La nostra noia esistenziale e l'attrattiva che manca nelle cose che facciamo

Giovanni Maddalena

Uno studio della Carnegie Mellon University, uscito sulla rivista dell’American Psychology Association, ci dovrebbe aiutare a capire che cos’è

Giacomo Leopardi pensava che fosse il più sublime dei sentimenti umani e che ci differenziasse dagli altri animali facendo capire l’infinita dimensione del nostro desiderio di felicità. Più prosaicamente, per tanti studenti, la noia ha rappresentato e rappresenta il necessario corollario delle attività scolastiche, un po’ come per i fedeli cattolici essa è il quasi-necessario accompagnamento delle omelie domenicali. Oggi, però, abbiamo anche uno studio della Carnegie Mellon University, uscito sulla rivista dell’American Psychology Association, che dovrebbe aiutare a capire che cos’è la noia e che, invece, diventa lo specchio della problematica profonda degli studi analitici occidentali.

 

A leggere l’articolo, oltre alla parte metodologica che ci dice come sono stati interrogati i 3.867 adulti che hanno partecipato all’esperimento, si rimane all’inizio un po’ esterrefatti. Ci voleva uno studio così accanito per dirci che la noia si accompagna più con sentimenti negativi quali tristezza, rabbia, preoccupazione che con sentimenti gioiosi? Bisognava davvero mettere insieme diversi studiosi per capire che statisticamente la noia colpisce di più i single, i maschi, i giovani, i poveri? Certo, se non si hanno figli a cui pensare e meno occasioni per fare qualcosa, facilmente ci si annoierà di più. Non stranamente, infatti, lo studio dice anche che ci si annoia di più in contesti solitari che comunitari.

 

I risultati sembrano a malapena andare al di là del buon senso e qualcuno magari si interrogherà su scopi, finalità e spese della ricerca universitaria. Tuttavia, non bisogna sottovalutare gli studiosi. In realtà, lo studio arriva a conclusioni teoriche che non sono affatto banali o neutre e su cui vale la pena fare qualche riflessione. Infatti, tutti gli incroci statistici possibili portano i ricercatori a concludere che si può finalmente dire che cos’è la noia, scegliendo tra le due ipotesi principali che essi considerano: a) la noia dipende dalla mancanza di significato dell’azione; b) la noia dipende dalla mancanza di attrattiva e implicazione nelle attività che si esercitano. Leopardi si sarebbe forse schierato con la prima ipotesi, la ricerca della Carnegie Mellon pare dare ragione, invece, alla seconda: siamo annoiati non quando non sappiamo che significato ci sia nelle cose ma quando non riusciamo ad impegnarci con qualcosa. Di fatto, se qualcosa ci mantiene impegnati, che siano i figli, la moglie, il marito, un viaggio, un cinema o un teatro, non sentiamo la noia e tutti i suoi sodali negativi. Si dirà che neanche questo è un grande risultato, eppure se le cose stessero così, avremmo davvero eliminato un’ipotesi importante che lega la noia ai significati e, per eccellenza, al significato della vita, smentendo ogni forma di relazione con le domande esistenziali che tanti considerano come caratteristica ultima dell’essere umano.

 

Gli esiti dell’esperimento non sono controvertibili e non penso che aumentando il campione essi varierebbero, perché in realtà il difetto della ricerca non sta nella soluzione ma nell’impostazione. L’impostazione che impone le due soluzioni della noia esistenziale e della noia pratica divide la ricerca del significato dall’attrattiva per l’attività, ossia l’idea e l’azione, il capire e il fare, l’universale e il particolare. E’ tale impostazione, cattivo retaggio del razionalismo e del materialismo moderni, che risulta intellettualistica e lontana da ciò che avviene normalmente nel nostro ragionamento, quando ci divertiamo e quando ci annoiamo. In realtà, noi capiamo soprattutto facendo: capiamo che cos’è l’amore amando, la matematica esercitandoci e poi creandola, la letteratura leggendo e poi scrivendo. Allo stesso modo, proviamo noia quando non proviamo attrattiva perché non riusciamo a impegnarci in qualcosa – come dice il saggio americano – e, quindi, percepiamo la mancanza profonda del significato. Guardare da fuori la festa da ballo perché non si è capaci di ballare può produrre noia ma quella noia spalanca anche le domande sui significati ultimi della vita, come Leopardi ben testimoniava. I significati ultimi, profondi, universali, non sono distinti dalle azioni particolari. In positivo, diceva un personaggio di Charles Péguy, una piccola bambina, che se Dio fosse arrivato mentre stava giocando, per celebrarlo avrebbe continuato a giocare. L’attività particolare che le interessava e il significato universale alla piccola non parevano distinti o distinguibili. Chissà se, con questa concezione così unitaria della vita, l’avrebbero ammessa alla Carnegie Mellon?

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