Una collettiva sul sè, che non vuol dire selfie

"Non siamo nel mondo del narcisismo. Siamo nel momento in cui il corpo dell'artista diventa uno strumento quasi politico". Il direttore e ad di Palazzo Grassi-Punta della Dogana, Martin Bethenod racconta la mostra "Dancing with Myself"

Il sé è forse il concetto chiave del XX secolo, che si è poi ulteriormente impossessato del XXI, con la sua attitudine social. Per gli artisti, poi, l'elemento è ancora più cruciale, da sempre, e a Punta della Dogana a Venezia si prova a indagare in profondità il tema della presenza della figura, del corpo dell'autore, nelle opere contemporanee attraverso la mostra "Dancing with Myself", curata anche dal direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi-Punta della Dogana, Martin Bethenod, che ci ha guidato all'interno dell'idea di fondo dell'esposizione veneziana.

   

"Dancing with Myself cosa significa? Che in tutte le opere che sono qui a Punta della Dogana - ha spiegato ad Askanews - c'è la presenza dell'artista, però l'artista non è il soggetto dell'opera, l'artista è lo strumento, la prima materia con la quale poi parlare di tante altre cose, per parlare di questioni politiche, razziali, sessuali, gender. Non siamo nel mondo del selfie o dell'autoritratto, del narcisismo. Siamo nel momento in cui il corpo dell'artista diventa uno strumento quasi politico".

 

Negli spazi totalmente "non white cube" della Dogana, il pubblico è invitato, una volta di più, a sperimentare anche se stesso, a pensare il proprio ruolo dentro la mostra, a cominciare dal primo movimento, quello di ingresso, attraverso la grande tenda di Felix Gonzalez-Torres che rappresenta il suo sangue, con i globuli rossi e quelli bianchi, e un senso di corporeità e coinvolgimento molto forte. Poco più in là l'autoritratto in cera di Urs Fischer, che delle candele consumano poco a poco e quello, drammatico e ironico, di Alighiero Boetti, che prova a spegnere senza posa tanto il proprio cervello sempre in movimento quanto il tumore che lo minava.

  

"Dancing with Myself" ha avuto una prima vita al museo Folkwang di Essen, che ha prestato a Venezia alcune opere. La maggior parte dei lavori proviene però dalla collezione Pinault. "La collezione è molto importante - ha aggiunto Bethenod - perché nell'idea della collezione c'è l'idea di un impegno, di una relazione continuata con una dimensione di fedeltà, di permanenza, molto più forte di quando si tratta solo di prestiti o di chiedere un'opera per qualche settimana. Nell'idea di collezione c'è un rapporto forte con l'opera e con l'artista, e questa relazione è proprio il cuore della nostra attività".

 

La mostra ha stanze, soprattutto al piano terra, che riservano emozioni a ogni passo, ed è impossibile non citare i grandi dipinti di Rudolf Stingel, così come i video di Lili Reynaud-Dewar, o ancora l'intensità drammatica dei pezzi di Adel Abdessemed e alcuni lavori assolutamente iconici di Maurizio Cattelan o Nan Goldin, accanto ad artisti più giovani, siano essi Latoya Ruby Frazier o Paulo Nazareth. Una citazione a parte la meritano le due stanze di Cindy Sherman, artista che sull'impossibilità di definire una precisa identità ha costruito tutta la propria imprescindibile carriera.

 

E poi, a sorpresa nella torre di Punta della Dogana, ecco che spunta, accanto a una celeberrima sua fotografia giovanile, un busto di Damien Hirst rimasto dalla epocale mostra precedente, "Treasures from the Wreck of the Unbelievable", di cui "Dancing with Myself" ha dovuto, in un modo o nell'altro, raccoglierne la sovraccarica eredità. "Dopo la mostra di Hirst e nell'anno della Biennale di Architettura - ha concluso Martin Bethenod - c'era anche la voglia di ridare allo spazio la sua nudità". Una sfida, possiamo dire adesso, che sembra vinta e, vi assicuriamo, non era per niente scontato.

 

Video a cura di Askanews