Santi, madonne e marinai

Valentina Bruschi

Maria tutta sola per il mistero dell’Annunciazione. E poi un sorriso, un’incerta somiglianza borghese: è l’evoluzione del ritratto nell’arte mediterranea di Antonello da Messina. Una mostra a Palermo

Una tavola in legno di piccole dimensioni, su cui una giovane donna è stata dipinta a tempera e olio, rivoluziona la pittura di quel periodo, il Rinascimento, ed è divenuta icona, immagine universale. La figura femminile è còlta nell’atto di tendere la mano come per allontanare qualcuno o qualcosa che le appare davanti. Il velo blu, che le copre la testa e le contorna il volto, la caratterizza come una raffigurazione della Madonna, anche se priva di aureola e dei consueti attributi sacri o regali. Mai prima di allora un pittore si era spinto fino a realizzare una sintesi così innovativa e moderna per rappresentare il mistero dell’Annunciazione. Fino ad allora – siamo nel 1475 – lo schema pittorico di questo soggetto sacro, il mistero assoluto, prevedeva la presenza di due protagonisti, come li raffigura il giovane Leonardo da Vinci nell’opera, oggi conservata alla Galleria degli Uffizi, dove l’Angelo annunciante porge il giglio bianco, simbolo di purezza, a una Maria vestita da gran dama di corte, seduta nel giardino di un elegante palazzo rinascimentale.

 

Lo sguardo non si rivolge a chi osserva ma è segno di introspezione. La profondità dello spazio è data dalla mano protesa in avanti

Antonello da Messina, nella sua versione dell’evento, custodita a Palazzo Abatellis di Palermo, sede della Galleria regionale della Sicilia, elimina dalla rappresentazione il classico elemento dell’angelo annunciatore, cancella architetture, elementi sacri o idealizzazioni. Diversa dalle annunciazioni più diffuse, questa originale Annunciata è considerata uno dei capolavori del Quattrocento. Il messaggero celeste, per il credente, come l’angelo custode è diventato invisibile: è dentro di noi. Può essere immaginato al di qua dello spazio del dipinto, nella stessa posizione occupata dallo spettatore (e dal pittore), che viene chiamato in causa e partecipa attivamente alla lettura dell’opera. Lo sguardo della Vergine non si rivolge a chi la osserva, ma è segno di introspezione. L’opera diventa il ritratto spirituale, stagliato su fondo nero, di una donna che, assorta in un dialogo interiore con la propria coscienza, sembra riflettere sulla responsabilità alla quale è stata chiamata. La profondità dello spazio non è data dal paesaggio, qui assente, ma dalla mano protesa in avanti, come a manifestare sorpresa. L’altra mano chiude il velo con dignitoso pudore. Il leggio dagli intagli tardo gotici data l’immagine, che altrimenti risulterebbe senza tempo. La figura, costruita con rigorosa geometria di forme, esprime l’assoluta padronanza della lezione prospettica rinascimentale del pittore messinese, unita all’intuizione psicologica e al naturalismo della ritrattistica fiamminga.

 

L’Annunciata di Antonello da Messina è una delle ultime opere dipinte dal maestro ed è sicuramente la più nota di Palazzo Abatellis. La tavola, che all’inizio era stata attribuita ad Albrecht Dürer, entrò a far parte delle collezioni del museo nel 1906 per legato testamentario. A lungo confusa con la modesta copia delle Gallerie di Venezia, fu riconosciuta come indiscusso capolavoro di Antonello a partire dagli inizi del XX secolo. Oggi è diventata il punto di partenza della mostra monografica, dedicata al maestro messinese, che riunisce a Palermo tredici delle sue opere esistenti. Non ci sono pervenuti molti documenti sulla vita dell’artista anche se ci sono notizie di spostamenti continui tra la città natale, Napoli per l’apprendistato, forse Roma e sicuramente Venezia, per un soggiorno. Inoltre, molti dei suoi lavori sono andati perduti per il terremoto che devastò Messina nel 1908, per gli smembramenti delle collezioni private e, a volte, semplicemente per incuria e ignoranza. Sebbene esistano solo trentasei opere sicuramente attribuibili al maestro (circa il venti per cento della sua produzione), la sua pittura è considerata immortale e la mostra palermitana rappresenta un’occasione unica per ammirare alcuni dei suoi lavori più famosi in un unico percorso.

 

Continui spostamenti tra la città natale, Napoli per l’apprendistato, forse Roma e sicuramente Venezia, per un soggiorno

La rassegna include tutte le opere presenti in Sicilia, oltre a quelle della collezione di Palazzo Abatellis, come il celebre ritratto, detto di ignoto marinaio, della Fondazione Mandralisca di Cefalù, il Polittico di San Gregorio, del Museo regionale di Messina, e l’Annunciazione della Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, a Siracusa. A questi si aggiungono, tra gli altri, la Crocifissione del Museo nazionale di Sibiu, in Romania, il Ritratto d’uomo della Pinacoteca Malaspina di Pavia, il Polittico di San Benedetto dagli Uffizi di Firenze e le due tavole del Museo civico di Reggio Calabria: il San Girolamo Penitente e la Visita dei tre Angeli ad Abramo. Un progetto ambizioso, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa, organizzato dalla Regione siciliana – assessorato dei Beni culturali – e da MondoMostre con la città di Palermo, che così conclude la programmazione di Palermo capitale italiana della cultura 2018. L’esposizione è frutto della collaborazione con il comune di Milano dove verrà presentata a Palazzo Reale, dopo la chiusura della tappa palermitana il prossimo 10 febbraio.

 

Il progetto espositivo ha avuto una lunga gestazione, dovuta alla delicatezza di alcune delle opere di Antonello, per le quali si è discussa e studiata l’effettiva possibilità di spostamento per salvaguardarne, prima di tutto, l’integrità fisica. E’ stato il caso, ad esempio dell’Annunciazione di Siracusa, deteriorata in modo irreversibile a causa dell’umidità assorbita nella chiesa di Santa Maria Annunziata di Palazzolo Acreide, per la quale era stata eseguita nel 1474 e dove era rimasta per quasi cinquecento anni, fino al 1940, quando fu sistemata a Palazzo Bellomo. “Le mostre che hanno una comprovata validità scientifica rappresentano delle occasioni fondamentali per l’avanzamento degli studi”, afferma Sergio Alessandro, dirigente generale dell’assessorato dei Beni culturali della Regione siciliana. “Non vi sarebbero stati avanzamenti fondamentali, sia di studio sia di conoscenza per il grande pubblico, senza le mostre che nel tempo hanno consentito di mettere a confronto le opere di un autore e riunirle”, continua Alessandro. La prima mostra monografica dedicata ad Antonello da Messina, organizzata nella città dello Stretto nel 1953, “fu un’occasione fondamentale per la ricerca e per la scuola di restauro e, si potrebbe affermare tout-court che dalle movimentazioni delle opere di quella mostra prese avvio il restauro in Sicilia: che oggi ha nel Centro regionale una realtà dinamica nel settore della diagnostica che garantisce anche il supporto tecnico specialistico quotidiano alla mostra in corso”.

 

Palazzo Abatellis, realizzato da Carlo Scarpa nel 1953 è un capolavoro assoluto della cultura dell’allestimento museale in Italia

Il percorso espositivo dedicato ad Antonello acquista un valore particolare nel capoluogo siciliano perché restituisce centralità al progetto museografico di Palazzo Abatellis, capolavoro assoluto della cultura dell’allestimento museale in Italia. Realizzato da Carlo Scarpa nel 1953, nel 1967 fu definito da Walter Gropius, padre della Bauhaus e uno dei più importanti architetti del Novecento, “un capolavoro. La miglior ambientazione di museo che mi sia mai capitato di incontrare in tutta la vita”. Carlo Scarpa era stato chiamato da Venezia a Palermo lo stesso anno nel quale aveva allestito la famosa retrospettiva dedicata ad Antonello nella sua città natale, un successo che gli valse la commissione per la sistemazione museale di Palazzo Abatellis (all’importanza della mostra messinese è dedicato un saggio di Gioacchino Barbera nel catalogo edito da MondoMostre Skira).

 

A distanza di sessantacinque anni da quell’evento (e a dodici dalla monografica delle Scuderie del Quirinale), Palermo ospita per la prima volta un progetto espositivo dedicato all’approfondimento culturale di un artista la cui arte è la sintesi di quella cultura mediterranea, fatta di scambi tra civiltà, che è alla base dell’identità europea moderna.

 

Come scrive Renzo Villa, nel volume che accompagna la mostra, l’opera di Antonello è al centro di un dialogo pittorico mediterraneo che “trova la sua ragion d’essere materiale nel commercio e perciò nella rete di rotte navali che pongono in stretta relazione i territori aragonesi, la Catalogna, le Baleari, la Provenza, Napoli e la Sicilia con Venezia, e ben più strettamente di quanto non avvenga attraverso le vie di commercio terrestri, assai più lente, difficoltose e pericolose”. In questi scambi s’inserisce la grande Muda di Fiandra, il convoglio di quattro o cinque galere commerciali armate e difese dalla Serenissima, che andavano e venivano dalle Fiandre nei maggiori porti del Mediterraneo, tra i quali Messina e Palermo, cariche di tessuti e manufatti preziosi. Itinerari ricchi di scambi alla base della formazione culturale di Antonello, come durante il suo apprendistato nella bottega del Colantonio, nella Napoli di Alfonso il Magnanimo. Qui Antonello viene a contatto con la pittura fiamminga di Jan van Eyck. Il maestro fiammingo è stato il primo a diffondere la novità del ritratto di tre quarti, evidenziando, con dettagli realistici, i visi del nuovo ceto sociale dei borghesi in ascesa. Questa innovazione, che oggi diremmo “fotografica”, fu recepita da Antonello nella sua ritrattistica, dove egli rivoluziona il consueto ritratto di profilo a imitazione delle monete romane, come nel celebre dittico dei Duchi da Montefeltro ritratti da Piero della Francesca (1465-1472), conservato agli Uffizi e coevo alla produzione matura di Antonello. E’ infatti del 1470 circa il ritratto più famoso di Antonello, conosciuto come Ritratto di ignoto marinaio in una speculare influenza con il romanzo di Vincenzo Consolo. Per l’allestimento della mostra palermitana è stata studiata un’illuminazione che evidenzia alcuni dettagli normalmente non visibili al Mandralisca, come i ciuffi di capelli ai lati del copricapo. Un ritratto emblema del dialogo visivo ideale tra l’osservatore e il personaggio ritrattato, che si rinnova attraverso i secoli. E’ l’epifania di cui parla il filosofo francese Jean Luc Nancy (nel noto saggio Le regard du portrait, 2000), individuando nel soggetto colui che cerca un contatto con la dimensione dell’infinito, dove gli è consentito, in qualche modo, di perdersi per ricomporsi e trovare prova d’esistenza in chi lo guarda, ossia nello spettatore. Una ricerca che forse oggi, nell’èra digitale, è stata sommersa dai milioni di selfie che continuamente ci guardano dai nostri smartphone?

  

È del 1470 circa il ritratto più famoso, conosciuto come “Ritratto di ignoto marinaio” che ispirò il romanzo di Vincenzo Consolo

 

Il ritrattato di Cefalù, nascosto dietro l’indefinibilità della sua identità biografica ci risponde con una smorfia, simile a quella che deriva dal kourous ancestrale, definito da Federico Zeri come un “sorriso tra eginetico e minatorio” che condensa “l’ambigua essenza dell’isola fascinosa e terribile”. Ma è stato Leonardo Sciascia, nel 1967, a risolvere la questione in modo definitivo: “Il gioco delle somiglianze è in Sicilia uno scandaglio delicato e sensibilissimo, uno strumento di conoscenza… A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca? Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro… E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. E’ un notabile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore un poeta un sicario? Somiglia, ecco tutto”.

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