Tex Willer

I nipotini di Tex Willer

Maurizio Crippa

Il mitico Ranger compie 70 anni, ma la Sergio Bonelli Editore è giovane e guarda al futuro. Passione, alto artigianato e un modello industriale. Una bella storia imprenditoriale. Non solo per i fumetti

Le nuove avventure, ogni mese, vendono duecentomila copie (in edicola!). Dylan Dog centomila. Con le ristampe, si raddoppia 

Quanti anni avrà adesso, Piccolo Falco? Sì insomma Kit, il figlio di Tex Willer. C’è una striscia di disegni in un vecchissimo albo in cui appare ancora infante, sulle spalle della mamma navajo Lilyth, in un racconto in flashback di papà: ha la faccia tale e quale a com’è adesso, nei suoi eterni vent’anni in cui scorrazza per il West sparando come un imbattibile satanasso. Magie del fumetto e di quella magnifica sospensione dell’incredulità che solo la cultura pop sa regalare. Quanti anni avranno, oggi, i figli (e i nipotini) di Aquila della Notte? Nel senso dei fumettisti – scrittori, sceneggiatori, redattori, disegnatori – della Sergio Bonelli Editore, la Casa reale del fumetto italiano, un’azienda di cultura popolare e materiale (lavorano con la carta, cosa che in molti hanno smesso di fare) che gli esperti di economia descriverebbero come una piccola media impresa: una cinquantina di dipendenti e centinaia di collaboratori, molti anche internazionali. Una Pmi che, svolgendo la sua attività nel settore non propriamente florido (in Italia) dell’editoria, può essere considerata a buon diritto un gioiellino, una factory di alto artigianato industriale che tiene egregiamente botta sul mercato.

  

Fumettisti cresciuti negli anni d’oro, ma anche nei Novanta in cui nacque l’Indagatore dell’incubo. E nel team ci sono pure i Millennial

Tex, il Ranger più famoso della storia dei fumetti, ha compiuto settant’anni ma è in forma esattamente come lo disegnano: uno splendido quarantenne. Le sue nuove avventure, ogni mese, vendono duecentomila copie (in edicola!). Con le ristampe, gli speciali, i “Texoni” e i libri in libreria quasi si raddoppia la cifra. Una bella mostra divertente lo celebra in questi giorni alla Permanente di Milano (“Tex - 70 anni di un mito”, fino al 27 gennaio). Imperdibile per i texiani d’ogni età (sorpresa: non sono soltanto i ragazzi degli anni Sessanta e Settanta, quando le copie erano il doppio: c’è anche una bella quota di lettori più giovani, appassionati del fumetto di qualità) ma istruttiva anche per chi voglia scoprire di più della storia del fumetto e di un pezzo di costume italiano. I figli di Tex, intesi la Bonelli family, sono parecchio più giovani di lui. A parte qualche patriarca – di quelli che hanno iniziato con Sergio Bonelli, l’autore-editore e maniacale lettore di strisce salito nelle Celesti praterie nel 2011 – come Mauro Boselli, storico sceneggiatore di Tex e ora direttore della collana, o Alfredo Castelli, il creatore di Martin Mystère, molti degli autori e dei responsabili delle linee editoriali (oltre a Tex e a Dylan Dog, attualmente sono una quindicina i personaggi attivi) sono gli ex ragazzi “bonelliani” cresciuti negli anni d’oro del fumetto, ma anche nei Novanta in cui nacque l’Indagatore dell’incubo. Come ad esempio Antonio Serra, il creatore di Nathan Never, un altro dei maggiori successi, con Zagor, lo Spirito con la Scure ideato nel 1961 da Sergio Bonelli. Ma, sorpresa, non mancano i trentenni. Millennial innamorati dei fumetti di carta seppure figli di una generazione cresciuta a videogiochi e con lo smartphone in tasca. Una squadra trans-generazionale che lavora insieme su un prodotto che è prima di tutto una passione (i fumettari non invecchiano mai) o addirittura una mania. Ma che è anche o soprattutto il frutto della capacità di una azienda editoriale nel coltivare i propri talenti, cercare i giovani, dargli spazio, farli crescere. Alla Bonelli fanno un prodotto che dovrebbe essere ormai di nicchia, o di risulta. Un prodotto “da edicola”, appunto. E un po’ lo è, non scherziamo dai, rispetto agli anni del consumo seriale di fumetti, quando il mercato italiano assorbiva un numero impressionante di testate per milioni di copie. Il mondo è inevitabilmente cambiato. Ma i nuovi albi (non le ristampe) di Tex ogni mese vendono 200 mila copie. L’altro gioiello, Dylan Dog, ne fa centomila. Con le altre testate come il fantasy Dragonero, uno dei successi del momento, o i recenti Morgan Lost e Mercurio Loi, o i personaggi ormai “classici” come Julia e Dampyr che si attestano sulle 15-30 mila copie e con le numerose ristampe si va sopra il mezzo milione al mese. “Ogni giorno arriviamo in edicola con un prodotto” racconta Michele Masiero, che ha iniziato scrivendo le storie di Mister No (un altro dei grandi personaggi creati da Guido Nolitta, lo pseudonimo con cui si firmava di Sergio Bonelli) e oggi è direttore editoriale. “Dodici sono le uscite di inediti, poi ci sono le ristampe”, spiega. E basta fare due conti, riflettendo che ogni singolo albo è un lavoro di squadra e richiede in media un anno di preparazione, per capire che la macchina è complessa, non è un giocattolo.

  

Sergio Bonelli era anche un grande talent scout. Sceglieva i suoi collaboratori in base al talento. Gli dava spazio, e tempo, per crescere

I figli di Tex mandano avanti una casa editrice che ha come core business e simbolo assoluto un vecchio Ranger-agente indiano-capo della tribù Navajo settantenne, ma che producono anche altro, e guardano al futuro. Una storia di imprenditoria e cultura popolare italiana. Ma per raccontarla serve un flashback. La mostra del Ranger inizia con una breve clip, un treno che scorre all’indietro nel tempo di Milano, dai grattacieli di oggi fino al primissimo Dopoguerra. Quando Tea Bonelli (ops, c’è una donna-imprenditrice all’origine di un genere tipicamente maschile come le strisce parlanti) avvia la casa editrice in “due camere e cucina”. Con Gianluigi nell’altra stanza che, nel 1948, in coppia con i pennelli di Aurelio Galleppini, in arte Galep, crea Tex. Sono gli anni della ricostruzione, quelli in cui in Italia, e a Milano, c’era solo da rimboccarsi le maniche e conquistare nuove praterie. Bonelli e Galep intercettano e trasformano in chiave italiana il meglio del cinema western: ma già da subito con una attenzione alla cultura, alla storia e alla “verità” del mito della Frontiera che è l’elemento determinante per una credibilità e un successo duraturo. Sarà il figlio Sergio, dagli anni 60, a guidare lo sviluppo della casa editrice, con la sua vorace fantasia unita a una mente imprenditoriale perfettamente in linea con lo spirito del boom economico. Paradossalmente però il grande balzo in avanti della Bonelli avviene nei primi anni 90, quando il mercato del fumetto si stava già sgonfiando e altri personaggi e case editrici stavano abbandonando il campo, in tutto il mondo. Ma è allora che nasce Dylan Dog, che per magia intercetta una nuova generazione di lettori, col suo mood malinconico, dark e vagamente metafisico: lo specchio sentimentale dei ragazzi che oggi vanno per la quarantina, cresciuti in un altro mito bonelliano. Il fumetto diventava più “d’autore”, ma inglobando tutta la capacità artigiana della ditta. Il successo fu tale che, per qualche numero, arrivò anche l’inaudito sorpasso: la creatura di Tiziano Sclavi vendeva 500 mila copie, Tex 400 e passa mila. Quel boom convinse Bonelli a insistere. La ditta artigiana con 6-7 dipendenti li decuplicò, oggi sono oltre cinquanta, e quasi quattrocentoi collaboratori. Nuove linee editoriali, nuovo staff. Ma con uno stile da factory che è rimasta il segreto del successo. Sergio Bonelli, raccontano i suoi, fu anche un grande talent scout. Capace di cercare e attirare i suoi collaboratori in base al talento, al gusto. E di dargli spazio, e tempo, e farli crescere. Alla Bonelli si arriva per passione, ci si resta per passione. Non tutti gli imprenditori italiani, in ogni settore, lo hanno saputo fare. Questa è la lezione.

 

Un tempo un disegnatore realizzava 40 tavole al mese, oggi 10-12, c’è più cura del dettaglio. Per fare un albo serve un anno

Il risultato è un artigianato di qualità che ha pochi eguali, anche all’estero. Ancora oggi per produrre un albo, quel centinaio di pagine disegnate coi ballon che si leggono in un’ora, ci vuole in media un anno, o un anno e mezzo, di lavoro. Perché le storie devono diventare prima sceneggiature (vedere in mostra quelle originali, scritte a macchina con annessi gli schizzi aggiunti a mano per i disegnatori, di Gianluigi Bonelli dà il senso di una cura da “vecchio cinema” rimasta immutata). Poi si aggiungono le tavole disegnate a mano da centinaia di illustratori differenti, ognuno con l’aggiunta del suo stile, ognuno con la sua dedizione allo standard di un prodotto industriale. “Un tempo un disegnatore realizzava anche 40 tavole al mese, oggi siamo a 10-12, c’è forse più cura del dettaglio, del controllo. Per fare un albo serve un anno”, spiega Masiero. Tempi di programmazione enormi, macchina editoriale oliata a puntino. Anche il lettering, che oggi si fa in digitale con un font dedicato, è ancora composto a mano.

 

Se dovessimo analizzare il modello Bonelli con i criteri aridi che solitamente si applicano all’economia – mercato in calo, produzione artigianale, tempi lunghi – la Sergio Bonelli Editore dovrebbe essere finita da un pezzo “a spalare carbone nelle miniere di Messer Satanasso”, come direbbe Tex. Invece, esattamente come l’inossidabile Ranger ferito mortalmente centinaia di volte nella sua carriera, la factory è ancora viva e vegeta. Perché ha scommesso su un modello in cui la selezione e la passione della squadra contano; in cui la cura del prodotto conta; in cui l’innovazione conta. Insomma quelle caratteristiche che fanno grande e speranzosa del futuro la migliore imprenditoria italiana. E questa è l’altra lezione. Oggi c’è una nuova linea di edizioni disponibile solo in libreria (ed è uno dei pochi segmenti del mercato librario in crescita) e si sta scommettendo sul multimediale, attraverso la Bonelli Entertainment, perché il mondo cambia. Dragonero diventerà prossimamente un cartoon per la Rai, si stanno testando prodotti per altre piattaforme che svilupperanno i personaggi di famiglia. Videogiochi? E perché no, dice Masiero. I modelli per sognare in grande non mancano, a partire da Marvel. “C’è un grande interesse di molti sviluppatori, i nostri personaggi piacciono e possono funzionare. E non si può certo stare a pensare che il fumetto da edicola sia il futuro”. Ma ci vuole una partnership importante e per una piccola media impresa, che però saggiamente punta a mantenere, anche in questi progetti, il pieno controllo del marchio e e dello stile editoriale, la strada da percorrere è lunga. Ma Tex direbbe: “¡Vámonos!”. E allora: ¡Hasta luego!

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"