Idee per rifuggire dalla nuova religione per cui tutto si cura con una legge in più. Un buon libro

Marco Cubeddu
Da sempre la religione e la politica si sono proposte come un rimedio all’incertezza. Il risultato è stato però che nelle società laiche e secolarizzate dell’occidente alla crisi delle religioni tradizionali è corrisposto, paradossalmente, un incremento della fiducia nella politica.

Nei nostri giorni si constata che gli sforzi per migliorare i sistemi elettorali e le istituzioni democratiche sono vani e che raramente consentono di individuare quei buoni e competenti governanti ai quali, paradossalmente, si tende ad attribuire poteri sempre maggiori. Di fatto, le doti necessarie per raccogliere i voti corrispondono soltanto casualmente a reali capacità di governo. La demagogia, quel male della vita politica da sempre conosciuto e temuto, sembra così dilagare. Unitamente a una costante e crescente espansione delle competenze del governo e dello stato – spesso sollecitata dagli stessi cittadini – che si mostra in una serie infinita e talora inconcludente di regolamentazioni che l’innovazione tecnologica rende sovente inutili se non dannose, e che finiscono per annichilire i tentativi di migliorare la propria condizione. Questa paralizzante riduzione degli incentivi individuali si associa a una costante trasformazione della società dovuta tanto a un processo di innovazione che modifica continuamente le aspettative individuali e sociali, quanto a un calo demografico che pone prospettive terrificanti per la sua sopravvivenza. Si va così incontro a società sempre più diversificate in cui i valori sono sempre più fragili, instabili e controversi, e in cui l’ansia per il futuro prende la forma di una ingordigia di regole nella quale si intravvede l’illusione di eliminare l’incertezza tramite provvedimenti politici.


I fallimenti della politica finiscono così per aumentarne la domanda; e i “cattivi politici” diventano quelli che non riescono a soddisfare in tempo reale aspettative instabili e sovente irrealizzabili. Che l’incertezza (principalmente di tempo e di conoscenza) sia l’aspetto caratterizzante la condizione umana è cosa ben nota alla filosofia. Da sempre la religione e la politica si sono proposte come un rimedio all’incertezza. Il risultato è stato però che nelle società laiche e secolarizzate dell’occidente alla crisi delle religioni tradizionali è corrisposto, paradossalmente, un incremento della fiducia nella politica. Una fiducia che le delusioni non scalfiscono perché l’attribuiscono non all’impossibilità di soddisfare tutti e tutto in tempo reale, ma alla scarsa moralità dei politici, alla loro incapacità di produrre certezza e benessere nel tempo atteso dai cittadini e alla mancanza, o alla carenza, di leggi e di regole.

 

Da questo punto di vista, la diffusa propensione a imputare i fallimenti della politica e del mercato a un deficit di eticità non è che l’espressione dell’inefficacia della rimozione della religione dalla sfera pubblica e della sua sostituzione con una pluralità di etiche talora molto “soggettivistiche” e ispirate al presunto spirito di diritti umani in costante e incontrollabile espansione. Mentre la legge naturale e i diritti naturali volevano essere dei limiti alla politica e all’espansione delle sue competenze, i diritti umani (in cui ognuno può travestire le proprie aspirazioni e speranze) possono essere realizzati soltanto dalla politica. Ma poiché ogni idea, credenza, aspirazione e azione ha conseguenze inattese e indesiderate, e a riprova che quello della tirannide è il male endemico della politica, ciò a cui si sta assistendo (anche se come altre volte si tende a non riconoscere o a sottovalutare il pericolo) è la progressiva trasformazione dello stato democratico-liberale in una nuova forma di regime totalitario. Un regime in cui la politica – con le più svariate motivazioni ed approfittando di ogni richiesta – tende a regolare qualsiasi tipologia di azione.
 

Cosa c’entra l’eclissi della religione

 

Il risultato di tale espansione continua, incontrollata e inconcludente potrebbe essere quello descritto ai primi del Settecento da Mandeville: “Tutte le creature umane hanno un incessante desiderio di migliorare la propria condizione [e] in tutte le società civili e in tutte le comunità di uomini sembra esservi uno spirito impegnato nonostante gli ostacoli frapposti dal vizio e dalle sventure, nella continua ricerca di ciò che non può essere ottenuto in questo mondo. Così gli uomini fanno leggi per ovviare a ogni inconveniente che incontrano; e scoprendo con il tempo l’insufficienza di tali leggi, ne fanno altre con l’intento di rafforzare, migliorare, chiarire o abrogare quelle vecchie; finché il corpo delle leggi cresce a dismisura, così da richiedere uno studio tedioso e prolisso per comprenderle. Ne consegue che ve ne sono così tante da applicare che diventano un peso grande quasi quanto quello che se ne potrebbe temere dall’ingiustizia e dall’oppressione”.

 

Molto spesso oggi si parla del fallimento del liberalismo, del socialismo, della democrazia, del mercato, etc. Sembra quasi che si voglia evitare di parlare di fallimento della politica per rifugiarsi nell’illusione che sia possibile una “politica buona”. E la si immagina tale se sottoposta a regole etiche che ognuno tende ormai a elaborare a modo suo e a proprio uso e consumo. Per quanto fin dal XVIII secolo i filosofi si siano posti il problema di una filosofia politica rigorosamente distinta dalla religione e abbiano attribuito all’influenza di quest’ultima molti dei mali che caratterizzano la vita sociale e la radice della conflittualità politica, oggi, quando quel legame sembra essersi “finalmente” reciso, la situazione non sembra certo migliore. L’eclissi della religione è semmai coincisa, forse causandola, con la progressiva dilatazione delle competenze dello stato.

 

Di modo che se poteva venir da pensare che quello del totalitarismo fosse un incidente nel pur tormentato percorso della libertà, gli attuali livelli di onnicomprensiva regolamentazione, che sembrano tendere alla realizzazione di uno “stato universale e omogeneo”, inducono a pensare che quello della libertà individuale sia poco più di un nobile vaneggiamento. (…) Si è così finiti in una situazione di impasse in cui non si ha idea di come uscire da un paralizzante eccesso di politica perché non si ha il coraggio di ammettere che senza property rights sottratti alla politica essa non ha limiti. Sembra così di partecipare a una tragedia in cui si sa cosa si dovrebbe fare (ridurre e limitare la politica) ma in cui non si è abbastanza forti da contrastare quanti propendono per una sorta di declino in cui tutte le risorse vengono utilizzate per tenere in vita una politica che in realtà favorisce soltanto la classe politica. (…) Non ci si illude di trovare nel passato o nell’immediato presente rimedi alla situazione attuale, ma ci si chiede quale potrà essere il futuro della politica nell’epoca dell’innovazione continua e se sia veramente il caso di insistere nel mascherarne i fallimenti eliminandone i limiti.

 

Raimondo Cubeddu è ordinario di Filosofia politica all’Università di Pisa. Si è occupato di Karl R. Popper, di Leo Strauss, della tradizione politica liberale e in particolare della Scuola Austriaca.