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Il caso Raggi, il web matrigno e la massima di “American Anarchist”

Proprio nei giorni in cui il movimento a Cinque Stelle si ritrova a fare i conti con l’assurdo delle troppo teoriche regole autoimposte che ti strozzano sull’account twitter come nell’aula consiliare romana, alla Mostra del Cinema di Venezia è arrivato “American Anarchist”, il documentario che parla dell’impossibilità di oblìo mediatico.

6 Settembre 2016 alle 10:48

Il caso Raggi, il web matrigno e la massima di “American Anarchist”

Roma. La morte internettiana è impossibile, dicono ormai persino i nonni, citando la massima universale “scrivi qualcosa sui social network e ti perseguiterà per sempre”, mentre la politica si interroga attorno all’uso e all’abuso del web benigno e matrigno, con la rete borbottona che adocchia post apparentemente innocui, le minuzie su scontrini o streaming che si fanno minacce, le informazioni pubblicate per “trasparenza” che si stringono attorno al collo di chi, affiggendole su una bacheca di computer, pensava di essere immune da tutti i mali del mondo, e i momenti complicati della vita politica reale (caso Raggi a Roma) che ispirano a protagonisti e comprimari una certa prudenza nell’esistenza virtuale (Facebook).

 

E però, proprio nei giorni in cui il movimento a Cinque Stelle, nato sul web-che-nulla-cancella, si ritrova a fare i conti con l’assurdo delle troppo teoriche regole autoimposte che ti strozzano sull’account twitter come nell’aula consiliare romana, alla Mostra del Cinema di Venezia è arrivato “American Anarchist”, il documentario che parla dell’impossibilità di oblìo mediatico, ma partendo da un’epoca in cui internet non c’era. E insomma può succedere anche questo: che uno venga inseguito neanche tanto metaforicamente e a vita da qualcosa scritto con avventatezza, magari in giovane età e in epoca di contestazione generale (il 1971, nel caso in esame). Qualcosa di assurdo e potenzialmente pericoloso, buttato giù con il furore del diciannovenne ancora un po’ scemo che si sente in credito col mondo, come dice a Charlie Siskel (regista) il mite ma non arrendevole William Powell, oggi anziano professore esperto in insegnamento a bambini con difficoltà di apprendimento, ma ieri incauto e irruente autore (a 19 anni, appunto) del “Ricettario dell’anarchico” (“The anarchist cookbook”), libello di istruzioni per la costruzione casalinga di ordigni rudimentali e bombe al napalm, scritto con l’impeto dell’incoscienza da un giovanissimo Powell rivoluzionario e antisistema.

 

 

Non c’era la rete, allora, ma era bastato un editore spregiudicato a mandare alle stampe il libello del fai-da-te esplosivo che venderà milioni di copie e prenderà la sua strada, ma con molti anni di ritardo e dopo un decennio di “sonno” (in cui Powell era diventato un altro uomo dal punto di vista personale e politico, al punto da disconoscere in fretta l’opera dal sen fuggita). Ma, a partire dagli anni Novanta e fino a oggi, con la Rete in rapida espansione, il libro di Powell è diventato il “presunto” manuale di riferimento di molti giovani autori di stragi e omicidi (Oklahoma City, Columbine, misfatti di “lupi solitari” targati Isis, tutti con una copia del “Cookbook” in cameretta).

 

E io che c’entro?, Perché quel libro mi tormenta ancora?, sembra inizialmente dire al suo intervistatore (implacabile) un William Powell che lì per lì tenta la strada della parziale rimozione; che c’entro io, che 40 anni fa ho ceduto i diritti del “Cookbook”, io che non ho mai più voluto parlare di quel libro, salvo in una lettera aperta a un quotidiano inglese e in una nota su Amazon, entrambi testi di pubblica condanna e dissociazione? Eppure, sia la lettera sia la nota furono ignorate dal mondo, dice Powell, a differenza del suo giovanile scritto bombarolo, vendibile a lungo e senza problemi sulla Rete. Perché? Powell non trova risposta al tormento dell’indelebilità (combinata con il moderno “cretinismo” da pancia del web). E chissà se le sue parole – “da giovani facciamo tutti delle stronzate, la differenza è che la mia fu pubblicata”– possono portare sollievo all’odierna angoscia a Cinque Stelle sull’incancellabilità dei post e delle non-regole che imprigionano gli abitanti del non-fatato mondo della Rete. 

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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