italia dove ritrovò la salute.

 

Quest'esperienza nel Bel Paese, assieme all'incontro con le opere di Giotto e Piero della Francesca, ebbe in lui una profonda impressione, che decise di dedicarsi interamente all'arte dopo il suo ritorno a Parigi nel 1848. Lì iniziò a lavorare negli studi di Henri Scheffer, Eugène Delacroix e Thomas Couture, rifiutando la formazione artistica convenzionale, preferendola alle attività di pittura in solitaria, nel suo studio. La pittura murale arrivò grazie a quel suo particolare interesse per i grandi temi eroici e l'immaginario classico e quell’estetica classica e altamente decorativa che si ritrova nelle sue opere venne da lui perfezionata giorno dopo giorno. Splendide le sue palette di colori dalle tonalità opache e sbiancate, volte ad infondere alle sue figure solidità e carattere; decisi i movimenti e particolari le categorie condivise. “La sua arte – continua Fassi - si muove tra simbolismo e verismo, disegni e olii su tela, schizzi e bozzetti, ed è sempre alla ricerca di un riscatto della dignità umana che affonda le sue radici nella cultura umanistica del Rinascimento italiano”. È proprio a partire da quello straordinario capitolo della storia italiana che si può comprendere al meglio la sua opera e lui stesso come artista. “Il suo è un invito che – leggiamo nel prezioso catalogo che accompagna la mostra - ci invita a guardare al nostro tempo attraverso il filtro della lenta sedimentazione della cultura nei secoli”.

 

Sempre curata da Fassi è poi la mostra “Personnages”, la prima retrospettiva museale, conclusa domenica 9 giugno, dedicata all’artista franco-palestinese Maliheh Afnan (Haifa, 1935 – Londra, 2016). Nata in Palestina da genitori persiani di tradizione religiosa Bahá'í, Afnan ha trascorso un'esistenza diasporica, dalle sponde mediterranee della Palestina e del Libano agli Stati Uniti, dal Kuwait alla Francia e all'Inghilterra. Nelle sue opere si susseguono volti e figure umane che si succedono come fossero dei fantasmi, una maniera che usa l’artista per creare frammenti della propria esperienza nel travagliato percorso degli eventi mediorientali novecenteschi. Un’opera con un volto, una possibile memoria e una storia dimenticata, la dimensione storica ma anche esistenziale del destino umano. In mostra sono inoltre presenti anche due opere degli anni settanta, cartoni soggetti a un processo di combustione che alludono al coevo dramma della Guerra civile in Libano e un’installazione, costruita servendosi di antichi libri Bahá'í, culto religioso fondato da Bahá'u'lláh nel XIX secolo e alveo culturale di appartenenza della famiglia di Afnan. A fine percorso, c’è una vetrina che presenta una selezione di sketch e disegni in piccolo formato, bozzetti da cui emerge un aspetto che percorre sottotraccia tutto il lavoro dell'artista, “la percezione del tragico come indissolubile dalla dimensione dello humour e dell'ironia”, scrive Sussan Babaie, docente di storia dell'arte dell'Iran e dell'Islam presso il Courtauld Institute of Art di Londra, nel catalogo monografico edito da Arkadia di Cagliari.

 

Il MAN  si prepara, poi, ad ospitare – dal 21 giugno prossimo - la prima grande mostra in un museo italiano dedicata a Guido Guidi (Cesena, 1941), uno dei più significativi protagonisti della fotografia italiana del secondo dopoguerra. Guido Guidi – In Sardegna: 1974, 2011, a cura di Irina Zucca Alessandrelli e coprodotta dal MAN in collaborazione con Isre, l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna, presenta 250 fotografie inedite che testimoniano la relazione di Guidi con il territorio sardo, ripreso una prima volta nel 1974 e successivamente nel 2011, anno di una importante committenza da parte dell'ISRE.

 

L’esposizione costituisce a un tempo un racconto antropologico e paesaggistico dei cambiamenti occorsi nell'isola nel corso di quattro decenni e un percorso di ricerca sul medium della fotografia che pone in dialogo immagini in bianco e nero degli anni Settanta e opere a colori degli anni Duemila. Le opere esposte, ristampate dall'artista in occasione della mostra, sono documentate in un catalogo in tre volumi in cofanetto pubblicato da Mack Books, editore londinese di fotografia contemporanea d'autore. Da non perdere, inoltre, la mostra Sweets of Sin - Le dolcezze del peccato dell’artista polacco Miroslaw Balka (1958), a cura di Luigi Fassi, ospitata al Museo del Fiore Sardo di Gavoi da domenica 16 giugno, nell’ambito del Preludio del Festival Letterario Isola delle Storie di Gavoi.

 

“Il progetto espositivo – spiega Fassi - ruota attorno all’opera scultorea 250 x 280 x 120 (Sweets of Sin), realizzata da Balka nel 2004 come omaggio a James Joyce e alla sua celebre opera Ulisse, concepita come riflessione paradossale e umoristica sull’esistenza umana”. L’artista nel corso degli anni si è confrontato più volte con il rivoluzionario scrittore irlandese del XX secolo alla ricerca delle ragioni del reciproco fare artistico e di somiglianze biografiche, come ad esempio una comune matrice culturale  fortemente cattolica. La scultura della fontana di whisky (Sweets of Sin), fonde tra loro con grande capacità evocativa molteplici elementi legati alla storia personale, letteraria e linguistica dello scrittore irlandese: dalla biografia (la passione di Joyce per l'alcool) all’ letterario della sinestesia (l'opera sprigiona un forte odore di whisky che si propaga nello spazio), dalle ore del riposo notturno a letto in una condizione di irrequietezza (il piano orizzontale di gommapiuma bianca) alla minzione dei personaggi di Bloom e Stephen alla fine di Ulisse (il fluire del whisky dalla fontana) e altri passaggi corporei e sessualmente espliciti contenuti nell'Ulisse. “Il whisky – conclude il curatore - è il protagonista della ballata folk irlandese di Finnegans Wake, da cui prende spunto l'omonimo romanzo di Joyce. Nella storia di Finnegan, il whiskey (uisce beatha - "acqua della vita" in gaelico) è causa al tempo stesso della morte e della grottesca resurrezione del protagonista Tim Finnegan, divenendo allegoria del ciclo ininterrotto della vita.

Viste queste premesse, una gita al MAN è più che necessaria, non ve ne pentirete.

Giuseppe Fantasia

È nato a L’Aquila, ma vive a Roma, ha una laurea in Legge, ma ha scelto di fare il giornalista. Scrive per l'HuffPost Italia, Marie Claire ed Elle Decor. Su Il Foglio si occupa delle pagine culturali, scrive di libri, arte e spettacolo e ogni giovedì c'è "Odo Romani far Festa", la sua rubrica da cui viene fuori tutto il meglio (e il peggio) delle feste della Capitale e non solo. GiFantasia su Twitter, @gifantasia, su Instagram

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